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RUBEN MONTINI – ORIZZONTE D’AMORE

25 Maggio - 7 Giugno

RUBEN MONTINI – ORIZZONTE D’AMORE

A cura di Oscarito Sanchez
Galleria Gaburro – Verona
25.05 – 10.10.2026

Opening
23 maggio 2026
dalle ore 18.00

 

Galleria Gaburro è lieta di presentare ORIZZONTE D’AMORE, la prima personale con la Galleria di Ruben Montini (Oristano 1986, vive e lavora a Torino), curata da Oscarito Sanchez e ospitata nella storica sede di Verona in Via dei Mutilati 7/a.

La mostra, anticipata dalla performance DAI MIEI SENI PIANGE L’AMORE (2026), svoltasi nella sede milanese, racchiude un nuovo gruppo di lavori che, a partire dalla performance stessa, insiste sull’urgenza, politica e testimoniale propria dell’artista, di generare dinamiche di riflessione e dibattito attorno all’omogenitorialità. E dunque la famiglia, tema ricorrente che attraversa simbolicamente l’esposizione oltre che la pratica di Montini, si declina in forme eterogenee e differenti ripercorrendo gli ultimi anni della sua poetica.

Nelle parole di Oscarito Sanchez,:

“Quella di Montini non è una rappresentazione scenica, bensì un dispositivo simbolico: un ritratto vivente della migrazione, intesa come spostamento territoriale e di genere, come frattura dei legami sociali e come ricerca persistente di appartenenza in contesti di esclusione. […] Durante il viaggio emergono gli orrori e i mostri del passato — sociali, culturali, storici — che tentano di impedirgli l’esercizio di un desiderio fondamentale: il diritto di formare una famiglia”.

La nuova produzione dell’artista formerà, all’interno dello spazio espositivo, una ricostruzione archetipica ed essenziale dell’ambiente domestico riconfigurando la Galleria come palcoscenico di una rivoluzione necessaria e in atto in cui la grammatica dell’artista emerge completamente. Una sorta di nuova antologia visiva, eppure non cronologica, in cui ciascuna opera offre un rimando all’intera pratica artistica per poi superarlo e indagarne le nuove fondamentali prospettive: dalla ricorrenza del peso della religione, da cui l’iconografia spirituale e cristologica, alla sofferenza fisica, inflitta o autoinflitta.
È il corpo performativo dell’artista che entra in gioco: corpo per cui vita e arte coincidono, che muta e si trasforma per le esigenze stesse dell’arte.

“Il corpo performativo di Montini si configura come dispositivo critico in cui archivio e testimonianza si sovrappongono e si ridefiniscono reciprocamente. Spazio di migrazione di genere e dislocazione affettiva, opera come archivio vivente capace di raccogliere e restituire tracce di esperienze segnate da dinamiche di esclusione nella società contemporanea”. 
– Oscarito Sanchez

ORIZZONTE D’AMORE delinea esattamente questa traiettoria pericolosa e rischiosa, un percorso che porta l’artista ad esporsi alla durezza e alla crudeltà di un mondo in cui l’identità è in perenne tensione, esposta, nella sua vulnerabilità, al martirio.
La mostra si arricchirà di un public program formato da una serie di incontri, talk e dibattiti per culminare, in occasione del finissage, in una performance inedita, esito di diversi anni di ricerca e studio, che si svolgerà presso il Palazzo dei Mutilati a Verona venerdì 9 ottobre 2026.

Verrà pubblicata, infine, una monografia sulla pratica dell’artista edita da Maretti Manfredi Editore, a cura di Oscarito Sanchez.

 

Orari di apertura

Dal Lunedì al venerdì
9:00-13:00, 15:00-19:00

Ingresso libero

Sabato su appuntamento

 

Il lavoro cardine, da cui si muove l’intera mostra, è la performance dello scorso marzo che qui viene presentata con ciò che ne rimane: l’installazione sculto-rea, i video che raccontano il susseguirsi dei momenti performativi, la manifestazione inscenata con l’aiuto del pubblico, la realizzazione dei piercing sul co-stato e sui capezzoli dell’artista, l’inserimento delle perle che ricordano le gocce del latte che sgorga dai seni e la rivendicazione sociopolitica, che Montini proclama alla fine dell’atto; una serie di opere scultore-fotografiche che l’artista definisce Racconti: interventi che ha realizzato direttamente sulle fotografie di Andrea Rossetti che documentano la sua azione, creando delle opere uniche in cui fotografia, scultura, pittura e protesta sociale si intrecciano.

La Sinossi è incorniciata all’interno di un manufatto che ricorda un ex-voto, in cui i piercing originali e le cannule che l’artista recava sul suo corpo, sorreg-gono le medesime perle della performance su una riproduzione del suo busto in broccato sardo e pizzo nero.

DAI MIEI SENI PIANGE L’AMORE non è teatro. È un ritratto crudo di ciò che preferiamo non vedere né affrontare, ma che continua a esistere davanti a noi.

DAI MIEI SENI PIANGE L’AMORE è una performance di Ruben Montini strutturata in atti, ma deliberatamente spogliata di ogni logica teatrale convenzio-nale. Non è una rappresentazione scenica, bensì un dispositivo simbolico: un ritratto vivente della migrazione, intesa come spostamento territoriale e di genere, come frattura dei legami sociali e come ricerca persistente di appartenenza in contesti di esclusione.

L’opera incarna la figura dell’artista migrante come soggetto sospeso in uno stato di transito permanente.

Durante questo viaggio emergono gli orrori e i mostri del passato — sociali, culturali, storici — che tentano di impedirgli l’esercizio di un desiderio fonda-mentale: il diritto di formare una famiglia. La performance mette in crisi una premessa profondamente radicata: la negazione che un uomo possa essere, simultaneamente, madre e padre, custode e origine.

Lo sguardo del performer non si offre come luogo del pianto, ma come superficie riflettente. In esso lo spettatore si riconosce e, attraverso questo atto di identificazione, tenta di eludere ciò che trova più difficile affrontare. L’opera propone un’identità non binaria né fissa: uomini, donne o, come nella cultura zapoteca ancestrale, i muxes. Una terza possibilità — o molteplici — in cui ogni genere contribuisce con frammenti indispensabili all’esistenza.

Nel secondo atto, il corpo appare sospeso. Dall’alto, due perle emergono dal petto; dal basso, due gocce di latte stanno per cadere. L’immagine sovverte gli immaginari biologici e sociali della cura e della nutrizione, interrogando chi abbia il diritto di nutrire, proteggere e sostenere la vita dell’altro.

Il terzo atto richiama la memoria dell’infanzia. Il tempo si arresta nell’attesa: che la goccia cada, che qualcosa di perduto torni a nutrirci. L’opera formula al-lora una domanda essenziale: esiste il diritto di essere colui che nutre l’altro, e di trovare attraverso questo gesto una famiglia?

La performance insiste su una triade etica e politica: dove si collocano l’amore, la morte e la solidarietà? Se domani è già oggi, quanto siamo davvero cam-biati?

Montini afferma la propria esistenza senza supplica né preghiera. Le sue mani non sanno solo cucire; i suoi occhi non sanno solo vedere, ma sanno osser-vare. La nozione di famiglia viene ridefinita: non più esclusivamente un legame di sangue, ma una comunità possibile tra l’artista, lo spettatore e il figlio desiderato.

Come prologo di questa grande rielaborazione dell’atto performativo, la mostra si apre con il monumentale lavoro Ninna Nanna, Sogni d’Oro (2026), in cui Montini racconta il suo desiderio di addormentarsi tra le braccia di un altro uomo, suo marito, e del loro figlio. Questa è una delle prime opere in cui, un artista italiano, ritrae una famiglia omogenitoriale. L’installazione scultorea solleva questioni urgenti del dibattito odierno sulle varie tipologie di famiglia, tra aspirazione genitoriale e difficoltà, o meglio discriminazione, legale e legalizzata.

Nello spazio esterno della galleria, ci troviamo nel cortile di una casa, in cui Montini prosegue la messa in scena di un ambiente domestico iniziata nella prima sala in cui è protagonista un’azione quotidiana come quella di stendere i panni perché asciughino al sole. Lettera a un* bambin* che non avrò mai (2026) che riecheggia il titolo del leggendario testo di Oriana Fallaci “Lettera a un bambino mai nato” (1975), riafferma lo stesso desiderio di genitorialità che l’artista ci aveva già raccontato nella sua memorabile performance MADRE, realizzata nel 2019 alla South Bohemian Gallery in Repubblica Ceca, dopo che era stata censurata nel 2016 quando era in programma proprio all’Università di Verona.

La documentazione fotografica di LUPA (2016), una performance realizzata da Montini a Palermo, conclude la mostra chiudendo un cerchio di dieci anni esatti in cui l’artista ha raccontato in diversi modi e con diversi media il suo desiderio di maternità. Partendo da istanze personali, tocca temi collettivi e dà voce a tutta la comunità LGBTQIA+ italiana, e ciò che essa sta attraversando in questo periodo storico.

 

Ruben Montini (Oristano, 1986) vive e lavora a Torino.

Considerato uno dei principali esponenti dell’arte Queer in Italia, già nel 2019 Anton Anthonissen ed Evert van Straaten lo hanno incluso in QUEER!? Visual Arts in Europe 1969-2019, testo di riferimento sull’arte queer europea, annoverandolo tra gli artisti che ne stavano plasmando l’evoluzione. Più recentemente, Elisabetta Roncati lo ha inserito nel volume Arte Queer (edito da Rizzoli) come una delle rare voci italiane capaci di indagare profondamente “l’essere queer e la percezione che ne ha la società”. La ricerca di Montini si focalizza soprattutto nell’uso della performance — che richiama la tradizione femminista degli anni Sessanta e Settanta — e pratica tessile, disciplina di cui è Visiting Lecturer presso la Royal School of Needlework di Londra. Attualmente, l’artista sta intrecciando questi due linguaggi, dando vita ad azioni fisiche che interagiscono con soft sculptures e installazioni realizzate insieme al suo studio-assistant, il giovane artista Mattia Ozzy B., o in collaborazione diretta con il pubblico durante performance collettive. I materiali utilizzati per le sue sculture tessili riflettono la stratificazione della sua identità: il broccato sardo, costante richiamo alle radici; i suoi abiti personali, carico di memoria autobiografica; e i tessuti africani e arabi acquistati nel quartiere torinese di Barriera di Milano, crocevia storico di migrazioni e sede del suo studio. Attraverso il proprio corpo — esibito, inciso, ferito e glorificato — Montini alterna vulnerabilità e gesto politico, trasfigurando il dolore individuale in memoria condivisa e denunciando le ferite inferte dal corpo sociale. Fondamentale nella sua poetica è il ricamo, inteso nell’accezione coniata da Rozsika Parker in The Subversive Stitch (1989) e ripresa da Joseph McBrinn in Queering the subversive stitch (2019): sottratto alla tradizione domestica, esso diviene un potente linguaggio di resistenza. Come sottolinea Lorenzo Bernini, il suo lavoro “è politico perché intimo”: il corpo dell’artista si fa mappa, memoria e archivio.

Le sue opere sono state presentate in importanti istituzioni internazionali, tra cui il Museo MAN di Nuoro, il Museum Europäischer Kulturen di Berlino, il Museum Arnhem in Olanda e il Museo Bagatti Valsecchi di Milano.

 

Oscarito Sanchez è un curatore e filmmaker, laureato in Cinema e Comunicazione Visiva. Vive e lavora tra l’Austria e il Messico. Ha diretto i documentari Historias de Concreto, Sinaloa Cowboys e Cercatori di Paradiso, e ha collaborato con artisti e filmmaker internazionali quali Teresa Margolles, Francis Alÿs, Marina Abramović, Regina José Galindo e Carlos Amorales. Con oltre dieci anni di esperienza nel campo dell’arte contemporanea tra Austria e America Latina, la sua ricerca curatoriale si concentra sulla promozione dello scambio culturale intercontinentale e della collaborazione tra artisti latinoamericani ed europei, creando piattaforme di dialogo e di mobilità artistica.

Dettagli

Inizio:
25 Maggio
Fine:
7 Giugno

Organizzatore

Galleria Gaburro

Luogo

Galleria Gaburro
Via dei Mutilati, 7/A, 37122
Verona,
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