Leggere è l’ultimo atto intimo che ci è rimasto.

Vi diranno che le recensioni sono superate, che tutti hanno opinioni; non serve sostanziarle. Parlare di libri, riflettere sulle tre benedette cose (amore, morte, tempo) su cui si allestisce ogni esistenza è un modo per ferire meno le persone. Questo almeno dovrebbe essere l’auspicio guida di chi ancora legge.

Tutto è possibile di Elizabeth Strout
Pagine: 216

Durata: i giorni del mese più invasi dal fallimento

Indicato per: chi ha più sbagli da esporre che vittorie

Dentro troverete: Il rossetto messo sulle labbra per apparire meno disfatti, un tappeto lavato per la prima volta dopo dieci anni di polvere e pantofole solitarie, l’incontro sempre atteso e l’ansia di non saperne sopportare la portata. Mi è capitato, una volta con mio nonno. L’ho aspettato tutta la vita e non sapevo più cosa dirgli.

Perché: Risponde senza rispondere a quella domanda che tiene dentro Bridget Jones, noi e il benzinaio di fronte: come si colma la propria inadeguatezza? E dunque, in sostanza, come va organizzata la sofferenza che deriva dal sapersi “mal riusciti”? Elizabeth Strout dice come provarci con un romanzo composto da racconti che sono solo le voci di personaggi diversi, rimate in una partitura unica, tutte giocate sul precipizio. Lo scenario, sfondo assolutamente protagonista, è la provincia americana, dolente e indistinta platea di osservatori così come lo è ogni luogo ordinario da cui si proviene e da cui non si riesce a prescindere. C’è Lucy Barton, scappata lontano con una carriera di scrittrice e un ruolo sociale come cesure forti, mai definitive, dell’infanzia deragliata. E poi il fratello Pete, l’adulto-bambino rimasto nella casa dei genitori, che ha timore pure ad andare dal barbiere a tagliarsi i capelli perché non sa bene come ci si deve comportare, come funziona: «dovevo lasciare la mancia, secondo te?». E Vicky che è tutta sbagliata, il riassunto delle strade non prese e per questo così stanca, ma capace di commuovere quando si mette il rossetto sulle
labbra perché sta ritornando, per una visita fugace, la sorella “riuscita”, che fa la scrittrice, che ha messo insieme un libro sulla loro infanzia di miseria, di solitudine, di distese di mais e rancore. Chi scrive è una che
nel 2009 ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa con “Olive Kitteridge”. “Tutto è possibile” è il suo sesto romanzo e come gli altri contiene la sua poetica, immutata libro dopo libro. «Quello che mi tocca veramente è la sofferenza, perché in generale sono sempre interessata alle modalità con cui le persone riescono a sopravvivere alle proprie ferite». Le sue frasi sono pulite e chiare perché «il lettore deve avere spazio per inserire il proprio vissuto».


Come hanno detto in tanti, questo romanzo tiene insieme storie e dolori distanti con il collante che sigilla, in fin dei conti, tutte le vite: «il sogno di essere compresi». Si è sempre, spesso in forme segrete, falliti, disarmati, ridimensionati di fronte alle proprie aspirazioni. «La vita può lasciare senza fiato», e dio solo sa quanto si è reticenti nell’ammetterlo. Ma il sentirsi capiti, anche nello spazio di una confidenza, di una frase altrui, può essere l’unguento e l’inizio di ogni guarigione. Il miracolo della comprensione è quello che mette in scena la scrittrice americana, senza lesinare sulle spietatezze, le indecenze, i ricordi. «Siamo tutti quanti un casino, e anche se ce la mettiamo tutta, amiamo in modo imperfetto». Eppure, quante volte, dopo averti spezzato, la vita sa accarezzarti con piccoli stati di grazia che, nonostante la fine di ogni cosa, ancora fanno essere possibile tutto.

Miryam per Salmon

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