Di Antonio Guercio

Nel 2019 TEDx lancia un’iniziativa di portata globale con l’obiettivo di portare al centro del dibattito internazionale la questione vitale del cambiamento climatico. Il nuovo progetto si chiama TED COUNTDOWN. L’obiettivo di TED Countdown, come l’obiettivo di TED fin dalla sua nascita negli anni ’80, è portare all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale idee rivoluzionarie, progetti innovativi e soluzioni che non hanno ancora ricevuto attenzione e investimenti sostanziosi. Attraverso la combinazione di talk, eventi, podcast, workshop, laboratori e strumenti multimediali di ogni tipo, TED Countdown ha attirato figure chiave e professionali di alto livello da ogni campo e settore e permesso loro di incontrarsi e discutere. Leader politici, scienziati, psicologi, attivisti, artisti, personalità dello spettacolo, imprenditori e associazioni culturali hanno trovato uno spazio che permettesse un autentico flusso e un circolo di informazioni. La scelta del nome Countdown mira a evidenziare la crescente mancanza di tempo.

Nel 2018, l’anno prima della creazione di TED Countdown, il Doomsday Clock (L’orologio dell’Apocalisse), l’orologio simbolico che segna in maniera metaforica la quantità di minuti che rimane all’umanità prima della sua “fine”, si è spostato di 30 secondi in avanti verso la mezzanotte. La motivazione degli scienziati è stata l’incapacità delle leadership politiche di tutto il mondo di affrontare il rapido cambiamento climatico. Così come le lancette dell’orologio sono sempre più vicine alla mezzanotte, allo stesso modo la scelta del nome “Countdown” è un monito che ci avverte di come ci stiamo avvicinando sempre di più a un punto di non ritorno. La linea dell’orizzonte degli eventi oltre cui ogni sforzo, ogni decisione, ogni scelta di politica ambientale sarà vana è sempre più vicina.
Da anni gli scienziati ci stanno avvertendo del pericolo in corso per tutta l’umanità; dei pericoli concreti e consistenti che il cambiamento climatico rappresenta per la nostra salute, per il nostro benessere psico-fisico, per le nostre città, per il nostro cibo, per la nostra quotidianità. Il pianeta Terra, una casa che ospita la nostra specie da milioni di anni, è ora messo in pericolo dall’industria pesante delle società civilizzate.
Dopo mesi di attesa dall’annuncio, domenica 23 novembre, il countdown è finito. Per fortuna è finito solo il tempo di attesa per il TEDxVerona. Per salvare il clima abbiamo ancora un po’ di tempo (forse).
Il TEDx Countdown di Verona fa parte di una serie di incontri verticali che si sono tenuti e continuano a tenersi, e che si concentrano sulla discussione approfondita ed eterogenea di un unico argomento con gli interventi di diversi specialisti da ogni campo.
Abbiamo incontrato Francesco Magagnino Presidente TEDxVerona, ambasciatore di TEDx in Italia e Coordinatore nazionale e gli abbiamo chiesto cosa rappresenta il primo evento TEDx Countdown a Verona: [Il TEDx Countdown] è un punto di attraversamento. Noi siamo a Verona dal 2013, da tantissimi anni. Abbiamo fatto tantissimi eventi, di tipi diversi. Nell’ultimo anno e mezzo abbiamo messo tutta la nostra energia per lanciare questi verticali tematici. Questo è uno di questi. C’è stato il Women qualche mese fa [TEDxVerona Women tenutosi l’1 dicembre 2024]. Tra qualche mese ci sarà un verticale sull’intelligenza artificiale [sempre a Verona]. Il mio desiderio è di riuscire a lanciare un verticale sul food, sull’alimentazione. Verona credo sia il luogo ideale per eventi di questo genere. Stiamo proseguendo un cammino che ha cambiato forma negli anni, e speriamo di andare avanti così.

La scelta di ospitare un TEDx Countdown a Verona è una scelta importante e di grande rilevanza politica in una città ad alto inquinamento come Verona. Una città che negli ultimi anni è stata testimone di un importante intensificarsi di fenomeni meteorologici estremi, come ondate di calore e alluvioni, e di una maggiore imprevedibilità nelle precipitazioni. Secondo l’ARPAV (Agenzia per la Prevenzione e Protezione Ambientale del Veneto), tutto il Veneto è stato vittima di un aumento della temperatura di + 0.57 °C per decennio dalla fine degli anni ’90. Per confronto, il trend di crescita globale per le terre emerse stimato dal NOAA (Amministrazione nazionale per l’oceano e l’atmosfera, USA) per lo stesso periodo è pari a +0.38 °C per decennio. Infatti, secondo Francesco Magagnino, la città di Verona ha dei temi legati a queste questioni. Il nostro ecosistema geografico è un ecosistema con delle complessità. [Per questo] c’è la necessità di sensibilizzare e di portare un punto di vista diverso che non sia solo recriminatorio ma anche propositivo.
Gli eventi TEDx in italia sono sempre più partecipati. Nel tempo sono diventati un punto di riferimento per l’opinione pubblica, non solo per i più giovani navigatori del web che hanno scoperto i TED Talks grazie a Youtube, anche prima che arrivasse in Italia, ma anche per persone più anziane che hanno poca dimestichezza con i Social. L’immensa e costante partecipazione a questi eventi, secondo Francesco Magagnino, fa parte de l’esigenza umana di stabilire la necessità e la voglia di incontrarsi, la necessità di trovare luoghi di confronto. TEDx parla a un pubblico eterogeneo di giovani ma non solo. E in Italia è cresciuto e sta crescendo in modo incredibile. Siamo il paese al mondo con la maggiore densità di TEDx, ce ne sono più di 200.
L’evento sul palco è stato presentato e condotto dalla giornalista professionista Letizia Triglione, incaricata di introdurre gli otto speaker che si sono succeduti nel corso della serata. L’intero TED Countdown si è suddiviso in 4 atti: il primo, l’Acqua; il secondo, la Terra; il terzo, il Fuoco; e l’ultimo, l’Aria.

Il primo intervento del primo atto è stato di Renato Nitti, magistrato e procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Trani, che ha maturato una lunga esperienza nella Direzione Distrettuale Antimafia di Bari e in diversi pool investigativi su reati societari, ambientali e contro la pubblica amministrazione. Il Procuratore di Trani ha spiegato come nel società occidentale, e soprattutto nella nostra penisola, la lacuna che aggrava gli effetti del cambiamento climatico è una lacuna di tipo legale e logistico.

I governi europei e nordamericani hanno sempre raccontato nel corso del XXI secolo di trattare, smaltire e riciclare tutti i rifiuti prodotti nelle varie zone urbane dei paesi. Le dichiarazioni delle varie leadership occidentali erano contornate da politiche simboliche di greenwashing che miravano a dare l’illusione all’opinione pubblica di aver trovato la soluzione di fronte all’immensa produzione di rifiuti. In realtà, gli stati non hanno fatto altro che nascondere lo sporco sotto il tappetto, celando la propria incapacità e impreparazione di fronte alla mole imponente di rifiuti che le persone del primo mondo continuano a produrre. Il tappeto sotto cui nascondere i rifiuti era la Cina, e lo sporco erano la plastica, la carta e i metalli raccolti in Europa e in America del Nord. Ma il primo gennaio 2021, dopo una serie di restrizioni legali mirate a ridurre il traffico, la Cina ha definitivamente chiuso le proprie porte ai rifiuti importati dall’occidente. Per anni la potente macchina industriale cinese ha sfruttato l’importazione di rifiuti non differenziati, come plastica, metalli, tessuti e carta, per alimentare le proprie produzioni. Ma dal 2021 ha deciso di creare i rifiuti per alimentare la propria industria in totale autonomia.
L’Europa e gli Stati Uniti si sono così ritrovati con milioni di tonnellate di rifiuti da smaltire; questo ha causato un cambiamento nella destinazione dei flussi dei rifiuti. Il mercato mondiale del riciclo ha spostato i suoi flussi verso altri paesi del terzo mondo come Vietnam, Malesia e Thailandia, che li usano per la loro produzione di tessuti materiali riciclati importati dall’Europa e dal Nord America. Oppure verso la Turchia e i Paesi del Nord Africa.
Le decisioni politiche ambientali irresponsabili prese dai grandi stati hanno ripercussioni importanti sulla vita degli stati più piccoli e indifesi. I piccoli stati insulari del Pacifico come Vanuatu, Fiji e Samoa hanno formalmente richiesto alla Corte Penale Internazionale di classificare l’ecocidio tra i crimini perseguibili al pari del genocidio e dei reati di guerra. L’innalzamento del livello del mare causato dal cambiamento climatico è per Vanuatu, Fiji e Samoa una questione «di vita o di morte». Concreto è il rischio che i loro arcipelaghi sprofondino lentamente negli abissi sparendo per sempre dalle cartine geografiche. E la Corte Penale Internazionale ha formalmente decretato che “Gli stati hanno l’obbligo di contrastare il Climate Change”
In Italia la chiusura del traffico di rifiuti verso la Cina e l’eccesso di rifiuti raccolti e importati ha portato ad una serie di conseguenze. La maggior parte delle aziende non riesce a sobbarcarsi un costo così grande per lo smaltimento dei rifiuti; decide quindi di smaltirli in maniera illegale. Dal 2014 la percentuale di roghi di rifiuti in Lombardia, nella zona attorno a Pavia, è aumentata vertiginosamente, portando ad un vero e proprio business redditizio per la criminalità organizzata.

Di fronte a questo scenario si rivela una delle grandi contraddizioni del nostro tempo. Da una parte il costante progresso e l’innovazione dei nostri mezzi di produzione, il miglioramento del nostro stile di vita e dall’altra l’effetto collaterale dei progressi condotti. La città simbolo di questa contraddizione è Taranto. L’Ilva di Taranto è l’acciaieria più grande d’Europa con quasi 18.000 posti di lavoro. Un luogo che ha portato progresso, innovazione e crescita economica, ma dall’altra parte ha causato numerose sofferenze e malattie alla popolazione locale.
La soluzione di questa contraddizione tra, da una parte, l’innovazione e il progresso e, dall’altra, il danno ambientale è uno dei nodi centrali nella lotta al cambiamento climatico.
Il secondo intervento del primo atto è stato di Gerardo Semprebon, architetto e ricercatore presso il Politecnico di Milano, esperto di architettura contemporanea e strategie di progetto per la rivitalizzazione di insediamenti rurali. La sua esposizione ruota attorno a una domanda apparentemente banale ma importante: Siamo capaci di dialogare con i materiali

L’architetto di Milano sale sul palco portando con sé un mattone. Lo trascina fino al centro del palco, intrattenendo con lui un bizzarro dialogo. “Che cosa vuoi, mattone?” chiede Semprebon al mattone. E il mattone risponde: “Vorrei essere un arco”. “Gli archi sono costosi; potrei usare un architrave di cemento su di te. Che ne pensi?”. E il mattone dice “… vorrei essere un arco”. Gerardo Semprebon non è impazzito e non sta realmente parlando con un mattone. Il suo intento è citare una famosa lezione tenuta da Louis Kahn, un influente architetto statunitense che ha segnato profondamente l’architettura moderna americana del XX secolo. In una sua lezione Louis Kahn intrattiene la stessa bizzarra conversazione di Gerardo Semprebon. Khan ha sempre insegnato ai suoi studenti l’importanza e il bisogno di consultare la natura, perché la materia ha un’anima, e i materiali naturali hanno un modo speciale di mischiarsi.
Uno degli architetti che più di tutti ha raccolto il messaggio di Louis Kahn è l’architetto cinese Liu Jiakun, vincitore proprio quest’anno del premio Pritzker, il più prestigioso premio di architettura.
La Cina del XXI secolo è il cuore pulsante del progresso tecnologico. Ogni anno nuove notizie di formidabili invenzioni provenienti dall’Asia invadono le pagine dei nostri giornali. Ma anche nell’architettura la Cina non è rimasta a guardare. La Cina ha vissuto un progresso architettonico e urbano straordinario negli ultimi 20 anni, guidato da una rapida crescita economica che ha trasformato profondamente le sue città. Il panorama architettonico cinese oggi è un mix di innovazione futuristica e rispetto per la tradizione culturale, con megalopoli altamente innovative che uniscono natura, cultura e tecnologia con sostenibilità ambientale. La Cina in soli tre anni ha consumato 1,5 volte più cemento rispetto agli Stati Uniti nell’intero XX secolo. Questo consumo eccezionale di materiali da costruzione ha scandito il passaggio della Cina da una nazione rurale a una delle maggiori potenze urbanizzate e industrializzate del mondo.

L’architetto Liu Jiakun è stato fra i principali contributori al progresso architettonico della Cina e all’urbanizzazione delle zone rurali. Nel 2008 nella contea di Wenchuan, nella provincia di Sichuan, un terremoto di magnitudo 7,9 distrugge interi villaggi e città, edifici che si sgretolano e si disseccano. Il terremoto, il più forte dal 1976, causa oltre 69 mila vittime e 5 milioni di sfollati. Liu Jiakun decide di non rimanere a guardare e si dirige nella contea di Wenchuan per aiutare la popolazione locale a ricostruire le città e i quartieri distrutti. Per farlo, Liu Jiakun, per ricostruire le abitazioni, decide di riutilizzare le macerie causate dal sisma delle vecchie abitazioni distrutte. Le macerie vengono combinate con fibre di paglia e cemento per produrre mattoni, pensati come dimostrazione di resilienza della comunità. I mattoni risultanti vengono chiamati “mattoni della rinascita”. Liu Jiakun rivoluziona il concetto di urban mining, il processo di recupero e riutilizzo dei rifiuti urbani, utilizzandolo per ricostruire le città e le abitazioni.
Lia Jiakun utilizzando ogni materiale al suo massimo potenziale, dialogando con i materiali, ha dimostrato che il quotidiano può essere reinventato, e che il cambiamento climatico non ci impone di rinunciare a costruire.
Quando sale sul palco Giulio Bassanese, forager esperto e docente nel raccoglimento di piante, inizia il secondo atto dedicato all’elemento della terra.

Giulio Bassanese è una figura di riferimento nel campo delle erbe selvatiche ed è ampiamente seguito sui social da un pubblico molto vasto. E appena salito sul palco mette subito in evidenza una contraddizione della nostra vita di tutti i giorni. Alternando delle immagini di brand famosi con immagini di erbe selvatiche, risulta subito evidente come per noi sia più semplice e immediato riconoscere il logo di una catena di fast food o di una Big Tech invece di una pianta di tarassaco. Eppure per la nostra sopravvivenza in queste dovrebbe essere di importanza vitale sapere riconoscere piante selvatiche di cui potremmo nutrirci. Come siamo giunti a questo paradosso?
Le piante sul nostro pianeta finora scoperte e catalogate sono più di 400 mila, di queste 35 mila sono commestibili. Un numero enorme, e quasi inimmaginabile. Eppure di questa grande quantità di piante commestibili solamente 12 sono responsabili del 75% di tutto sul mercato mondiale. Mentre solamente 3 sono responsabili del 60%. Il potenziale nutrizionale fornito dal nostro pianeta è più che soddisfacente per il nostro villaggio globale in continua espansione, quella che sembra una mancanza di risorse è in realtà una mancanza di capacità nello sfruttare adeguatamente tutte le risorse forniteci. Le piante selvatiche commestibili sono una risorsa tutti i giorni a portata della nostra mano, pronte per essere consumate.

La seconda parte dell’atto dedicata alla Terra è dedicata ad una prospettiva sul pianeta Terra da fuori il pianeta Terra.
Elena Luciani è una nutrizionista che collabora con l’Agenzia Spaziale Italiana per studiare come l’alimentazione possa sostenere la fisiologia umana in condizioni estreme, in particolare in assenza di gravità. Attraverso il suo approccio interdisciplinare Elena ha spiegato come il cibo non sia solo una mera questione nutritiva, fisiologica o di sopravvivenza, ma un qualcosa che trascende tutti i nostri bisogni primitivi. Il cibo è prima di tutto memoria, cultura, tradizione, un elemento insostituibile della nostra quotidianità. Il cibo fa parte della nostra identità, e in ogni momento della nostra vita lo colleghiamo a ricordi e ad esperienze importanti e significative della nostra storia.

Portare il cibo nello spazio pone una serie di gravi problematiche come: il sapore smorzato dei cibi liofilizzati, la lunga conservazione a cui devono essere sottoposti, i limiti di peso e volume per il trasporto sulle navicelle e l’effetto che hanno sulla mente e sulle emozioni. Gli astronauti sperimentano in prima persona i disagi collegati alla mancanza di cibo tradizionale e gli effetti che possono avere sulla loro psiche. Ma l’espansione del settore aerospaziale sta anche portando con sé nuove soluzioni per la produzione di cibo in modi ecosostenibili.
In particolare, un’iniziativa guidata dall’agenzia spaziale italiana, chiamata progetto Moon Rice, ha l’obiettivo di sviluppare varietà di riso speciali, chiamate “super nane”, adatte alla coltivazione in ambienti spaziali estremi come future basi lunari, garantire una maggiore quantità di cibo, sviluppare colture resilienti e trasferire la conoscenza acquisita. Il progetto mira a creare piante di riso compatte, ad alta produttività e con arricchimento proteico per compensare la mancanza di carne fresca nello spazio. I risultati preliminari mostrano che le varietà mutanti di riso sono promettenti sia per dimensioni sia per produttività, con positive simulazioni per la crescita in microgravità. Oltre al contributo alla colonizzazione spaziale, le tecnologie sviluppate potrebbero avere applicazioni terrestri in ambienti estremi come deserti o poli artici.
L’importanza delle ricerche spaziali condotte al di fuori della Terra risiede nel loro merito di beneficiare degli sviluppi e dei risultati di tutto il pianeta Terra. E gli studi condotti per creare sostenibilità stanno già portando a diverse soluzioni pratiche. Fra queste, una delle più incredibili, ideata dalla stessa Elena Luciani, è il vino in capsule edibili.
Insomma, possiamo dire che il futuro del cibo passa dalle stelle.
Finito il secondo atto della terra, inizia il terzo, dedicato all’elemento del fuoco. Un atto in cui a farlo da padrone saranno le intense storie personali dei loro narratori.
La prima storia ci viene raccontata da Filippo Piluso, conosciuto con lo pseudonimo di Fill Pill, stand-up comedian e divulgatore sul tema della sostenibilità. Fin dal suo esordio nel 2022 ha portato sul palco i temi della sostenibilità ambientale, usando l’ironia e il sarcasmo per parlare del cambiamento climatico in corso. Uno degli elementi che hanno caratterizzato la sua vita fin da ragazzo è sempre stato l’eco ansia.

L’ecoansia, o ansia climatica, è una forma di disagio psico-emotivo legata alla consapevolezza e alla preoccupazione per il cambiamento climatico e la crisi ecologica globale. Molti giovani della generazione Z manifestano sentimenti intensi di paura collegati a un senso di impotenza e preoccupazione per il futuro del pianeta e delle nuove generazioni. L’eco ansia che grava sulle nuove generazioni comporta anche un senso di responsabilità nel compiere delle azioni concrete nella lotta al cambiamento climatico, al disastro ecologico in corso e un dovere nel sensibilizzare l’opinione pubblica sull’urgenza di tale argomento.
Filippo racconta come anche lui, fin dalla giovane età, sia stato vittima dell’ecoansia, di notti passate insonne, divorato dalla paura di fronte a qualcosa di più grande di lui. E nei suoi momenti di personale crisi emotiva ha scoperto però nell’eco ansia una risorsa. Sebbene l’ansia sia qualcosa che ci logora e ci divora da dentro, non averla sarebbe molto peggio. L’eco ansia, come racconta Fill Pill, può essere trasformata da un blocco o da un ostacolo alla nostra vita in carburante delle nostre azioni.
Il secondo racconto è quello di Anna Laura Migliorati, coach e mentore della femminilità consapevole. Ambasciatrice della Fondazione Cuore Verde in Costa d’Avorio e in Senegal.

Anna Laura è partita per un viaggio esperienziale in Senegal, insieme alla Fondazione Cuore Verde, con l’obiettivo di combattere la desertificazione in uno dei luoghi più aridi e deserti del pianeta. La missione è stata quella di creare la Grande Muraglia Verde del Senegal. Una muraglia verde di vegetazione lunga 8 mila chilometri e larga 15 mila per contrastare gli effetti indotti dal cambiamento climatico.
L’impresa della fondazione non si è rivelata fin da subito semplice. Fin dal suo arrivo in Senegal, nella capitale di Dakar, il paese si è presentato sommerso dai rifiuti, senza alcun tipo di prevenzione igienica e sanitaria. Le temperature desertiche e l’afa rendevano molto frequenti colpi di calore e svenimenti. E ancora non erano arrivati nella zona in cui avrebbero dovuto iniziare a piantare i semi. Saliti sul bus e proseguito il viaggio fino alla destinazione, il clima si è presentato ancora più secco e arido. La mattina bisognava svegliarsi presto, prima del sorgere del sole, per lavorare il più possibile prima dell’arrivo del caldo torrido. Ma il terreno era duro come roccia, quasi impossibile da scavare per piantare i semi. Le pale rimbalzavano a contatto con la terra. Difficile non scoraggiarsi di fronte agli ostacoli posti da quello stesso ambiente che si stava cercando di salvare. Ma durante una notte avviene un evento miracoloso, in quella zona di mondo desertica e arida un forte acquazzone piove sulla distesa incolta e sterile del Senegal, rendendo il terreno fangoso e facile da scavare. La mattina seguente anche le temperature torride e insopportabili si erano abbassate. Il prodigioso evento avvenuto davanti ai loro occhi ha rianimato gli spiriti abbattuti della fondazione del cuore. Un evento, che come dice Anna Laura, insegna a credere nei miracoli.
La Grande Muraglia Verde non è solo un simbolo nella lotta all’inaridimento della terra; i suoi effetti a oggi sono più che concreti. Grazie alla Grande Muraglia Verde, che copre 18 milioni di ettari piantati, sono state riassorbite 250 milioni di tonnellate di anidride carbonica. Inoltre, la Grande Muraglia Verde ha contribuito a creare più di 350 mila posti di lavoro, contribuendo così a creare una forte stabilità sociopolitica all’interno dei vari paesi. E mitigando i conflitti bellici legati all’uso e allo sfruttamento delle risorse naturali. Quando c’è sicurezza alimentare e sicurezza sociale le persone smettono di farsi la guerra.

Inizia l’ultimo atto, l’atto dell’acqua.
Elisabetta Faggiana è un’imprenditrice eclettica con oltre 20 anni di esperienza nel marketing e nella gestione d’impresa, è specializzata in Turismo Responsabile e Relazionale. E una delle sue maggiori preoccupazioni è il danno ambientale che l’over tourism sta creando al clima e il danno socio-economico al nostro paese.

Il turismo di massa sta portando in molte città italiane alla scomparsa di numerose attività tradizionali. La crescita delle grandi aziende nel campo del turismo sta sempre più tenendo nell’ombra le attività tradizionali a conduzione familiare del paese, che hanno sempre più difficoltà a farsi conoscere in un settore sempre più digitalizzato. L’over tourism è responsabile dell’8 per cento delle emissioni di anidride carbonica globali.
In Italia circa il 75% dei turisti visita solo il 5% del paese, concentrandosi prevalentemente sulle grandi città d’arte come Roma, Firenze, Venezia e Milano, e sulle località marine o di montagna più famose. Basti pensare che a Venezia ci sono 47 turisti per ogni abitante del luogo, a Bolzano, a 69. Questo fenomeno evidenzia una distribuzione molto disomogenea del turismo, dove alcune aree sono estremamente sovraffollate mentre molte altre zone, pur ricche di patrimonio storico, culturale e naturale, ricevono una quota molto limitata di visitatori.
Questo squilibrio è dovuto in gran parte alla maggiore visibilità e accessibilità delle principali mete storiche e culturali, la presenza di infrastrutture turistiche più sviluppate, e l’attrattiva consolidata di alcune destinazioni rispetto ad altre meno conosciute o meno promosse. Questo dato ci fa riflettere sull’importanza di una politica turistica che promuova un turismo più sostenibile e diffuso, valorizzando territori meno visitati per ridurre la pressione su quelli più affollati.
Elisabetta vede il paese e il suo territorio come una grande biblioteca: molti libri sono consumati e con le pagine logorate dal perenne uso che se ne è fatto, mentre altri sono ancora intatti, pronti per essere scoperti. Proprio qui interviene il bibliotecario, il cui compito è quello di indirizzare il pubblico verso libri che aspettano di essere scoperti e letti. Elisabetta, in virtù di ciò, sta portando avanti un’importante battaglia di mappatura delle aziende tradizionali nascoste dalla digitalizzazione. La sua missione nasce da una necessità importante e fondamentale nel settore del turismo, di cui ogni giorno facciamo esperienza, cioè la dispersione e la variazione delle principali mete del turismo.

Elisabetta per concludere dà 5 consigli importanti che ogni viaggiatore consapevole deve rispettare.
Il primo consiglio è di scegliere con consapevolezza; non bisogna farsi ingannare da pubblicità e costi troppo vantaggiosi. I costi così bassi per un hotel o un Airbnb sono ciò che sta facendo sparire le attività tradizionali.
Il secondo consiglio è quello di entrare in punta di piedi ovunque andiamo; dobbiamo sempre tenere a mente che siamo ospiti. Non limitiamoci a scattare delle foto, ma interessiamoci sinceramente al luogo in cui siamo.
Il terzo consiglio è quello di viaggiare per se stessi e non per gli altri. Non scegliamo un luogo solo perché sappiamo che è molto in voga, o perché si presta molto a foto e video.
Il quarto consiglio è quello di misurare il nostro viaggio in incontri, non in checklist. Alla fine di ogni viaggio, quando torniamo a casa, valutiamolo sulla base delle persone che abbiamo conosciuto e delle storie che abbiamo ascoltato.
L’ultimo consiglio è quello di rispettare e non consumare.
La serata è pronta a concludersi con l’ultima esibizione dell’ultimo atto.
Sul palco sale la band indie-rock Loren. Una band fiorentina nata nel 2018 dalle ceneri degli Amarcord, con una nuova formazione e un’evoluzione musicale verso un electro-pop e un indie-rock in italiano dal sound internazionale. Il loro album di esordio Loren (2018), prodotto in collaborazione con artisti legati a Lo Stato Sociale e registrato allo Zoo Studio di Luciano Ligabue, ha ottenuto ottimi riscontri dalla critica ed è stato promosso con videoclip e un tour nelle principali città italiane. La band parla di come la crisi dell’ambiente musicale sia collegata alla crisi dell’ambiente naturale.

Negli ultimi 20 anni la digitalizzazione di numerosi servizi ha colpito anche il settore musicale, portando ad una svalutazione delle canzoni all’interno del mercato musicale. Se molti anni fa il valore di una sola canzone all’interno di un CD era di circa €2, oggi il valore di una canzone su Spotify, la più grande piattaforma di streaming musicale, è di €0,0000001.
L’impatto ambientale dell’industria musicale e della digitalizzazione è anch’esso, insieme ad altri settori, importante nella sua complessità. La produzione fisica di supporti come CD e vinili richiede risorse naturali e genera inquinamento, ma l’aumento dello streaming, pur riducendo l’uso di materiali plastici, comporta un alto consumo energetico dovuto alla trasmissione, memorizzazione e elaborazione di dati musicali su server e dispositivi digitali.
Un’ora di ascolto in streaming produce circa 55 grammi di CO2, equivalente a mezzo chilometro percorso in auto a benzina. Nel 2024, solo Spotify ha prodotto circa 195 milioni di kg di CO2, equivalente all’impatto di 42.000 auto in un anno.
Tra i vari effetti che la digitalizzazione dei servizi ha portato c’è anche la perdita della capacità di scegliere. I servizi di streaming musicali e televisivi danno l’illusione a chi ne usufruisce di avere la possibilità di scegliere all’interno di un catalogo di prodotti potenzialmente infiniti. Ma si può realmente scegliere di fronte a un numero così grande di prodotti? Davanti a così tanta scelta, gli utenti finiscono per affidarsi playlist precompilate basate appositamente sugli interessi di mercato, escludendo così realtà che hanno difficoltà a farsi notare al grande pubblico.
All’interno della nostra società sta avvenendo una trasvalutazione negativa dei valori, secondo cui alberi pluricentenari necessari alla nostra sopravvivenza vengono giudicati di valore inferiore rispetto ad oggetti creati con quegli stessi alberi.
I Loren concludono la serata TEDx Countdown con un’esibizione musicale che si rivela essere un inno alla paura. A non lasciarsi bloccare dall’ansia del cambiamento climatico, dalle immagini che ogni giorno affollano il nostro telefono. Il countdown è ancora in corso, ma il tempo non è ancora finito. Siamo ancora in tempo per lasciare un mondo migliore non ai nostri figli, ma ai nostri genitori. Possiamo ancora fare in modo che i nostri genitori lascino questo mondo con la consapevolezza di aver lasciato un posto migliore, destinato a vivere ancora a lungo.


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