Diario di bordo ep. 5.

Ultimo appuntamento della stagione, magari poi ci rivediamo a Settembre. A coronare questa serie di chiacchierate, di miei pensieri e mie opinioni delle quali non ve ne frega un ca-, vi metto quest’ultima: alcune delle cose che più mi piacciono al mondo.

L’odore della pioggia, il caffè appena sveglia, il vento che muove i fiori e le piante, le nuvole al calar del sole, gli scorci dei centri storici.

Ma che bello è riscontrare differenti odori, sapori, panorami in ogni posto?

Andiamo con ordine seguendo i sensi.

Il naso. 

Ogni posto odora in un modo, diverso per tutti.

Di cosa vi odora Verona? Verona per me ha quel bellissimo odore di quelle maledette foglie degli alberi che fanno da merletto per tutti e due i lati del lungofiume, quelle che mi hanno fatto scivolare innumerevoli volte quando pioveva (maledette per questo motivo). Le ho viste per quattro stagioni. Crunch-crunch d’autunno, verdissime in primavera, per terra bagnate d’inverno, salvezza d’estate perché fanno ombra. 

Diversissimo è l’odore che percepisco di Lecce. Non so se è proprio un odore, ma è come se lo respirassi. O forse è proprio inodore: l’odore di Lecce per me è quell’arietta calda che ti entra nei polmoni quando le giornate si stanno allungando e alle 18 sai che puoi fare un giretto tranquillo nel centro storico. Il sole è tiepido, sta illuminando metà rosone di Santa Croce che è tutta dorata, splendente, sembra che a fare luce sia lei. Per me questo è un odore. Probabilmente nel mezzo passerà  anche odore di fritto perché nei bar stanno preparando i rustici.

Manterrò come punto centrale il fiume, perché non ho mai vissuto in una città con il fiume.

Seguiamo adesso gli occhi.

Se li chiudo, l’immagine di Lecce che mi viene in mente è quella che vi ho descritto prima. Il dorato, il sole delle 18 e via dicendo. Vedo anche la piazza centrale con la colonna con sopra la statua del Santo Patrono (fantasma, perché l’hanno tolto).

Se mi viene invece chiesto di pensare a Verona penserò a quello che si vede se cammini su ogni ponte, da Ponte Navi in poi: il resto del lungofiume, Castel San Pietro, la corrente dell’acqua che a me pare sempre ferma, le persone che non hanno capito che su quei marciapiedi non si può camminare in fila per sei col resto di due e ogni volta mi tocca cambiare lato. 

Le orecchie.

Palesemente lo scroscio dell’acqua. Mi piace di più questo che quello del mare, sapete perché? Perché non si ferma mai, è continuo, instancabile. 

Al contrario, se mi concentro bene, di Lecce riesco a sentire soltanto quel fastidioso rumore del chiacchiericcio delle rondini quando è primavera. Volano da una parte all’altra, impazzite, urlano che neanche senti le parole della persona che ti sta parlando davanti.   

La bocca.

Del cibo abbiamo abbondantemente parlato la scorsa volta: soltanto le mie papille sa quanto mi mancano pasta frolla e crema calda del pasticciotto, unite insieme in amore e malattia, nella buona e cattiva sorte.

Al contrario, le stesse papille hanno pianto quando ho assaggiato la polenta. (Scherzo, avete cibi meravigliosi anche voi).

I polpastrelli. 

Sento pietra, da entrambe le parti. Qui è fredda, dura, romana, austera, appuntita.

Dall’altro lato invece è pietra Leccese, calda, tondeggiante, gessosa, ti sporca in un secondo se per caso ti viene in mente di appoggiarti al muro. 

Il sesto senso qual è invece? Sono i sentimenti, le emozioni, le percezioni. 

Da perfetta malinconica sento la mancanza di Verona quando sono a Lecce. Quando sono qui, mi manca casa mia. Come fai a vivere così? Ti affidi ai sensi sopra descritti e a tutto quello che di meraviglioso possono aggiungere alla tua persona: i ricordi.

 

         

 

Grazie per avermi seguita e letta in questo piccolo progetto del diario, spero vi sia piaciuto e, come detto prima, magari ci rivediamo a Settembre.

Con affetto, 

Aurora