Tre parole, giusto tre, su Homicide House
SALMON PER FUCINA CULTURALE MACHIAVELLI
Sabato 10 febbraio Fucina Culturale Machiavelli ospita Homicide House della compagnia MaMiMò di Reggio Emilia, per la stagione teatrale #PaesaggiUmani. Lo spettacolo è arrivato sulla scena vincendo il premio Tondelli nel 2013 e da quattro anni gira l'Italia ininterrottamente.
A noi, più che la fama, stuzzica il titolo. Quindi abbiamo scambiato tre parole con il regista Marco Maccieri. In giallo-salmone dorato il nostro inquisitore.
Homicide House: puoi descrivermelo in tre parole?
È una fiaba noir contemporanea che parla della conoscenza fra le persone e del ruolo della verità nella vita di ognuno di noi.
In realtà, intendo: se dovessi proprio scegliere tre parole?
Direi, sicuramente, “verità”, “società” e “contemporaneo”. In realtà, poi le unirei tutte in un’unica parola, cioè “coscienza”.
Importante...
Sì, perché io vedo questo spettacolo come se fosse un dialogo fra le parti della nostra coscienza.
E quali sono?
Una parte è la narrazione dell’amore romantico: amore, vita di coppia, famiglia si uniscono tutte in un unico idillio. C’è una parte più cinica, la parte del rapporto professionale, che non guarda in faccia a nessuno ma guarda al successo e ai risultati. Poi c’è un’altra parte, quella vile-utilitaristica che ci fa scendere a compromessi anche molto bassi pur di ottenere vantaggi personali. E poi c’è l’ultimo personaggio, quello coi tacchi a spillo, quel fondamento della nostra coscienza che vuole rimanere a tutti i costi fedele a se stesso, alla sincerità e alla verità; si sente impuro quando tradisce questo ideale. Questi sono anche i quattro personaggi della pièce.

C’è una scena di cui sei registicamente molto soddisfatto?
Per rendere tutto questo, la difficoltà era non cadere nel realismo, non fare diventare quotidiana la vicenda. Quindi abbiamo sfruttato il linguaggio del fumetto e, dal punto di vista della regia, la scena in cui si entra nella Homicide House, cioè a casa dei tacchi a spillo, è stata una bella trovata. Insieme allo scenografo e al tecnico delle luci luci abbiamo realizzato la scena come fosse una graphic novel. Cioè: [spiegazione che abbiamo deciso di non spoilerare]. Questo momento thriller diventa così non solo un fatto realistico, ma anche concettuale.
Anche se in parte hai già risposto, quali riferimenti avete?
I riferimenti sono dai più alti ai più pop. I più pop, appunto, sono il linguaggio del fumetto, della graphic novel, dei colori molto saturi, perché avevamo bisogno di lavorare sui cliché: non su persone ma su personaggi, quindi archetipi come la femme fatale o lo strozzino, che diventa una specie di Joker di Batman. Questo riferimento riguarda soprattutto l’estetica e la forma del racconto. L’essenza e la drammaturgia sono legate, invece, ad altre forme. Per esempio il dialogo platonico: noi indaghiamo i concetti di cui ti parlavo prima attraverso la formula del dialogo filosofico. I personaggi attraverso la storia si interrogano su che cos’è l’amore o cos’è la verità, cosa vuol dire conoscere una città. E lo fanno attraverso dei dialoghi in cui mettono in campo ognuno un punto di vista differente, per cercare poi una verità che si deve creare da sé.
Interessante. Tra l’altro io ho studiato filosofia e mi sono trovata spesso a pensare che i dialoghi platonici potrebbero tranquillamente essere messi in scena.
È così. Io ho fatto un lavoro col maestro Vassiliev di messa in scena dei dialoghi platonici, nel 2010. Lui aveva fatto una scuola di pedagogia teatrale e usava quel materiale per insegnare le strutture nascoste, fondamentali, di molta della drammaturgia contemporanea. È molto bello soprattutto che nei dialoghi di Platone si nomini tutto tranne quello che è il concetto. Quindi è come se tu togliessi al pubblico tutto quello che quella cosa non è, per lasciare dentro la sensazione di ciò che è.
E voi avete fatto così?
Sì, c’abbiamo provato. È chiaro che siamo un po’ più pop di Platone, ma in senso buono, cioè di provare ad abbassare, in modo che un bambino possa leggere tutto questo, che non diventi qualcosa di solamente intellettuale ma di molto concreto. L’ultimo atto, infatti, prende un po' i toni della commedia, con un finale aperto, per lasciare al pubblico la responsabilità di scegliere, di decidere per sé.
...personalmente non considero Platone così inaccessibile, anzi. Poi come tutte le cose interessanti ha tanti livelli di lettura.
Sono d’accordo.
E come va la vita di questo spettacolo?
Benissimo. È il quarto anno che siamo in tournée. Abbiamo vinto il premio nel 2013, poi siamo partiti nel 2014… è già il secondo anno che diciamo: “Beh magari se non ci sono più recite lo archiviamo”; invece continuano a venire fuori date. Adesso la novità è che ci hanno preso al Franco Parenti a Milano e al Festival di Asti, quindi lo spettacolo continua a farci delle sorprese, come se fosse un figlio che ci fa gli scherzi. Siamo molto contenti anche perché in questo momento è lo spettacolo che più ci rappresenta in giro per l’Italia, mentre a casa nostra, a Reggio Emilia, ne abbiamo fatti diversi.
Direi una gran bella vita...
Sì. Il pericolo è che poi veniamo identificati solo con questa drammaturgia, ma è anche una cosa bella, perché racchiude molta della nostra poetica, del nostro sapere, del nostro gusto. È uno spettacolo del 2014, quindi siamo andati avanti nel frattempo. Ma anche questo è bello perché in questi quattro anni siamo cresciuti insieme allo spettacolo. Ed è cambiato: secondo me chi lo vede da un anno all’altro lo trova decisamente cambiato.
Cosa vi aspettate da Verona? Cioè: come se ne parla nel mondo teatrale, se se ne parla, o invece, se non se ne parla, cosa vi immaginate?
Il biglietto da visita di Verona è che è una città molto colta.
Davvero??? (Mi scappa una risata)
Sì sì.
Noi veronesi non la pensiamo sempre così.
Come i reggiani dicono a loro stessi che sono dei campagnoli... Ci aspettiamo di avere un pubblico più critico di quello emiliano, che magari è un po’ facilone e aderisce di getto a quello che succede. Ci aspettiamo, appunto, di avere un pubblico critico e curioso. Io stesso sono molto curioso. Perché in ogni luogo in cui andiamo lo spettacolo è diverso a seconda di chi c’è in sala, di come il pubblico reagisce. Essendo uno spettacolo aperto al pubblico, che si fa insieme al pubblico piuttosto che in quarta parete, è stato diverso farlo a Sassari, a Napoli o a Torino.
E voi capite qualcosa della città attraverso lo spettacolo?
Non tanto qualcosa di logico ma sicuramente una sensazione, un clima, una coscienza particolare di quel luogo.
Dovrete farci sapere allora...
(Ridendo) Anche voi.

Intervista Albacaro: bacaro veneziano e jazz in Veronetta
Proseguendo nel nostro intento di conoscere e far conoscere le realtà che popolano il quartiere di Veronetta, siamo andati a fare due chiacchiere con Michele e Roberto, due dei tre proprietari di Albacaro, lo stiloso bacaro veneziano in via San Nazaro aperto quest'estate.
Per cominciare una domanda di rito...come mai avete scelto di aprire l'attività a Veronetta?
Per diversi motivi. Primo, perchè è la zona più verace, viva di Verona; inoltre è la zona più musicale della città, nel senso della musica da balera, da sottobosco, underground. Questi aspetti sono più romantici. Poi non ci vergogniamo a dire che, essendo stata un po' denigrata negli ultimi anni, è anche una zona che ci ha permesso di partire mantenendo dei costi ragionevoli. Noi crediamo fortissimamente che Veronetta crescerà molto nei prossimi anni, ne siamo convinti. Inizialmente pensavamo di rivolgerci solo ai veronesi; non pensavamo, e ne siamo rimasti piacevolmente stupiti, che ci fosse cosi tanto turismo, fatto di piccoli bed&breakfast e non di grandi alberghi: c'è in Veronetta un ospitalità che troviamo molto interessante.
Facciamo un tuffo nel passato...Qual è il vostro background?
Michele: 8 anni di vendite e marketing e poi dieci anni negli Stati Uniti dove mi occupavo sempre di vendite, qualità e controllo; sono tornato in Italia per provare l'esperienza nella ristorazione, ho aperto tre ristoranti giapponesi in franchising, fino a quando ho deciso di sviluppare un progetto in cui mi identificassi di più: è così che insieme a Roberto ed Andrea abbiamo portato avanti il progetto del bacaro veneziano, cioè di esportare il bacaro veneziano fuori dalla laguna. E, tornando a Veronetta, questo ci è sembrato il posto migliore per realizzarlo.
Roberto: io arrivavo da esperienze ben diverse: da più dieci anni lavoravo in banca, ma ormai la consideravo già un'esperienza conclusa perchè mi stava soffocando passioni ed energia; l'amicizia con Michele e Andrea, che è un po' il primo motore di questo progetto e ciò che il progetto stesso vorrebbe veicolare, ha fatto si che ci mettessimo a fantasticare su questa nuova avventura: è qui che ho visto in concreto il mio futuro dopo l'esperienza bancaria. Quindi, a differenza dei due soci che non sono operativi al 100% perchè hanno le loro attività, io mi sono dedicato 24h al giorno al bacaro. Io sono l'Oste. Con la O maiuscola.
Raccontateci un po della gestazione di quest'idea del bacaro veneziano...
La genesi, come spesso capita, è stata casuale: abbiamo pensato che Venezia, pur essendo riconosciuta come una delle città più belle e visitate al mondo, non viene identificata dal punto di vista culinario in modo diretto; quando si parla di cibo pensi prima a Parma, Bologna ed alla cucina di altre città. Noi invece, un po' perchè in gioventù abbiamo fatto i nostri bacaro-tour in laguna, abbiamo cercato di esportare la cucina veneziana. É un progetto che, in modo presuntuoso, definiamo anche educativo: nel senso, conoscete le gondole, Rialto e piazza San Marco, ma non sapete che nel '300 a Venezia sono nati i bacari, punti di ritrovo per i lavoratori a fine giornata, dove stare in compagnia e fare due ciacole, ma soprattutto dove staccare per un attimo dal mondo e rallentare un po'! Ci è parsa una ricetta interessante ed attuale: in un mondo frenetico dominato da arrivismo, consumismo eccetera vieni al bacaro, rilassati, modera il passo! Metaforicamente poi Venezia è l'unica città ferma nel tempo in cui ci si muove a piedi! C'è un messaggio dietro le quinte: fermati, respira, bevi due ombrette e noi ti diamo della buona musica! Musica jazz perchè c'è un substrato molto forte di jazz a Venezia...esclusi i Pitura Freska!
Moderare il passo ed ascoltare jazz...figo! Qual è la formula per le serate in cui c'è un concerto?
Ci sono due formule: il set delle 19.30 è cena+concerto; per il secondo set delle 22 si ha possibilità di scelta, sempre cena+concerto oppure solo ingresso con consumazione. Il format a due concerti ricalca quello usuale dei grandi jazzclub. Con la differenza che mentre nei jazzclub inglesi o newyorkesi cacciano via i clienti dopo il primo set, qui c'è la possibilità di salire al piano di sopra e prendere un caffè e un amaro. Come serata abbiamo scelto il mercoledì!
Ma insomma sto bacaro veneziano...l'è l'osteria veronese?
Sì, il concetto è lo stesso ma chiaramente con le sue peculiarità: in bacaro, al 95%, si mangia pesce! Fondamentalmente cicchetti di pesce, non solo ma soprattutto: assaggini, crostini, che già di per sé hanno una connotazione di convivialità, di amicizia, di passo lento.
E tutto questo pesce da dove lo prendete? Adige o lago di Garda?
Il fornitore di pesce è veronese, ma lo compra tutte le mattine al mercato del pesce di Venezia. Abbiamo tutti prodotti freschi: è ovvio che un po' si ripercuote sul prezzo del cicchetto, ma la qualità è ottima e la gente se ne rende conto.
Illustrateci questi cicchetti...e cos'altro avete in menù?
I cicchetti sono le polpette di carne, tonno o verdure, il baccalà mantecato, le sarde in saor, le code di gambero, i mitici tramezzini panciuti alla veneziana...abbiamo una cinquantina di cicchetti che proponiamo a rotazione, perché ce ne sono alcuni prettamente stagionali.
Oltre a questi abbiamo la Carbona (si tratta della cucina!): primi e secondi della tradizione veneziana e, se non è veneziana, dell'area limitrofa a Venezia. Ad esempio gli spaghetti "alla busara": piatto con scampi e gamberi al sugo di pomodoro. Sarebbero più della zona dalmata, ma è un piatto che, di fatto, è abbinato alla laguna. Qualche volta inseriamo dei piatti vegetariani e vegani, qualche volta osiamo e andiamo oltre alla tradizione, cercando di creare piatti che diventino tipici del nostro bacaro. Infine non dimentichiamo una cosa fondamentale: il bere! Ombre, vini, birre, ma un accento particolare lo mettiamo sullo spritz. Oltre ai classici Aperol, Campari e bianco, proponiamo infatti lo spritz originale veneziano, che nasce con il Select. A proposito, a breve uscirà una nostra sperimentazione, nata per errore: il tiramisù al Select, che si aggiunge alla nostra variante del tiramisù veneziano, il tirami-giuggiole!

Questo aspetto della “venezietà” vi ha aiutato o è stato in qualche modo un ostacolo?
In effetti inizialmente ci eravamo chiesti se fosse sensato aprire un bacaro veneziano a un'ora e mezzo da Venezia e non farlo a questo punto più distanti. Che ne so a Parigi... In realtà Venezia aiuta molto, perché è davvero un mondo: a livello di storie e di aneddoti ne hai a migliaia e questo dà la possibilità di raccontare Venezia in mille modi, attraverso il cibo ma anche attraverso storie. Ad esempio per il carnevale racconteremo Venezia attraverso incroci culturali: ci sarà un evento “Venezia incontra Verona” e un altro “Venezia incontra Rio” in cui faremo una serata Samba-jazz!
Un ultima domanda...per ognuno di voi questo progetto è stato un cambio di vita, più o meno radicale: quali sono i pro e i contro?
Roberto: Io ti potrei solo parlare di pro! Ho cambiato vita e c'è anche chi non ha capito la mia scelta. Invece ho ricominciato a respirare ossigeno puro: mi sto divertendo un sacco! Non dico che sia facile, ma son proprio contento, perché concretamente è tutto come me lo stavo sognando nell'anno di gestazione del progetto! Aspettative pienamente mantenute!
Michele: Io mi occupo principalmente degli aspetti di comunicazione e di marketing del locale, e davvero godo, perchè in confronto a un progetto di franchising dove ho le mani legate perché il marchio non è il mio, qui ho la libertà di fare quello che voglio ed è impagabile! L'altra faccia della medaglia è che puoi incorrere in grandi scivoloni, ma è molto più divertente e stimolante!
...C'è un ultima cosa di cui vi dobbiamo parlare assolutamente: il Cerusico! Chi è costui? È il logo del bacaro, una delle maschere storiche di Venezia: il medico della peste! Lugubre, macabro! L'abbiamo scelto intanto perchè rappresenta bene l'umorismo veneziano, che è un umorismo noir, grottesco, e perchè in termini metaforici è un medico! Si torna quindi al discorso di prima: il Cerusico, in questo mondo affetto da pesti moderne quali lo stress e l'eccessiva frenesia, è in qualche modo colui che ti dice 'vieni al bacaro, rilassati, calmati, che se no sciopi!'

Dopodiché stasera mi butto?
Salmon per Fucina Culturale Machiavelli
Dopo il successo dell’anno scorso che aveva lasciato decine di persone fuori dal teatro, Fucina Culturale Machiavelli ha deciso di replicare lo spettacolo del collettivo Generazione Disagio: Dopodiché stasera mi butto.

Per capirne di più abbiamo deciso di telefonare a Enrico Pittalunga, fondatore del collettivo e coautore dello spettacolo. E abbiamo anche riso.
Generazione Disagio… qual è il disagio?
Il disagio è non sentirsi al momento giusto e al posto giusto, sia storico che sociale che politico che anche di età. Riguarda per lo più la generazione dai 25 ai 45 in cui, per valori che ci sono stati passati, per consuetudine o semplicemente affinità coi genitori, coi nonni, col passato, avremmo tutti dovuto avere una vita più o meno stabilizzata, una famiglia, dei lavori, delle cose che ci davano delle sicurezze. E invece ci troviamo incastrati nella condizione di eterni giovani… ci si ritrova calvo a fare l’happy hour e a provarci con le ragazzine – sto parlando di me tra l’altro.
Ah ah... non solo tu.
Sì, anche perché varie strutture culturali, come i finanziamenti, ti considerano giovane almeno fino a 35 anni – “under 35” oggi vuol dire “ragazzini”. Quindi si sposta sempre più in là il momento dell’età matura e questo comporta un disagio reale, perché comunque il tuo corpo invecchia. È come una nuova classe sociale nell’età dell’annullamento delle classi sociali che sguazza in questo disagio di cui si fa anche fiero portabandiera… [voce da milanese imbruttito] “troppo disagio”, “come ci spacchiamo”, “quanto ci divertiamo”: diventa ironico. Tutti noi speriamo che questo spettacolo possa essere una chiamata alle armi ironica, satirica, tagliente, per capire che possiamo e dobbiamo essere felici delle scelte che compiamo nella vita.
Per arrivare a dire Dopodiché stasera mi butto… davvero?
Lo spettacolo consiste in 30 caselle verso il suicidio e i nostri personaggi sono pedine. Fanno parte di questa generazione disagio ma dicono: “Noi stiamo vivendo male, abbiamo trovato una soluzione: dobbiamo vedere la vita al contrario, cioè ci hanno detto che cosa era positivo e che cosa era negativo e noi dobbiamo invertirlo. Quanto più saremo bravi a rovinare le nostre relazioni, il nostro ambiente amicale, lavorativo, economico, sociale, tanto meno ci aspetteremo dal futuro e tanto più saremo felici, perché abbassando le aspettative potremo arrivare al giorno in cui vivere o morire non conterà più e ci potremo suicidare col sorriso”. Quindi il Disagio è la strada: Disattenzione, Disaffezione e Disinteresse. Le tre D. Quasi fosse una nuova filosofia new age che propiniamo al pubblico come in una convention alla Fight Club, invitandolo a fare una partita di prova con noi.
Un gioco da tavolo in cui anche il pubblico ha un ruolo?
È una sorta di gioco dell’oca, in cui i nostri personaggi, aiutati da un maestro dei giochi che coordina il rapporto con il pubblico, devono avanzare. Allora se ti lasci con la tua fidanzata o sei un esubero al lavoro o non ti rinnovano il contratto, ecco che avanzi e sei contentissimo perché finalmente ti lasci alle spalle le illusioni; se invece ti innamori o trovi parcheggio sotto casa, ecco che indietreggi e perdi posizioni perché ti illudi che la vita sia bella. Poi c’è una parte in cui il pubblico viene invitato a prenderci a pallinate per far cadere i piatti dell’happy hour ricolmi di tartine mentre noi dobbiamo restare assolutamente superficiali senza mai approfondire i discorsi, su varie tematiche: bisogna restare assolutamente da bar. È una cosa divertente, ma anche satirica, a tratti greve.
Lo spettacolo in sé, al contrario, va a gonfie vele: l’avete portato in giro per l’Italia…
Già, adesso tra l’altro ti sto parlando da Roma, dove abbiamo appena festeggiato 100 repliche. Siamo stati in tante regioni e abbiamo vinto diversi premi: è uno spettacolo che ha avuto una vita felice e ricca. Molte persone ci hanno dato una mano ed è cresciuto tanto negli anni.
Siete anche già stati a Verona, sempre a Fucina: cambierà qualcosa rispetto all’anno scorso?
Lo spettacolo è lo stesso, ma ci sono delle cose diverse. Ci sono le parti di interazione con il pubblico che cambiano da sera a sera e tante battute sull’attualità più cogente che, come nella tradizione satirica di sempre, vengono aggiornate di giorno in giorno secondo i fatti di cronaca. Poi, siccome era rimasta della gente fuori, abbiamo deciso con i ragazzi di Fucina Culturale Machiavelli di riproporlo, anche in vista della settimana prossima, quando torneremo con il secondo spettacolo.

Se non sbaglio con Fucina organizzate anche un workshop.
Esatto. Nei giorni successivi fra questo primo spettacolo e il secondo, dal 15 al 17. Faremo lavorare le persone con il nostro metodo, cioè la narrazione di drammi e disagi quotidiani attraverso l’inversione e il ribaltamento comico. Il paradosso dell’ironia ci aiuta a scardinare certi meccanismi, perché aumentarli, ingigantirli e metterli in ridicolo ci aiuta a individuarli meglio innanzitutto, a farci una risata sopra e ci si augura a saper innescare un meccanismo di cambiamento. Appunto sia lo spettacolo che il laboratorio ambiscono a essere in qualche modo rivoluzionari: aumentiamo molto lo schifo, la banalità e la grettezza in cui annaspiamo, per invitare all’azione, a scegliere, ad approfondire, a rischiare, a studiare.
A questo punto non vedo l’ora di vedere lo spettacolo, anche perché è un tema da salmoni. Perché i salmoni…
Controcorrente!
A Verona, ci proviamo. Siamo nella stessa corrente contraria.
Speriamo che non ci acchiappi l’orso.

Emergenza Freddo
{EMERGENZA FREDDO}
Venerdì mattina scorso è stato trovato il corpo senza vita di un uomo, adagiato su una panchina nei pressi di Piazza Bra.
Daniel Matal, 42 anni, residente da tempo a Verona e senza fissa dimora, è morto a causa della solita “emergenza freddo”: il termine emergenza lascia spazio a perplessità, in inverno soprattutto. Ma, tralasciando i cavilli linguistici del caso, la vicenda di Daniel si inserisce sfortunatamente in un momento in cui ai livelli comunale e regionale il tema del sacro diritto alla casa sembra tornato in auge: con l'anno nuovo è partito il progetto DOM.Veneto, un'iniziativa regionale che va in soccorso dei senzatetto, e che l'Assessore Regionale al sociale Manuela Lanzarin definisce come un pacchetto di “politiche orientato a mettere a sistema un metodo di presa in carico multidisciplinare e multidimensionale delle persone e delle famiglie a rischio di marginalità e senza fissa dimora”.
A Palazzo Barbieri invece il dibattito è acceso, tra chi punta il dito contro le famose ordinanze del 2014 sul decoro della giunta Tosi e chi tenta ancora di difenderle: queste impongono ai clochard il sequestro di sacchi a pelo e coperte, senza alcuna moratoria per il periodo invernale; a dire il vero l'ex sindaco aveva iniziato la sua personale battaglia nel 2007 con l'installazione delle panchine anti-bivacco, preludio all’ordinanza, oggi decaduta, con cui si vietava di distribuire pasti in centro ai senzatetto con sanzioni fino a 500 euro.
Ai botta e risposta in Comune si affianca, proprio a cavallo del nuovo anno, la notizia che lo storico Ostello della Gioventù, di proprietà della curia, sarà preso in gestione dalla Caritas con l'intenzione di ospitare al proprio interno una cinquantina di senzatetto.

Barlume di speranza, anche se sarà importante verificare le regole di accesso al dormitorio: al momento, per quanto riguarda i dormitori allestiti dal Comune, l'accoglienza è consentita solo dietro presentazione di un documento (!?), il permesso a dormirci deve essere rinnovato ogni 15 giorni e l'ingresso è consentito solamente dalle 19:30 alle 7 del mattino. In tutto ciò, gli eroi del terzo millennio della Ronda della Carità continuano la loro missione: il presidente Marco Tezza ha dichiarato che “attualmente serviamo circa 100 pasti a notte, rispetto ai 70 di qualche anno fa”. Sono stati proprio i volontari, nei giorni scorsi, a richiedere l’intervento dei soccorritori per i due casi di clochard trovati in gravi condizioni a causa del freddo.
"Ecco brevemente delineato il contesto in cui si è consumata la morte di Daniel Matal, paradossalmente avvenuta proprio a pochi metri da Palazzo Barbieri. Riteniamo doveroso condividere questa richiesta di aiuto, scritta da un gruppo di cittadini e senzatetto al sindaco Federico Sboarina il giorno 18 dicembre scorso. Pare che stiano ancora attendendo risposta.
Noi uomini e donne che viviamo sulla strada al freddo e con tanti problemi giornalieri quali non dormire bene, paura durante la notte, freddo e malattia chiediamo un posto dove dormire la notte.
Sono anni che siamo in questa situazione.
Noi mangiamo sulla strada, davanti al mercato ortofrutticolo, zona Fiera, con cibo offerto dalla Ronda. Chiediamo di cenare in uno spazio coperto, dove ci sia anche qualche servizio di toilette.
Abbiamo tutti diritto alla vita dignitosa (art. 3 della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo)
Insieme con noi ci sono dei cittadini che difendono e sostengono la nostra richiesta e desiderano, per noi e con noi, una condizione di vita umana.
Tra noi ci sono persone che hanno i documenti ed altre che non hanno documenti.
Chiediamo una soluzione per tutti.
Come gli animali domestici, cani e gatti, vengono protetti, così anche noi ancora di più, crediamo e chiediamo il diritto di protezione come necessità umana, necessaria per la nostra dignità e salute.
Attendiamo fiduciosi una risposta e vi ringraziamo per questo."
De La Salmon