Design Week 2026: cosa aspettarsi

Qualcuno cantava che il Salone del Mobile non è Natale*.

Probabilmente non lavora in questo settore.

Perché, diciamocelo, per noi è anche meglio.

Per una settimana Milano diventa il centro esatto del design. E ogni anno la domanda è sempre la stessa: cosa vedremo?

La verità è che la Design Week 2026 non parla più solo di progetto. Parla un linguaggio culturale, pensato per essere accessibile e condiviso. E questo cambia le regole del gioco.

Perché non si rivolge più solo agli addetti ai lavori, ma a tutti.

Tra i trend più evidenti c’è un ritorno deciso alla morbidezza. Le superfici si piegano, si gonfiano, perdono rigidità, una risposta evidente a un mondo che, sotto molti aspetti, è diventato troppo rigido.

Una delle cose che mi entusiasma di più è il ruolo del colore. Non è più un riempitivo diventa struttura narrativa. Attraverso la psicologia, il colore trasmette e immerge chi vive lo spazio.

Queste direzioni non nascono per caso ma in risposta ad alcune forze a cui siamo sottoposti.

La prima forza è la saturazione digitale: viviamo immersi negli schermi, e il design risponde con materia, peso, tridimensionalità. L’imperfezione smette di essere un difetto e diventa valore.

La seconda è la ricerca di identità: In un panorama sempre più omogeneo, non basta essere “belli” bisogna essere riconoscibili.

La terza è la contaminazione con l’arte: non più citazione, ma sovrapposizione, il designer diventa autore, e gli spazi si trasformano in installazioni.

Alla Design Week 2026 il confine tra design e arte non solo si assottiglia ma si dissolve. Secondo Dezeen e Domus, il Fuorisalone è diventato sempre più esperienziale e le installazioni coinvolgono più di quanto spieghino.

Non è necessariamente un male. Ma è qui che si gioca l’equilibrio. Se da una parte tutto è più accessibile, dall’altra c’è il rischio che l’esperienza superi il contenuto, che qualcosa funzioni perfettamente in foto, ma lasci poco una volta usciti e che il design diventi

pura scenografia. La Design Week 2026 sarà ancora più visiva, immersiva, condivisibile.

Ma la vera sfida sarà andare oltre l’immagine.

Erika Gaburro

*Il pagante - Radical Chic


TEDx Verona COUNTDOWN

Di Antonio Guercio

 

Nel 2019 TEDx lancia un'iniziativa di portata globale con l'obiettivo di portare al centro del dibattito internazionale la questione vitale del cambiamento climatico. Il nuovo progetto si chiama TED COUNTDOWNL'obiettivo di TED Countdown, come l'obiettivo di TED fin dalla sua nascita negli anni '80, è portare all'attenzione dell'opinione pubblica mondiale idee rivoluzionarie, progetti innovativi e soluzioni che non hanno ancora ricevuto attenzione e investimenti sostanziosi. Attraverso la combinazione di talk, eventi, podcast, workshop, laboratori e strumenti multimediali di ogni tipo, TED Countdown ha attirato figure chiave e professionali di alto livello da ogni campo e settore e permesso loro di incontrarsi e discutere. Leader politici, scienziati, psicologi, attivisti, artisti, personalità dello spettacolo, imprenditori e associazioni culturali hanno trovato uno spazio che permettesse un autentico flusso e un circolo di informazioni. La scelta del nome Countdown mira a evidenziare la crescente mancanza di tempo.

 

Nel 2018, l'anno prima della creazione di TED Countdown, il Doomsday Clock (L'orologio dell'Apocalisse), l'orologio simbolico che segna in maniera metaforica la quantità di minuti che rimane all'umanità prima della sua "fine", si è spostato di 30 secondi in avanti verso la mezzanotte. La motivazione degli scienziati è stata l'incapacità delle leadership politiche di tutto il mondo di affrontare il rapido cambiamento climatico. Così come le lancette dell'orologio sono sempre più vicine alla mezzanotte, allo stesso modo la scelta del nome "Countdown" è un monito che ci avverte di come ci stiamo avvicinando sempre di più a un punto di non ritorno. La linea dell'orizzonte degli eventi oltre cui ogni sforzo, ogni decisione, ogni scelta di politica ambientale sarà vana è sempre più vicina.

Da anni gli scienziati ci stanno avvertendo del pericolo in corso per tutta l'umanità; dei pericoli concreti e consistenti che il cambiamento climatico rappresenta per la nostra salute, per il nostro benessere psico-fisico, per le nostre città, per il nostro cibo, per la nostra quotidianità. Il pianeta Terra, una casa che ospita la nostra specie da milioni di anni, è ora messo in pericolo dall'industria pesante delle società civilizzate.

Dopo mesi di attesa dall'annuncio, domenica 23 novembre, il countdown è finito. Per fortuna è finito solo il tempo di attesa per il TEDxVerona. Per salvare il clima abbiamo ancora un po' di tempo (forse).

Il TEDx Countdown di Verona fa parte di una serie di incontri verticali che si sono tenuti e continuano a tenersi, e che si concentrano sulla discussione approfondita ed eterogenea di un unico argomento con gli interventi di diversi specialisti da ogni campo.

Abbiamo incontrato Francesco Magagnino Presidente TEDxVerona, ambasciatore di TEDx in Italia e Coordinatore nazionale e gli abbiamo chiesto cosa rappresenta il primo evento TEDx Countdown a Verona: [Il TEDx Countdown] è un punto di attraversamento. Noi siamo a Verona dal 2013, da tantissimi anni. Abbiamo fatto tantissimi eventi, di tipi diversi. Nell'ultimo anno e mezzo abbiamo messo tutta la nostra energia per lanciare questi verticali tematici. Questo è uno di questi. C'è stato il Women qualche mese fa [TEDxVerona Women tenutosi l'1 dicembre 2024]. Tra qualche mese ci sarà un verticale sull'intelligenza artificiale [sempre a Verona]. Il mio desiderio è di riuscire a lanciare un verticale sul food, sull'alimentazione. Verona credo sia il luogo ideale per eventi di questo genere. Stiamo proseguendo un cammino che ha cambiato forma negli anni, e speriamo di andare avanti così. 

 

La scelta di ospitare un TEDx Countdown a Verona è una scelta importante e di grande rilevanza politica in una città ad alto inquinamento come Verona. Una città che negli ultimi anni è stata testimone di un importante intensificarsi di fenomeni meteorologici estremi, come ondate di calore e alluvioni, e di una maggiore imprevedibilità nelle precipitazioni. Secondo l'ARPAV (Agenzia per la Prevenzione e Protezione Ambientale del Veneto), tutto il Veneto è stato vittima di un aumento della temperatura di + 0.57 °C per decennio dalla fine degli anni '90. Per confronto, il trend di crescita globale per le terre emerse stimato dal NOAA (Amministrazione nazionale per l'oceano e l'atmosfera, USA) per lo stesso periodo è pari a +0.38 °C per decennio. Infatti, secondo Francesco Magagnino, la città di Verona ha dei temi legati a queste questioni. Il nostro ecosistema geografico è un ecosistema con delle complessità. [Per questo] c'è la necessità di sensibilizzare e di portare un punto di vista diverso che non sia solo recriminatorio ma anche propositivo.

Gli eventi TEDx in italia sono sempre più partecipati. Nel tempo sono diventati un punto di riferimento per l'opinione pubblica, non solo per i più giovani navigatori del web che hanno scoperto i TED Talks grazie a Youtube, anche prima che arrivasse in Italia, ma anche per persone più anziane che hanno poca dimestichezza con i Social. L'immensa e costante partecipazione a questi eventi, secondo Francesco Magagnino, fa parte de l'esigenza umana di stabilire la necessità e la voglia di incontrarsi, la necessità di trovare luoghi di confronto. TEDx parla a un pubblico eterogeneo di giovani ma non solo. E in Italia è cresciuto e sta crescendo in modo incredibile. Siamo il paese al mondo con la maggiore densità di TEDx, ce ne sono più di 200. 

 

L'evento sul palco è stato presentato e condotto dalla giornalista professionista Letizia Triglione, incaricata di introdurre gli otto speaker che si sono succeduti nel corso della serata. L'intero TED Countdown si è suddiviso in 4 atti: il primo, l'Acqua; il secondo, la Terra; il terzo, il Fuoco; e l'ultimo, l'Aria.

 

Il primo intervento del primo atto è stato di Renato Nitti, magistrato e procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Trani, che ha maturato una lunga esperienza nella Direzione Distrettuale Antimafia di Bari e in diversi pool investigativi su reati societari, ambientali e contro la pubblica amministrazione. Il Procuratore di Trani ha spiegato come nel società occidentale, e soprattutto nella nostra penisola, la lacuna che aggrava gli effetti del cambiamento climatico è una lacuna di tipo legale e logistico.

 

I governi europei e nordamericani hanno sempre raccontato nel corso del XXI secolo di trattare, smaltire e riciclare tutti i rifiuti prodotti nelle varie zone urbane dei paesi. Le dichiarazioni delle varie leadership occidentali erano contornate da politiche simboliche di greenwashing che miravano a dare l'illusione all'opinione pubblica di aver trovato la soluzione di fronte all'immensa produzione di rifiuti. In realtà, gli stati non hanno fatto altro che nascondere lo sporco sotto il tappetto, celando la propria incapacità e impreparazione di fronte alla mole imponente di rifiuti che le persone del primo mondo continuano a produrre. Il tappeto sotto cui nascondere i rifiuti era la Cina, e lo sporco erano la plastica, la carta e i metalli raccolti in Europa e in America del Nord. Ma il primo gennaio 2021, dopo una serie di restrizioni legali mirate a ridurre il traffico, la Cina ha definitivamente chiuso le proprie porte ai rifiuti importati dall'occidente. Per anni la potente macchina industriale cinese ha sfruttato l'importazione di rifiuti non differenziati, come plastica, metalli, tessuti e carta, per alimentare le proprie produzioni. Ma dal 2021 ha deciso di creare i rifiuti per alimentare la propria industria in totale autonomia.

L'Europa e gli Stati Uniti si sono così ritrovati con milioni di tonnellate di rifiuti da smaltire; questo ha causato un cambiamento nella destinazione dei flussi dei rifiuti. Il mercato mondiale del riciclo ha spostato i suoi flussi verso altri paesi del terzo mondo come Vietnam, Malesia e Thailandia, che li usano per la loro produzione di tessuti materiali riciclati importati dall'Europa e dal Nord America. Oppure verso la Turchia e i Paesi del Nord Africa.

Le decisioni politiche ambientali irresponsabili prese dai grandi stati hanno ripercussioni importanti sulla vita degli stati più piccoli e indifesi. I piccoli stati insulari del Pacifico come Vanuatu, Fiji e Samoa hanno formalmente richiesto alla Corte Penale Internazionale di classificare l’ecocidio tra i crimini perseguibili al pari del genocidio e dei reati di guerra. L’innalzamento del livello del mare causato dal cambiamento climatico è per Vanuatu, Fiji e Samoa una questione «di vita o di morte». Concreto è il rischio che i loro arcipelaghi sprofondino lentamente negli abissi sparendo per sempre dalle cartine geografiche. E la Corte Penale Internazionale ha formalmente decretato che "Gli stati hanno l'obbligo di contrastare il Climate Change"

In Italia la chiusura del traffico di rifiuti verso la Cina e l'eccesso di rifiuti raccolti e importati ha portato ad una serie di conseguenze. La maggior parte delle aziende non riesce a sobbarcarsi un costo così grande per lo smaltimento dei rifiuti; decide quindi di smaltirli in maniera illegale. Dal 2014 la percentuale di roghi di rifiuti in Lombardia, nella zona attorno a Pavia, è aumentata vertiginosamente, portando ad un vero e proprio business redditizio per la criminalità organizzata.

 

Di fronte a questo scenario si rivela una delle grandi contraddizioni del nostro tempo. Da una parte il costante progresso e l'innovazione dei nostri mezzi di produzione, il miglioramento del nostro stile di vita e dall'altra l'effetto collaterale dei progressi condotti. La città simbolo di questa contraddizione è Taranto. L'Ilva di Taranto è l'acciaieria più grande d'Europa con quasi 18.000 posti di lavoro. Un luogo che ha portato progresso, innovazione e crescita economica, ma dall'altra parte ha causato numerose sofferenze e malattie alla popolazione locale.

La soluzione di questa contraddizione tra, da una parte, l'innovazione e il progresso e, dall'altra, il danno ambientale è uno dei nodi centrali nella lotta al cambiamento climatico.

 

Il secondo intervento del primo atto è stato di Gerardo Semprebon, architetto e ricercatore presso il Politecnico di Milano, esperto di architettura contemporanea e strategie di progetto per la rivitalizzazione di insediamenti rurali. La sua esposizione ruota attorno a una domanda apparentemente banale ma importante: Siamo capaci di dialogare con i materiali

 

L'architetto di Milano sale sul palco portando con sé un mattone. Lo trascina fino al centro del palco, intrattenendo con lui un bizzarro dialogo. “Che cosa vuoi, mattone?” chiede Semprebon al mattone. E il mattone risponde: “Vorrei essere un arco”. "Gli archi sono costosi; potrei usare un architrave di cemento su di te. Che ne pensi?”. E il mattone dice “... vorrei essere un arco”. Gerardo Semprebon non è impazzito e non sta realmente parlando con un mattone. Il suo intento è citare una famosa lezione tenuta da Louis Kahn, un influente architetto statunitense che ha segnato profondamente l'architettura moderna americana del XX secolo. In una sua lezione Louis Kahn intrattiene la stessa bizzarra conversazione di Gerardo Semprebon. Khan ha sempre insegnato ai suoi studenti l'importanza e il bisogno di consultare la natura, perché la materia ha un'anima, e i materiali naturali hanno un modo speciale di mischiarsi.

Uno degli architetti che più di tutti ha raccolto il messaggio di Louis Kahn è l'architetto cinese Liu Jiakun, vincitore proprio quest'anno del premio Pritzker, il più prestigioso premio di architettura.

La Cina del XXI secolo è il cuore pulsante del progresso tecnologico. Ogni anno nuove notizie di formidabili invenzioni provenienti dall'Asia invadono le pagine dei nostri giornali. Ma anche nell'architettura la Cina non è rimasta a guardare. La Cina ha vissuto un progresso architettonico e urbano straordinario negli ultimi 20 anni, guidato da una rapida crescita economica che ha trasformato profondamente le sue città. Il panorama architettonico cinese oggi è un mix di innovazione futuristica e rispetto per la tradizione culturale, con megalopoli altamente innovative che uniscono natura, cultura e tecnologia con sostenibilità ambientale. La Cina in soli tre anni ha consumato 1,5 volte più cemento rispetto agli Stati Uniti nell'intero XX secolo. Questo consumo eccezionale di materiali da costruzione ha scandito il passaggio della Cina da una nazione rurale a una delle maggiori potenze urbanizzate e industrializzate del mondo.

 

 

L'architetto Liu Jiakun è stato fra i principali contributori al progresso architettonico della Cina e all'urbanizzazione delle zone rurali. Nel 2008 nella contea di Wenchuan, nella provincia di Sichuan, un terremoto di magnitudo 7,9 distrugge interi villaggi e città, edifici che si sgretolano e si disseccano. Il terremoto, il più forte dal 1976, causa oltre 69 mila vittime e 5 milioni di sfollati. Liu Jiakun decide di non rimanere a guardare e si dirige nella contea di Wenchuan per aiutare la popolazione locale a ricostruire le città e i quartieri distrutti. Per farlo, Liu Jiakun, per ricostruire le abitazioni, decide di riutilizzare le macerie causate dal sisma delle vecchie abitazioni distrutte. Le macerie vengono combinate con fibre di paglia e cemento per produrre mattoni, pensati come dimostrazione di resilienza della comunità. I mattoni risultanti vengono chiamati "mattoni della rinascita". Liu Jiakun rivoluziona il concetto di urban mining, il processo di recupero e riutilizzo dei rifiuti urbani, utilizzandolo per ricostruire le città e le abitazioni.

Lia Jiakun utilizzando ogni materiale al suo massimo potenziale, dialogando con i materiali, ha dimostrato che il quotidiano può essere reinventato, e che il cambiamento climatico non ci impone di rinunciare a costruire.

 

Quando sale sul palco Giulio Bassanese, forager esperto e docente nel raccoglimento di piante, inizia il secondo atto dedicato all'elemento della terra.

 

Giulio Bassanese è una figura di riferimento nel campo delle erbe selvatiche ed è ampiamente seguito sui social da un pubblico molto vasto. E appena salito sul palco mette subito in evidenza una contraddizione della nostra vita di tutti i giorni. Alternando delle immagini di brand famosi con immagini di erbe selvatiche, risulta subito evidente come per noi sia più semplice e immediato riconoscere il logo di una catena di fast food o di una Big Tech invece di una pianta di tarassaco. Eppure per la nostra sopravvivenza in queste dovrebbe essere di importanza vitale sapere riconoscere piante selvatiche di cui potremmo nutrirci. Come siamo giunti a questo paradosso?

Le piante sul nostro pianeta finora scoperte e catalogate sono più di 400 mila, di queste 35 mila sono commestibili. Un numero enorme, e quasi inimmaginabile. Eppure di questa grande quantità di piante commestibili solamente 12 sono responsabili  del 75% di tutto sul mercato mondiale. Mentre solamente 3 sono responsabili del 60%. Il potenziale nutrizionale fornito dal nostro pianeta è più che soddisfacente per il nostro villaggio globale in continua espansione, quella che sembra una mancanza di risorse è in realtà una mancanza di capacità nello sfruttare adeguatamente tutte le risorse forniteci. Le piante selvatiche commestibili sono una risorsa tutti i giorni a portata della nostra mano, pronte per essere consumate.

 

La seconda parte dell'atto dedicata alla Terra è dedicata ad una prospettiva sul pianeta Terra da fuori il pianeta Terra.

Elena Luciani è una nutrizionista che collabora con l’Agenzia Spaziale Italiana per studiare come l’alimentazione possa sostenere la fisiologia umana in condizioni estreme, in particolare in assenza di gravità. Attraverso il suo approccio interdisciplinare Elena ha spiegato come il cibo non sia solo una mera questione nutritiva, fisiologica o di sopravvivenza, ma un qualcosa che trascende tutti i nostri bisogni primitivi. Il cibo è prima di tutto memoria, cultura, tradizione, un elemento insostituibile della nostra quotidianità. Il cibo fa parte della nostra identità, e in ogni momento della nostra vita lo colleghiamo a ricordi e ad esperienze importanti e significative della nostra storia.

 

Portare il cibo nello spazio pone una serie di gravi problematiche come: il sapore smorzato dei cibi liofilizzati, la lunga conservazione a cui devono essere sottoposti, i limiti di peso e volume per il trasporto sulle navicelle e l'effetto che hanno sulla mente e sulle emozioni. Gli astronauti sperimentano in prima persona i disagi collegati alla mancanza di cibo tradizionale e gli effetti che possono avere sulla loro psiche. Ma l'espansione del settore aerospaziale sta anche portando con sé nuove soluzioni per la produzione di cibo in modi ecosostenibili.

In particolare, un'iniziativa guidata dall'agenzia spaziale italiana, chiamata progetto Moon Rice, ha l'obiettivo di sviluppare varietà di riso speciali, chiamate "super nane", adatte alla coltivazione in ambienti spaziali estremi come future basi lunari, garantire una maggiore quantità di cibo, sviluppare colture resilienti e trasferire la conoscenza acquisita. Il progetto mira a creare piante di riso compatte, ad alta produttività e con arricchimento proteico per compensare la mancanza di carne fresca nello spazio. I risultati preliminari mostrano che le varietà mutanti di riso sono promettenti sia per dimensioni sia per produttività, con positive simulazioni per la crescita in microgravità. Oltre al contributo alla colonizzazione spaziale, le tecnologie sviluppate potrebbero avere applicazioni terrestri in ambienti estremi come deserti o poli artici.

L'importanza delle ricerche spaziali condotte al di fuori della Terra risiede nel loro merito di beneficiare degli sviluppi e dei risultati di tutto il pianeta Terra. E gli studi condotti per creare sostenibilità stanno già portando a diverse soluzioni pratiche. Fra queste, una delle più incredibili, ideata dalla stessa Elena Luciani, è il vino in capsule edibili.

Insomma, possiamo dire che il futuro del cibo passa dalle stelle.

Finito il secondo atto della terra, inizia il terzo, dedicato all'elemento del fuoco. Un atto in cui a farlo da padrone saranno le intense storie personali dei loro narratori.

 

La prima storia ci viene raccontata da Filippo Piluso, conosciuto con lo pseudonimo di Fill Pill, stand-up comedian e divulgatore sul tema della sostenibilità. Fin dal suo esordio nel 2022 ha portato sul palco i temi della sostenibilità ambientale, usando l'ironia e il sarcasmo per parlare del cambiamento climatico in corso. Uno degli elementi che hanno caratterizzato la sua vita fin da ragazzo è sempre stato l'eco ansia.

 

L'ecoansia, o ansia climatica, è una forma di disagio psico-emotivo legata alla consapevolezza e alla preoccupazione per il cambiamento climatico e la crisi ecologica globale. Molti giovani della generazione Z manifestano sentimenti intensi di paura collegati a un senso di impotenza e preoccupazione per il futuro del pianeta e delle nuove generazioni. L'eco ansia che grava sulle nuove generazioni comporta anche un senso di responsabilità nel compiere delle azioni concrete nella lotta al cambiamento climatico, al disastro ecologico in corso e un dovere nel sensibilizzare l'opinione pubblica sull'urgenza di tale argomento.

Filippo racconta come anche lui, fin dalla giovane età, sia stato vittima dell'ecoansia, di notti passate insonne, divorato dalla paura di fronte a qualcosa di più grande di lui. E nei suoi momenti di personale crisi emotiva ha scoperto però nell'eco ansia una risorsa. Sebbene l'ansia sia qualcosa che ci logora e ci divora da dentro, non averla sarebbe molto peggio. L'eco ansia, come racconta Fill Pill, può essere trasformata da un blocco o da un ostacolo alla nostra vita in carburante delle nostre azioni.

 

Il secondo racconto è quello di Anna Laura Migliorati, coach e mentore della femminilità consapevole. Ambasciatrice della Fondazione Cuore Verde in Costa d’Avorio e in Senegal.

 

 

Anna Laura è partita per un viaggio esperienziale in Senegal, insieme alla Fondazione Cuore Verde, con l'obiettivo di combattere la desertificazione in uno dei luoghi più aridi e deserti del pianeta. La missione è stata quella di creare la Grande Muraglia Verde del Senegal. Una muraglia verde di vegetazione lunga 8 mila chilometri e larga 15 mila per contrastare gli effetti indotti dal cambiamento climatico.

L'impresa della fondazione non si è rivelata fin da subito semplice. Fin dal suo arrivo in Senegal, nella capitale di Dakar, il paese si è presentato sommerso dai rifiuti, senza alcun tipo di prevenzione igienica e sanitaria. Le temperature desertiche e l'afa rendevano molto frequenti colpi di calore e svenimenti. E ancora non erano arrivati nella zona in cui avrebbero dovuto iniziare a piantare i semi. Saliti sul bus e proseguito il viaggio fino alla destinazione, il clima si è presentato ancora più secco e arido. La mattina bisognava svegliarsi presto, prima del sorgere del sole, per lavorare il più possibile prima dell'arrivo del caldo torrido. Ma il terreno era duro come roccia, quasi impossibile da scavare per piantare i semi. Le pale rimbalzavano a contatto con la terra. Difficile non scoraggiarsi di fronte agli ostacoli posti da quello stesso ambiente che si stava cercando di salvare. Ma durante una notte avviene un evento miracoloso, in quella zona di mondo desertica e arida un forte acquazzone piove sulla distesa incolta e sterile del Senegal, rendendo il terreno fangoso e facile da scavare. La mattina seguente anche le temperature torride e insopportabili si erano abbassate. Il prodigioso evento avvenuto davanti ai loro occhi ha rianimato gli spiriti abbattuti della fondazione del cuore. Un evento, che come dice Anna Laura, insegna a credere nei miracoli.

La Grande Muraglia Verde non è solo un simbolo nella lotta all'inaridimento della terra; i suoi effetti a oggi sono più che concreti. Grazie alla Grande Muraglia Verde, che copre 18 milioni di ettari piantati, sono state riassorbite 250 milioni di tonnellate di anidride carbonica. Inoltre, la Grande Muraglia Verde ha contribuito a creare più di 350 mila posti di lavoro, contribuendo così a creare una forte stabilità sociopolitica all'interno dei vari paesi. E mitigando i conflitti bellici legati all'uso e allo sfruttamento delle risorse naturali. Quando c'è sicurezza alimentare e sicurezza sociale le persone smettono di farsi la guerra.

 

 

Inizia l'ultimo atto, l'atto dell'acqua.

Elisabetta Faggiana è un'imprenditrice eclettica con oltre 20 anni di esperienza nel marketing e nella gestione d’impresa, è specializzata in Turismo Responsabile e Relazionale. E una delle sue maggiori preoccupazioni è il danno ambientale che l'over tourism sta creando al clima e il danno socio-economico al nostro paese.

 

Il turismo di massa sta portando in molte città italiane alla scomparsa di numerose attività tradizionali. La crescita delle grandi aziende nel campo del turismo sta sempre più tenendo nell'ombra le attività tradizionali a conduzione familiare del paese, che hanno sempre più difficoltà a farsi conoscere in un settore sempre più digitalizzato. L'over tourism è responsabile dell'8 per cento delle emissioni di anidride carbonica globali.

In Italia circa il 75% dei turisti visita solo il 5% del paese, concentrandosi prevalentemente sulle grandi città d’arte come Roma, Firenze, Venezia e Milano, e sulle località marine o di montagna più famose. Basti pensare che a Venezia ci sono 47 turisti per ogni abitante del luogo, a Bolzano, a 69. Questo fenomeno evidenzia una distribuzione molto disomogenea del turismo, dove alcune aree sono estremamente sovraffollate mentre molte altre zone, pur ricche di patrimonio storico, culturale e naturale, ricevono una quota molto limitata di visitatori.

Questo squilibrio è dovuto in gran parte alla maggiore visibilità e accessibilità delle principali mete storiche e culturali, la presenza di infrastrutture turistiche più sviluppate, e l’attrattiva consolidata di alcune destinazioni rispetto ad altre meno conosciute o meno promosse. Questo dato ci fa riflettere sull'importanza di una politica turistica che promuova un turismo più sostenibile e diffuso, valorizzando territori meno visitati per ridurre la pressione su quelli più affollati.

Elisabetta vede il paese e il suo territorio come una grande biblioteca: molti libri sono consumati e con le pagine logorate dal perenne uso che se ne è fatto, mentre altri sono ancora intatti, pronti per essere scoperti. Proprio qui interviene il bibliotecario, il cui compito è quello di indirizzare il pubblico verso libri che aspettano di essere scoperti e letti. Elisabetta, in virtù di ciò, sta portando avanti un'importante battaglia di mappatura delle aziende tradizionali nascoste dalla digitalizzazione. La sua missione nasce da una necessità importante e fondamentale nel settore del turismo, di cui ogni giorno facciamo esperienza, cioè la dispersione e la variazione delle principali mete del turismo.

 

Elisabetta per concludere dà 5 consigli importanti che ogni viaggiatore consapevole deve rispettare.

Il primo consiglio è di scegliere con consapevolezza; non bisogna farsi ingannare da pubblicità e costi troppo vantaggiosi. I costi così bassi per un hotel o un Airbnb sono ciò che sta facendo sparire le attività tradizionali.

Il secondo consiglio è quello di entrare in punta di piedi ovunque andiamo; dobbiamo sempre tenere a mente che siamo ospiti. Non limitiamoci a scattare delle foto, ma interessiamoci sinceramente al luogo in cui siamo.

Il terzo consiglio è quello di viaggiare per se stessi e non per gli altri. Non scegliamo un luogo solo perché sappiamo che è molto in voga, o perché si presta molto a foto e video.

Il quarto consiglio è quello di misurare il nostro viaggio in incontri, non in checklist. Alla fine di ogni viaggio, quando torniamo a casa, valutiamolo sulla base delle persone che abbiamo conosciuto e delle storie che abbiamo ascoltato.

L'ultimo consiglio è quello di rispettare e non consumare.

 

 

La serata è pronta a concludersi con l'ultima esibizione dell'ultimo atto.

Sul palco sale la band indie-rock Loren. Una band fiorentina nata nel 2018 dalle ceneri degli Amarcord, con una nuova formazione e un’evoluzione musicale verso un electro-pop e un indie-rock in italiano dal sound internazionale. Il loro album di esordio Loren (2018), prodotto in collaborazione con artisti legati a Lo Stato Sociale e registrato allo Zoo Studio di Luciano Ligabue, ha ottenuto ottimi riscontri dalla critica ed è stato promosso con videoclip e un tour nelle principali città italiane. La band parla di come la crisi dell'ambiente musicale sia collegata alla crisi dell'ambiente naturale.

 

Negli ultimi 20 anni la digitalizzazione di numerosi servizi ha colpito anche il settore musicale, portando ad una svalutazione delle canzoni all'interno del mercato musicale. Se molti anni fa il valore di una sola canzone all'interno di un CD era di circa €2, oggi il valore di una canzone su Spotify, la più grande piattaforma di streaming musicale, è di €0,0000001.

L'impatto ambientale dell'industria musicale e della digitalizzazione è anch'esso, insieme ad altri settori, importante nella sua complessità. La produzione fisica di supporti come CD e vinili richiede risorse naturali e genera inquinamento, ma l'aumento dello streaming, pur riducendo l'uso di materiali plastici, comporta un alto consumo energetico dovuto alla trasmissione, memorizzazione e elaborazione di dati musicali su server e dispositivi digitali.

Un'ora di ascolto in streaming produce circa 55 grammi di CO2, equivalente a mezzo chilometro percorso in auto a benzina. Nel 2024, solo Spotify ha prodotto circa 195 milioni di kg di CO2, equivalente all'impatto di 42.000 auto in un anno.

Tra i vari effetti che la digitalizzazione dei servizi ha portato c'è anche la perdita della capacità di scegliere. I servizi di streaming musicali e televisivi danno l'illusione a chi ne usufruisce di avere la possibilità di scegliere all'interno di un catalogo di prodotti potenzialmente infiniti. Ma si può realmente scegliere di fronte a un numero così grande di prodotti? Davanti a così tanta scelta, gli utenti finiscono per affidarsi playlist precompilate basate appositamente sugli interessi di mercato, escludendo così realtà che hanno difficoltà a farsi notare al grande pubblico.

All'interno della nostra società sta avvenendo una trasvalutazione negativa dei valori, secondo cui alberi pluricentenari necessari alla nostra sopravvivenza vengono giudicati di valore inferiore rispetto ad oggetti creati con quegli stessi alberi.

 

I Loren concludono la serata TEDx Countdown con un'esibizione musicale che si rivela essere un inno alla paura. A non lasciarsi bloccare dall'ansia del cambiamento climatico, dalle immagini che ogni giorno affollano il nostro telefono. Il countdown è ancora in corso, ma il tempo non è ancora finito. Siamo ancora in tempo per lasciare un mondo migliore non ai nostri figli, ma ai nostri genitori. Possiamo ancora fare in modo che i nostri genitori lascino questo mondo con la consapevolezza di aver lasciato un posto migliore, destinato a vivere ancora a lungo.

 

 

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Intervista a Flesha

La scorsa settimana abbiamo avuto il piacere di intervistare Flesha, rapper e produttore veronese con una carriera iniziata nei primi anni 2000. In occasione dell’uscita del suo nuovo album, Bullet Proof Soul, Flesha ci ha raccontato il percorso che lo ha portato a questo progetto, in un viaggio tra resilienza, identità e sperimentazione sonora. Dagli esordi nella cultura hip hop di Verona fino alla stretta collaborazione con Dok the Beatmaker, produttore padovano che ha curato ogni beat dell’album, Flesha ci ha accompagnato alla scoperta di un disco che segna una nuova tappa nella sua evoluzione artistica.

 

 

Ciao Matteo! Partiamo dalle origini: chi è Flesha? Raccontaci delle tue prime esperienze nella scena hip hop di Verona e di come ti sei avvicinato a questo mondo.

Mi sono avvicinato concretamente alla cultura Hip-Hop verso la fine del 1997, non avevo ancora compiuto 11 anni, all’epoca ero poco più che un bambino che cercava di identificarsi in qualcosa. L’input mi è arrivato dal video di “Ce n'è” degli Otierre (storico gruppo Rap di Varese attivo dai primi anni ’90) quel disco in particolare (“Dalla Sede”) è diventato una sorta di vangelo per me, Esa era il frontman di quella crew ed è diventato subito il mio punto di riferimento, i primi testi che scrivevo erano una brutta copia delle sue robe. Di lì a poco ho iniziato ad abbozzare le prime basi con i pochi mezzi che avevo a disposizione, ricordo che comprai “Magix Music Maker”, un software digitale per produrre musica, ed iniziai a comporre i primi beats, senza avere un minimo di knowledge o di know-how. Nessuno mi ha mai insegnato nulla, ero troppo piccolo per tentare un approccio con la scena della mia città, per cui ho iniziato a fare tutto da solo, in prima persona.  All’epoca per farti conoscere era necessario realizzare dei Demo, io ne ho prodotti cinque prima del primo Demo “ufficiale” che si intitolava Flashback ed è uscito nel 2002. Quel lavoro mi ha fatto conoscere in tutta la città di Verona e, in generale, nel Veneto. All’epoca ho creato una piccola scena di Rappers, Djs, Writers e B-Boys che stazionava sui gradini della Gran Guardia di Verona, in Piazza Bra. Ci si trovava tutti i giorni a fare Freestyle, a cazzeggiare in compagnia, ad ascoltare i dischi Rap del periodo. Quel momento storico è stato fondamentale perché abbiamo contribuito a gettare le basi per una rinascita della cultura Hip Hop in strada, nella città e nella provincia, così come anni prima è stato fatto dalle realtà che gravitavano nella zona dell’arsenale di Verona o in piazza Renato Simoni. Da lì è iniziato un lungo periodo di Battle di Freestyle in giro per l’Italia, i primi Showcase, le prime produzioni serie, i primi contatti con la scena più affermata. Dal 2006 ho iniziato a dare alle stampe i miei lavori, il primo è stato “Reportage” , che è diventato un piccolo culto, soprattutto per Verona, quell’album è stato il mio progetto d’esordio, scritto e prodotto tra i miei 16 ed i miei 19 anni. Nel tempo, ho realizzato complessivamente 8 Album, collaborando con alcuni dei nomi più importanti del Rap italiano: da Bassi Maestro a Jack The Smoker, da Mondo Marcio ad Ape, dall’Osteria Lirica a Lanz Khan, giusto per citarne alcuni.

E ora, dopo diversi album in studio, è arrivato Bullet Proof Soul, un progetto a quattro mani con Dok the Beatmaker. Com’è nato il vostro sodalizio? E com’è stata la realizzazione dell’album: avete lavorato insieme in studio o a distanza?

“Bullet Proof Soul” è nato da una sinergia costruita nel tempo tra me e Dok the Beatmaker, un produttore di Padova con il quale condivido una visione artistica profonda e un'intesa musicale naturale. La nostra collaborazione è partita quasi per caso, come spesso accade nelle migliori storie, ma si è subito trasformata in qualcosa di molto più solido e significativo. Domenico (Dok) è di 10 anni più giovane di me, nonostante ciò, conoscendoci da molti anni, siamo riusciti nel tempo a costruire un’intesa musicale unica. Il nostro sodalizio è il risultato di un rispetto reciproco e di una profonda passione per il suono. Dok ha un approccio alla produzione che valorizza la mia scrittura e la mia capacità di raccontare storie, mentre io cerco di spingere i suoi beats al massimo delle loro potenzialità con le mie liriche. Abbiamo scoperto di essere complementari: lui cura ogni dettaglio musicale con una precisione quasi chirurgica, mentre io porto l’emotività e la narrazione. Considera che, in tutta la mia storia musicale, questo è il primo progetto che mi vede protagonista solamente sul microfono, non sulle produzioni. Per chi conosce il mio background, questa cosa è inusuale, ma per me è stata una sorta di benedizione, un nuovo capitolo, affidare il 90% delle strumentali di un intero Album ad un Beatmaker che non sia io è una cosa molto strana, ma questo ti fa capire quanto mi sia fidato delle skills e della meticolosità di Dok. Per quanto riguarda la realizzazione dell’album, abbiamo lavorato principalmente a distanza. Questo non ha rappresentato un limite, anzi, è stata una sfida che ci ha spinti a dare il meglio di noi. Domenico mi inviava i beat, io scrivevo e registravo le tracce, e poi tornavamo a scambiarci opinioni per affinare ogni brano fino a raggiungere il risultato desiderato. Grazie alla tecnologia, le distanze si annullano, ma è stato fondamentale anche il fatto che avessimo già un'ottima intesa artistica. Certo, ci sono stati anche momenti in cui siamo riusciti a vederci di persona per discutere e approfondire alcune scelte musicali, riregistrare certe tracce e apportare delle modifiche, ma il cuore del progetto si è sviluppato online. Questo dimostra che, quando c’è una connessione autentica e una visione condivisa, si possono creare grandi cose indipendentemente da dove ci si trovi. “Bullet Proof Soul” è il frutto di questa alchimia.

 

 

Parliamo del cuore di Bullet Proof Soul. A livello di tematiche, cosa vuoi comunicare con questo lavoro? E sul piano delle sonorità, cosa possiamo aspettarci?

"Bullet Proof Soul" è un viaggio attraverso la resilienza emotiva e l'identità. Il titolo è ispirato dall’omonima canzone di Sade (cantante, compositrice e produttrice discografica britannica di origine nigeriana che ha realizzato canzoni immortali, una delle più famose è “Smooth Operator”). Ho voluto raccontare cosa significa costruire un'anima a prova di proiettile: affrontare le difficoltà, metabolizzare le cicatrici e uscire dall'altra parte più forte, ma senza perdere la sensibilità. Ci sono tracce che esplorano temi come la lotta interiore, il senso di perdita, la determinazione e la ricerca di sé stessi (canzoni come “Luci e ombre”, “Tempo” e “Cocito” su tutte) alternate a tracce Rap più canoniche, dove l’esercizio di stile viene valorizzato (mi riferisco a tracce come “No Bullshit”, “John McClane” o “Heavy Metal Gear”)  Nel complesso volevo che fosse un lavoro autentico, capace di parlare a chiunque abbia affrontato momenti molto difficili ma sia riuscito a trasformarli in forza. Sul fronte sonoro, 'Bullet Proof Soul' è un ponte tra mondi. C'è una forte base hip-hop, perché è lì che le nostre radici affondano, ma abbiamo voluto sperimentare molto, mescolando elementi Soul ed R&B. Ci sono strumentali potenti, ma anche momenti più intimi, costruiti su melodie calde e arrangiamenti stratificati. L’idea era creare un suono che fosse tanto crudo quanto raffinato, in grado di evocare emozioni profonde ma anche di far muovere la testa. Ogni brano ha una sua identità, ma insieme raccontano una storia coesa e sfaccettata, come un mosaico.

In questo album ci sono diversi ospiti al microfono, come Capstan, Jap, Eyem Bars, Giovane Feddini e Alessandra Ferrari. Puoi raccontarci brevemente chi sono e perché hai scelto proprio loro per questo progetto?

Ho scelto di collaborare con persone che stimo, con le quali ho un rapporto umano prima che musicale, ognuno ha dato il suo contributo al progetto: Jap è un fratello da sempre, collaboriamo insieme da tempo, abbiamo realizzato anche un album in precedenza (“Longevity”, 2021) la traccia in cui partecipa (“Tempo”) è molto evocativa ed intima, la sua strofa è stata un plus. Anche Capstan è uno di quegli artisti che stimo e con il quale non collaboravo da anni, il suo flow e la sua delivery si sposano perfettamente con il mood di “La festa non finisce mai pt.2” la canzone che abbiamo realizzato assieme. Eyem Bars e Giovane Feddini sono due dei migliori liricisti in Veneto e non solo, “Heavy Metal Gear” ne è l’ennesima conferma, amo collaborare con degli Mc in grado di trasmettere autenticità e intensità; era impossibile non includerli. Infine, Alessandra Ferrari è una cantante con una voce che tocca l’anima. La sua presenza aggiunge un livello emotivo che da solo non sarei riuscito a raggiungere, la sua presenza in “Luci e Ombre” impreziosisce la traccia. Tutti loro condividono la mia visione artistica, ma allo stesso tempo hanno arricchito il progetto con la loro unicità. Questo album non sarebbe lo stesso senza di loro. Li ringrazio vivamente.

 

 

Grazie Flesha per il tuo tempo! Il disco è uscito ieri, 1 dicembre, e non vediamo l’ora di farlo scoprire al nostro pubblico. 

Grazie a voi per questo spazio e per il supporto! "Bullet Proof Soul" rappresenta un viaggio personale, un racconto di resilienza, crescita e voglia di non mollare mai. Spero che ogni traccia possa trasmettere un messaggio a chi ascolta, che possa ispirare o almeno far sentire qualcuno meno solo. A chi mi segue, voglio dire questo: non smettete mai di credere in voi stessi, anche quando sembra che tutto sia contro di voi. Siamo più forti di quanto pensiamo. Vi ringrazio di cuore per il vostro amore e sostegno – senza di voi, questo viaggio non avrebbe senso. Non vedo l’ora che ascoltiate il disco e che mi diciate cosa ne pensate. Ci vediamo presto, magari sotto un palco! 

One Love.

Per ascoltare Bullet Proof Soul potete cliccare su questo link 👉 https://distrokid.com/hyperfollow/fleshaanddokthebeatmaker/bullet-proof-soul-2?fbclid=PAZXh0bgNhZW0CMTEAAaZZfbsYphLvZB-RihBab-Bb8EEc5a5epwmMvLScVVPQH-Kvd_jyUfIE234_aem_H8kuVj4XFiMhlgmviydQFw


Intervista a Gino Paoli

Di Giovanna Girardi

 

Qualche mese fa mi è capitata una cosa bellissima.

Per introdurre lo spettacolo di Enrico de Angelis in occasione dei 60 anni di Sapore di sale, ho intervistato Gino Paoli per L’Arena. Ebbene sì, Gino Paoli. Quel Gino Paoli che ha fatto la storia della musica italiana.

Quando ho sentito “Pronto” all’altro capo del telefono, non sono riuscita a trattenere un complimento del tipo: “È un grande piacere per me intervistarla, ho ascoltato così tanto le sue canzoni…”. Poi mi sono accorta della banalità e ho aggiunto, “Beh, come milioni di altri italiani”. Di tutta risposta Gino Paoli non ha risposto. Mi ha trattato lì per lì con una certa ritrosia, forse per una sua insofferenza alle adulazioni, ma poi, vista la sincerità della mia emozione (e constatato che non ero una matta sfegatata), si è ammorbidito, si è aperto con franchezza.

D’altra parte, parlando con lui, non ero solo una giornalista un po’ coinvolta. Ero la bambina che ascoltava in loop Quattro amici al bar, la ragazza del liceo che si era appassionata a Che cosa c’è, la studentessa universitaria che cercava di decifrare la metrica di Il cielo in una stanza, la giovane donna che ascoltava gli arrangiamenti morriconiani di Sapore di sale, che ripensando a La gatta ricordava luoghi iconici della sua infanzia, che ha riscoperto Senza fine grazie a un film di Virzì e Ti lascio una canzone live con Ornella Vanoni grazie ai fortunati incontri della vita. Insomma, niente di speciale in Italia. 

Per cercare di mantenere un aplomb professionale, ho dovuto fare appello alla mia serietà più del solito. E nel corso dell’intervista anche il mio mito, il nostro mito, mi ha riservato qualche confessione, riflessioni profonde, considerazioni sincere e una malcelata instancabile dolcezza, che fin dal primo singolo del ’59 muove in sottofondo le sue note e parole.

L’intervista è uscita a suo tempo molto tagliata sull’Arena (più che altro per ragioni di spazio). Così ho chiesto agli amici di Salmon di pubblicarla in versione integrale, pensando che le parole di Gino Paoli possano essere un bene pubblico.

Ecco ciò che ci siamo detti. 

Tante sue canzoni sono impresse nella storia della musica e – cosa ancora più bella – sono ancora molto ascoltate: diventano colonne sonore di film, le ascoltano i giovani. Si è mai chiesto perché?

Sì, perché non mai state di moda. Le cose di moda, quando finisce quella moda, finiscono. Dato che io non ho seguito mai la moda, di nessun tipo, ho fatto quello che mi sembrava giusto, ho scritto quello che sentivo, se le mie canzoni piacciono, piacciono sempre a qualcuno. 

Quando ha cominciato, sentiva di dover fare questo mestiere? L’ha cercato o è capitato?

È stato un caso, solo un caso. Io facevo il pittore e facevo anche il grafico per una ditta. La mia vita era già a posto per conto suo, anzi facevo quello che mi piaceva, cioè dipingere. Poi un amico mi ha chiesto di incidergli delle canzoni, mi hanno chiesto di cantarle e mi hanno offerto dei soldi, allora ho detto: “Va bene”. Inizialmente l’ho fatto come una sorta di gioco che sarebbe finito il più presto possibile, invece è durata 50, 60 anni. 

 

 

Se l’aspettava all’inizio?

No, non mi aspettavo niente all’inizio. Tieni conto che io non avevo mai scritto canzoni, improvvisamente un giorno torno a casa e mi dico: “Quasi quasi mi scrivo una canzone io” e ho scritto La gatta. La gatta è uscita come disco a gennaio-febbraio, qualcosa così, e non ha venduto niente, a parte i dischi che ha comprato mia mamma. Poi, durante l’estate, nei juke-box si sentiva solo quella. Praticamente si è lanciata da sola la canzone. Quando le persone sono tornate a casa dal mare, se la sono andata a comprare, allora è stato un successo. 

C’è una canzone fra le tantissime a cui è particolarmente affezionato?

No, perché le canzoni sono come pagine di vita. Sarebbe come se lei mi dicesse: “Preferisce quella che ha scritto a 25 anni o quella che ha scritto a 40?”. Sono l’espressione di un mondo, che naturalmente cambia. 

E invece una canzone poco o meno conosciuta delle altre, secondo lei ingiustamente? 

Non lo so, perché non mi sono mai interessato di queste cose, di numeri… le cose che so, me le hanno dette: non ho mai scritto per vendere, ho scritto perché sentivo voglia di scrivere. E poi il fatto che una canzone avesse successo era un incidente… va bene, grazie se gradite, ma io scrivo per scrivere una cosa giusta, che serve a me e che può servire a qualcun altro. 

Si sente di più musicista, autore o entrambe le cose?

Ma io… quando scrivo, scrivo tutto insieme, non è che prima scrivo la musica e poi ci metto le parole. Scrivo una frase musicale e parlata, di testo, che ha già in sé tutto quello che verrà dopo. Nel senso che devo seguire quella parte iniziale e poi si scrive tutto il resto.

Prendiamo Sapore di sale che quest’anno farà 60 anni e sarà il centro dello spettacolo a Verona. Sono d’accordo con lei che resiste al tempo ciò che non segue le mode. Secondo lei c’è qualcosa oggi che potrebbe essere fuori dalle mode e che magari riascolteremo fra 60 anni? 

Non credo, adesso no. La produzione di oggi è una produzione che ignora il testo, ignora l’emozione che uno dovrebbe trasmettere quando scrive e che dovrebbe arrivare. Adesso più che altro è una situazione molto ritmica, dove l’importante è una base per muoversi. La canzone da sentire, per provare un’emozione, non mi risulta che ci sia. Tra parentesi, di Sapore di sale la cosa buffa è che è l’unica canzone che non mi sembra d’aver scritto io. Nel senso che io tornai dalla Sicilia, dove io avevo vissuto in un posto che si chiama Capo d’Orlando, e quando arrivai a casa, mi misi al pianoforte come se me la dettassero, come se fosse già scritta, tanto è vero che poi io ho cercato di farla sentire a tutti, perché pensavo di aver scritto una cosa che avevo già sentito, insomma, può capitare. Invece no, nessuno la riconosceva come una canzone già fatta. È l’unico caso, di tutte quelle che ho scritto, che ho scritto come se qualcuno me la dettasse, come se venisse dal nulla, già pronta.

E poi l’ha arrangiata Ennio Morricone. Com’è stato lavorare con lui?

In questo caso gli ho fatto scrivere tre volte l’arrangiamento, perché non mi piaceva. Aveva fatto un arrangiamento con trombe, tromboni, eccetera e non mi piaceva per niente. Per cui gliel’ho fatto riscrivere e la terza volta ha scritto questa versione. Tra parentesi, usando un basso-chitarra che suonava il fratello di Little Tony: ce l’aveva solo lui e l’ho fatto venire per fare la ritmica, perché avevo bisogno di qualcosa per fare la ritmica… quella parte lì (e canticchia il basso di Sapore di sale “tantadadadantanta-ta, tantadadadantanta-ta”) me l’ero inventata io, non Morricone, però è stato grazie anche a questo Enrico, mi sembra che si chiamasse Enrico, Enrico Ciacci, che ha fatto tutta la base ritmica praticamente. Poi la terza volta che mi portò l’arrangiamento, mi andava bene, così l’ho cantata. 

E direi che è andata bene. C’è qualche musicista della sua lunga e intensa carriera che l’ha colpita particolarmente?

Con cui ho collaborato? Beh io ho collaborato con un sacco di gente…

Eh… lo so. 

Uno che mi era piaciuto molto… c’è tutta una storia che non le sto a raccontare adesso, è Jacques Brel. Lui voleva uno in Italia che gli traducesse le canzoni. Era amico di un certo Alain Barrière di cui avevo scritto i testi in italiano ed erano stati due successi di classifica, e allora, dato che Brel voleva avere un esito anche in Italia, mi chiamò a Parigi e mi fece sentire alcune canzoni. Così tornai e tradussi Ne me quitte pas che diventò Non andare via. Ed ebbe un certo successo in effetti, Brel era molto contento. 

E invece un musicista con cui non ha collaborato, ma le sarebbe piaciuto?

Mah, sono i brasiliani. Io ero amico con Vinicius De Moraes e mi sarebbe piaciuto collaborare con lui molto, perché era vicino a me come testa. Allora avrei voluto, però non siamo mai riusciti… siamo riusciti sì a bere insieme, ma a scrivere qualcosa insieme no. 

Dato che ha visto, vissuto e in parte scritto tutta questa storia della musica italiana, come le sembra sia cambiata la canzone italiana in questi 60 anni? 

Beh la questione è: cos’è che piace adesso? “Io scrivo per avere successo”: se si parte così, tutta la cosa non mi interessa. Non puoi scrivere tenendo presente cosa va adesso, obbligato in una prassi che non è tua, cioè a me non piace la prassi e quindi non mi piace il risultato. 

 

 

E quindi cosa suggerirebbe di fare a un giovane cantautore?

Di fare quello che sente, non quello che vogliono il mercato, il produttore, la casa discografica. Fare quello che sente e sperare che piaccia anche agli altri. Però quando tu scrivi quello che senti e ti riesce bene, sei soddisfatto anche se poi non vendi. 

E quand’è stato che la canzone italiana ha smesso di dire qualcosa, di essere interessante?

Purtroppo fortunatamente siamo stati noi, noi cantautori di allora. I cantautori di Genova, Luigi (Tenco, ndr), io, Bruno (Lauzi, ndr), quelli lì, più qualcun altro come Sergio Endrigo… c’è stato un momento in cui qualcuno ha detto: “Cazzo, ma la canzone può essere usata per esprimersi, non deve essere soltanto un genere di divertimento. Può servire per esprimere quello che sei, quello che pensi, quello che ti sta nel cuore”. E questa cosa è successa a noi nel ’60, perché semplicemente è andata così, poteva essere qualcun altro… perché prima o poi qualcuno si sarebbe accorto che la canzone può essere un mezzo di espressione. Però è stato così, è successo a noi. 

Se le dicessi, per esempio, nomi come Samuele Bersani, Daniele Silvestri, Max Gazzè, che sono cantautori di una generazione successiva alla sua ma non più giovani, secondo lei lì c’è una forza paragonabile a quella che c’era quando avete cominciato voi?

No, semplicemente no. La complicazione è stata lo svilupparsi dell’industria discografica. Quando abbiamo cominciato noi era un fatto praticamente dilettantistico, guidato da Nanni Ricordi, che era un matto che voleva solo cose diverse. Quindi la questione è stata anche un’atmosfera, un momento che ha determinato tutto quanto e che ha dato a noi la grinta per scrivere in maniera personale: questo poi non è più avvenuto direi. C’è stata, sì, gente che scriveva bene. Scrivere bene è una cosa, scrivere col cuore è un’altra. Di solito quelli che scrivono, dipingono o fanno questo, muoiono e poi quando sono morti la gente si accorge che sono stati bravissimi, di solito accade così… a noi è andata bene, perché eravamo ancora vivi (ride, ndr).

Quindi era tutto bello allora?

Ha presente Gioventù bruciata, James Dean e tutto quel mondo: noi eravamo quel mondo lì. I ribelli, quelli dall’altra parte, quelli che non seguono le regole. Non c’è niente da fare: io sono andato a Sanremo e il portiere mi ha detto: “Vestito così non entri”. E mi sembra sia molto sintomatico. La gente poi è andata anche nuda, però purtroppo tutti i limiti da trasgredire, invece che trasgredirli gli artisti, gli scienziati, li hanno trasgrediti gli imbecilli e quindi è una cosa che non credo sia neanche piacevole. 

 

 

Oggi dipinge ancora?

No… dipingere vuol dire vivere da pittore, mangiare da pittore, guardare da pittore, altrimenti non si può farlo. Non sono mai stato un paintre du dimanche. Un paintre du dimanche è stato Gauguin all’inizio e va benissimo, però dopo, prima di morire, se n’è andato a cercare se stesso da qualche parte alle Isole Marchesi… capito cosa voglio dire?

Sì. E invece oggi quanto tempo passa a suonare, a cantare?

Beh dipende dalla giornata e dipende da come mi sento io… la musica è qualcosa che accompagna la tua tristezza oppure accompagna la tua allegria. La musica è qualche cosa di astratto: per questo è così bello scrivere con la musica, perché la musica evita gli equivoci della parola. La musica è una compagna che, se cominci, ti accompagna tutta la vita ed è bellissimo avere una compagna così. 

Scrive ancora?

Se scrivo ancora? Sto scrivendo quattro o cinque canzoni e non riesco a finirle, per cui non mi svegli questa cosa che poi mi sento male… 

Va bene allora facciamo finta che non abbia fatto la domanda.

Va bene. 

Ecco, direi che ho quello che mi serve e anche di più. Se fosse per me starei a parlare tutto il pomeriggio, però purtroppo devo mettermi al lavoro. Quindi la ringrazio…

S’immagini. 

Non solo per l’intervista, ma anche per le sue belle canzoni che mi ascolto spesso. 

Bene, bene. Sono contento. 

Grazie allora. 

Arrivederci. 

A presto. Spero di sentire le canzoni eh…

(ride) Prima o poi. 

Grazie ancora. 

Ciao. 


Intervista a Numb

Di Nicolò Bello e Nicolò Tambosso

 

«Zacinto» è il tuo pezzo di debutto con l’etichetta MAKETHOUSAND di Bologna, forse anche il brano inaugurale di una tua nuova fase artistica. Siamo veramente felici di questa maturazione e curiosi di assistere alla tua crescita.
Ci chiediamo anche come stia Filippo, come ti senti all’idea di fare questo passo?

 

Allora, fisicamente sono all'80% mentre psicologicamente vado dallo 0% al 100% in base a ogni secondo che passa.
Filippo è in elaborazione: mi trovo in un periodo dove mi ascolto molto e cerco di trarre più cose positive possibili da ciò che ricevo. Potrebbe non sembrare ma questo processo non mi fa scrivere molto, in realtà. Sto scrivendo poco ma sto ascoltando tanto quello che c'è attorno a me e quello che c'è dentro di me.

Zacinto, che hai citato prima, parla proprio di questo: dell'ascoltare  e del sentire quello che si ha dentro. Anche stare a sentire chi ci sta intorno è importante. In questo periodo ascolto gli altri e parlo molto meno del solito. Normalmente vado a periodi: ci sono dei momenti in cui parlo di più e sono più protagonista a livello verbale, mentre tante altre volte ascolto e lascio che siano gli altri a farmi capire a cosa devo rispondere.

 

Parlando di risposte, in questo periodo credi di essere più vicino a farti le domande giuste?

 

In realtà ho paura della risposta, ho paura delle risposte in generale. Penso che la domanda sia la cosa più importante, la continua ricerca di un percorso, la corsa continua verso qualcosa. Poi ci sono dei traguardi no… Forse delle soglie che attraversi, più che dei traguardi veri e propri.

 

Torniamo a «Zacinto»; la tua canzone ha una struttura dialogica e si sviluppa con un costante riferimento alla donna delle tue aspirazioni, dei tuoi rimpianti e dei tuoi ricordi. Apparentemente siete soli, tu e lei.
La nostra domanda è quanto ci sia di tuo in questa figura a cui ti rivolgi. Quanto è sottile la linea tra dialogo e monologo nel tuo pezzo?

Direi 50 e 50. Nella seconda parte del testo è più un monologo.

Ti faccio un esempio semplicissimo: quando mi rivolgo a una donna nella strofa, mi rivolgo sempre a lei in carne e ossa, è interpretazione molto più semplice,  più leggera, non va così in profondità, o comunque quello che dico nella strofa è più in superficie. Definirei questa parte del testo più «corpo».

Invece per quanto riguarda la prima parte del brano, direi che è più «anima». Io parlo all'anima di lei, si tratta di un dialogo tra me e la sua anima. Ho in mente il nostro senso di sofferenza nello stare distanti. So che, in quel momento, una delle poche figure che può capire fino in fondo quello che sto provando è lei.

Se mi chiedi cosa ci metto di mio direi che si,  è come se in quelle strofe stessi parlando un po' anche a me, no? Come se lei riflettesse quello che penso. Mi sembra proprio di rivedermi in lei, in quella parte di me che non ci sta, in quella parte di me che si preoccupa e che ha bisogno di evidenziare dei problemi.
A volte si lotta per comprendersi, ma penso che la lotta sia una componente importantissima della vita. Certo, il confronto è importantissimo e lei ha una capacità di empatizzare con me molto forte, in generale ha una forte intelligenza emotiva. Ehm... sono queste cose che ti salvano. Quando le dico... non lo so... le spiego, che sto vivendo una determinata situazione… Lei mi può dare la tua stessa identica risposta… Magari lei dice «bello», come potresti dire te, ma il suo «bello» ha un valore completamente diverso per me perché parla un linguaggio differente.

 

Il grande protagonista di questa traccia sono il testo e le sue parole, con particolare attenzione a come si incastrano, a quali immagini sono in grado di evocare e a quale storia permettono di raccontare.
Quanto sei disposto a scendere a compromesso nella scelta dei termini, quando si tratta delle tue canzoni e quanto tempo dedichi alla scelta delle parole?

 

A volte, quando scrivo determinate canzoni, avverto di non sentirle mie, anche se non in senso negativo.  Ne ho parlato molto e mi sono confrontato anche con altri artisti, non sono il primo che ha questa sensazione.

In questo momento ho qualche difficoltà con le parole, tante volte mi sento quasi costretto a cesellare troppo il linguaggio, soprattutto quando scrivo testi dove ha un approccio razionale. Nei testi più cerebrali tendo a ritagliare un po' di più le parole, perché siamo in un'epoca dove non puoi sempre dire tutto quello che vuoi o come vuoi tu.

La mia etichetta non mi pone nessun limite, non è che mi dica: «questo sì e questo no». Forse è più una questione di percezione del pubblico. Sto cercando piano piano, con il contagocce, di utilizzare comunque questi termini, un esempio può essere «serendipità», una parola meravigliosa perché rappresenta un concetto bellissimo.

 

«Salvami!» è l’invocazione che ripeti nel ritornello di «Zacinto», per questa intervista ci siamo chiesti chi fosse la destinataria di questa preghiera.
Nel testo racconti di come tu ferisca la tua compagna perché sei angosciato, la tua richiesta di salvezza si origina nel desiderio di risolvere un conflitto interiore originato dalla nostalgia, che è la causa del tuo dolore e della tua rabbia. In questo senso sarebbe la tua compagna che può salvarti, venendoti incontro prima che sia troppo tardi. «So che ho esagerato e per questo ti chiedo scusa, ferire in quel modo sai che non è nella mia natura [...] Non sai quanto manchi voglio riabbracciarti, farlo prima che sia troppo tardi».

Questa lettura però non era abbastanza, la scelta del titolo, le immagini che scaturiscono dal tuo testo ci sembravano troppo pregnanti. Siamo certi che il desiderio sia sempre quello di essere salvato dalle tue angosce, dalla nostalgia per la terra natia e dal nervosismo che ti causa la quotidianità. Ciò che ci ha incuriosito è stata la tua scelta di affidarti all’immaginazione per essere salvato. Nella gabbia della razionalità che ti relega alla cruda realtà infatti, hai scelto di chiedere di evadere attraverso l’evocazione di un idillio Foscoliano, di un’immagine poetica. «Perché ho tutto da perdere, e ripenso alla mia Zacinto, in un recinto fatto di idee».
Ci è sembrato che non fosse solo la tua compagna che potesse salvarti, ma anche la tua capacità di immaginare un mondo nel quale fossi felice di vivere, con lei, oltre a una versione migliore di te stesso che lo abitasse.
Questa quindi è la nostra domanda: «Quanto credi possa salvarci la fantasia da «dolore, botte e tagli” che ci procura l’esistenza?».

 

La tua analisi è molto corretta. Beh, direi che la fantasia è un fulcro, un centro che si sposta attorno all'amore… Fantasia e amore…. La seconda quasi più della prima, direi che vanno a braccetto. Sono loro che ci salveranno o che lo stanno facendo anche già adesso.

 

A volte la fantasia va anche a braccetto con l'odio però, pensa al pregiudizio.

 

Sì, hai ragione però mettiamola così: la fantasia ci salva se è nutrita dall'amore. Questo perché l'amore per me è la ragione di ogni cosa. Sia dietro ogni cosa positiva che dietro ogni cosa negativa c'è l’amore, secondo me.

 

Per l’ultima domanda prendiamo in prestito una frase di «Business Class», un tuo singolo del 2022, nel quale rappi: «La mia gente il blocco lo sente, più dentro al cuore che tra i palazzi». Ci interessa questo profondo sentimento di coesione di cui parli, tra le compagnie di quartiere. Qualcosa che istintivamente legheremmo alla cultura hip hop. Negli ultimi anni il panorama musicale indipendente veronese è decisamente cresciuto, arricchendosi di diversi artisti capaci di ritagliarsi una nicchia nel mercato.
Come vivi questo sviluppo? Credi che ci sia la stessa coesione anche nella scena musicale della tua città? Penso ad Adriana, Orlvndo ecc. ecc.

 

Tra me, Adriana e Olly, c'è un'amicizia, ci vogliamo proprio bene. Adri è mia sorella maggiore praticamente. Per quanto riguarda la scena, c'è stato un miglioramento incredibile, parlo dei rapporti privati tra di noi.

Confrontandomi con la vecchia guardia dei ragazzi più grandi infatti. Devo dire «ragazzi» perché loro saranno per sempre dei ragazzi nonostante l’età, grazie alla loro musica. Beh, loro mi hanno sempre detto che ai loro tempi c'era stata un’enorme difficoltà ad avvicinare questa città, a renderla coesa.

Ti posso dire, e mi metto tranquillamente in prima fila, che oggi io e altri artisti siamo molto vicini. Posso pensare ad Angelo, a Koi, posso pensare ad Adriana, posso pensare a Natas, posso pensare a Dj Bars, posso pensare a Slowletti, a Geko… Più che di rapper, parlo anche di gente che ha gestito eventi: Tambo con Horto e l'Accademia dà la possibilità ai ragazzi di esprimersi; Bruce con le aperture del venerdì al The Factory e Geko con il cypher bullismo stanno facendo delle cose incredibili.

Gli artisti esistono perché hanno uno spazio per esprimersi, bisogna dire grazie a queste persone che danno la possibilità agli artisti di essere artisti. Perché senza uno spazio, senza un pubblico, non lo sei. Tra noi c'è una coesione forte, dovuta al fatto che più proponi eventi più la gente viene agli eventi e si conosce.

Io farei leggere questa intervista al nostro sindaco perché abbiamo ancora bisogno di eventi, di musica, di confronto, di cultura. Si sta già facendo qualcosa e anche voi avete fatto tantissimo. Si è vista questa cosa negli artisti, si riflette, ci vogliamo bene tutti. Io non ho difficoltà a stare una sera con Candy o Muslim, che vengono da una realtà completamente diversa, quella di Villafranca, e che fanno una musica molto diversa dalla mia. C'è comunque grande rispetto.

 

«Scena» significa che in un certo territorio gli artisti si conoscono. Non è nulla di più. Il fatto che si conoscano crea mercato, un mercato artistico e creativo. Per questo nasce la competizione, il rispetto, il desiderio di prendere a esempio, il confronto. Questo processo genera altra cultura.

 

Bravissimo, gli spazi in cui si produce cultura attingono materiale da questo processo e generano una macchina infinita. Io credo che oggi Verona non abbia nulla da invidiare... e non lo dico perché sono di qua…  a realtà musicali come quella di Milano, di Bolo o di Torino. Non sto dicendo che siamo migliori. Quello che posso invidiare a queste città è la loro storia, il loro passato. Noi sappiamo che siamo qua per scrivere il nostro.

 

Tutti gli artisti che hai citato fino ad adesso provengono dall’ hip hop. Pensi voglia dire qualcosa?

 

Secondo me adesso l'hip hop sta realizzando una cosa che potrebbe suonare assurda. Oggi quasi tutte le persone che si avvicinano alla musica iniziano dal rap, tuttavia da quando è scoppiato questo fenomeno quanti cantautori sono nati? Moltissimi… senza considerare l’esplosione dell’indie. La gente oggi fa rap e poi forse matura nel pop, nell’indie, nell’R&B. Si è superata la chiusura che caratterizzava questo genere, c’è più contaminazione con meno giudizio. Alla fine scrivere in rima è più semplice, no? Parti da lì e piano piano aggiungi...

L'attitudine hip hop comunque non me la togli neanche se vado all'Ariston, capito? Vorrei che vedeste com'è che saluto le persone (ride) talvolta posso sembrare maleducato e rozzo, ma non è questo il discorso.

 

Nicolò Bello e Nicolò Tambosso


Intervista a Davide Shorty

Di Nicolò Bello e Nicolò Tambosso

 

È Sabato 25 Novembre e noi di Salmon Magazine / Horto, siamo seduti sulla poltroncina da “casting couch” del «The Factory» ovvero l’apprezzatissima sala concerti di San Martino Buon Albergo.

Si tratta della stanza da “recording” che affaccia sulla sala prove dello spazio, una zona che, in occasione dei “live”, funge anche da “Press Room” per i “Big Guests” della “venue” (sì, l’inglese ci fa sentire importanti).

Seduti su due sedie da ufficio (quelle con le rotelle sotto), sorseggiamo due birrette e chiacchieriamo un po' del più e del meno.

Attraverso il vetro dello studio intravediamo la nostra prossima vittima, gli facciamo un cenno di saluto ma con scarsi risultati…

Decidiamo dunque di prendere il toro per le corna e lo invitiamo ad entrare per fare due chiacchiere face-to-face, lui accetta e lui si siede comodo comodo (speriamo) sulle poltroncine che abbiamo provveduto a scaldare con i nostri rispettabili sederi.

Il set è pronto, l'atmosfera è calda e rilassata, i nostri volti sono distesi e pacifici. Quando siamo certi che il nostro ospite ha abbassato la guardia iniziamo a bombardarlo di domande, senza pietà.

Ciao Davide, approfondendo il tuo repertorio musicale si può notare come la tua penna sia sempre stata molto coerente con il tuo percorso artistico: dai primi pezzi ai brani usciti dopo X Factor, dalla collaborazione con i funk shui project al tuo ultimo album «fusion», sei sempre riuscito a catturare una tua dimensione di scrittura unica e cucita su misura per ogni progetto.

Ora, oggi, nel 2023, dopo quasi 6 anni dal tuo primo album, come vedi la musica con l’occhio di un Davide Shorty cresciuto e maturato artisticamente? Che rapporto hai con il Davide di allora? Cosa gli diresti dopo tutto quello che ti è passato?

Io la musica l'ho sempre vista come un'esigenza piuttosto che come il mio lavoro, è diventato il mio lavoro per forza di cose e ne sono infinitamente grato.

Nella mia vita non mi sono mai fatto troppe domande e ho sempre fatto, oggi invece sto cominciando chiedermi delle cose per la prima volta: cosa voglio raccontare? Cosa sto diventando? Cosa voglio diventare? Chi voglio essere? Cosa ho fatto per generare queste domande?

Non parlo soltanto dell'artista che voglio essere ma soprattutto della persona che voglio incarnare e di come voglio reagire agli eventi che succedono nella mia vita.

Viviamo in una società dove siamo saturati dall'informazione, o meglio, dalla disinformazione. Si fa molta fatica a capire come selezionare le nozioni e come discernere cosa è costruttivo da cosa è distruttivo. Fare un lavoro specifico di selezione di queste informazioni richiede uno sforzo mentale che spesso va al di là della nostra capienza, la nostra salute mentale viene poco tutelata, almeno nel mio caso.

Mi rendo conto, per fare un esempio banalissimo, che tutto ciò che polarizza le opinioni in sole due eventualità, richiede anche uno sforzo dal punto di vista morale non indifferente. Questa moralità delle volte ti piega, perché hai delle immagini molto forti davanti e sei bombardato da parte dei mass media. Diventa complicato proteggersi dalle opinioni precostituite e non lasciarsi risucchiare da questa polarizzazione. Perdere il controllo e la calma è molto facile.

Ecco, con la musica per me è valsa la stessa cosa. L’approccio non è mai stato solamente “vado a divertirmi” o “cerco di canalizzare delle sensazioni”. Ho sempre cercato di tradurre le emozioni più forti delle mie giornate nelle canzoni. La musica è stata la mia terapia e, per la prima volta, mi sta facendo porre delle domande in un momento in cui non è più così automatico quello che voglio raccontare.

Quando ero un immigrato a Londra avevo bisogno di raccontare la storia di un immigrato che fatica ad arrivare a fine mese, che sta imparando una nuova lingua e che sta costruendo un’identità da zero. Oggi questa identità l'ho già costruita e quella storia non è più la mia, adesso sto in Italia da cinque mesi e a Londra vado un po' meno.

Oggi guardo al Davide del 2015\2016 mentre stavo scrivendo il mio primo disco, «Straniero», con tanta tenerezza. Gli direi di prendere le cose un po' più alla leggera, senza cambiare nulla di ciò che è passato. Tutto ciò che è successo è stato necessario e mi ha portato qui. Ultimamente sto imparando ad essere grato per tutto.

Molto spesso mi si attribuisce l'etichetta di “artista sottovalutato”. È una cosa che sento dire molto spesso, non soltanto dai miei fan ma anche dagli addetti ai lavori e dalle persone con cui collaboro.

“Ah, ma tu sei molto sottovalutato, ti meriti molto di più di quello che hai”. Prima frasi del genere mi mettevano veramente a disagio e mi ponevano davanti al mio ego e ad un'ambizione non raggiunta, rendendo più faticoso a una parte della mia personalità di esprimersi.

Adesso tendo ad osservare più che a reagire, cercando di vederla da un punto di vista più spirituale, a volte riuscendoci e altre volte no.

Negli ultimi anni l'industria musicale italiana è scoppiata con l’arrivo dell’indie, delle piattaforme di streaming e della musica prodotta dalle ultime generazioni. Una tra queste è l’ondata di RnB/Soul italiano di recente tendenza, cosa ne pensi di questo fenomeno? Credi che sia solo un trend che finirà o che sarà un inizio dove gettare le basi per una nuova cultura RnB/Soul italiana? Il nostro paese è culturalmente pronto per questo fenomeno secondo te?

Io cosa ne penso? Si, penso e spero che possa essere l'inizio di un movimento ma allo stesso tempo credo che ci debba essere più aggregazione in generale nella scena.
Sarebbe bello vedere le persone supportarsi a vicenda un po' di più.
Io, insieme a Serena Brancale e ad Ainé, abbiamo creato un collettivo che ci ha agevolato a vicenda in un modo o in un altro. Sarebbe interessante vedere questo fenomeno allargarsi e prendere forma, piuttosto che assistere ad una ricerca più personale sul genere come invece vedo fare.

Culturalmente parlando è bello vedere queste nuove tendenze ispirate dall’estero anche se, prima di tutto, credo sia importante capire cos’è e da dove viene quello di cui si sta parlando.

Stiamo comunque realizzando una musica che culturalmente non ci appartiene. Personalmente questo concetto mi responsabilizza e mi fa sentire caricato del peso di non scimmiottare qualcosa che non mi appartiene. Preferisco andare a studiare per restituire dignità a una cultura.

"Porto Mondo" e “Non respiro” sono pezzi molto forti, in cui esprimi chiaramente il tuo pensiero su diversi temi politici e sociali. Quanto è importante per te veicolare messaggi di questo tipo con la tua arte? Credi che la musica, attraverso la sensibilizzazione e l’empatia, riuscirà mai a cambiare le persone? Cosa auspichi che accada nella mente e nel cuore dei tuoi ascoltatori quando cerchi di veicolare questi messaggi?

Penso sia importante nella misura in cui mi colpisce. Nel momento in cui ho bisogno di processare delle informazioni le scrivo. Per me è importante metabolizzare ciò che mi mette a confronto con me stesso. Scrivo tutto ciò che mi da dei dubbi, delle sensazioni forti e mi fa provare rabbia, come per esempio la politica.

Tutto ciò che riguarda la polarizzazione, sono delle cose che, per forza di cose, ti mettono a confronto con te stesso. Sono degli eventi che non possono passare inosservati, con cui è difficile non empatizzare, almeno per quanto mi riguarda.

Quando ho empatizzato con determinate cose mi viene spontaneo scriverne. Per me è importante quanto è importante mangiare o bere. È una cura per la mia salute mentale. È il mio strumento di espressione e mi sento fortunato ad aver trovato quella chiave per poter leggere determinate cose. Soprattutto per poterci convivere perché, ripeto, non è facile trovare un canale di sfogo quando si parla di determinati temi. Alcuni sono argomenti molto forti… Sentire cosa auspichi che accada nella mente di chi ti ascolta non è affatto affare mio.

Nato e cresciuto a Palermo, diversi tour alle spalle e ora vivi a Londra.
Come mai questa scelta? Cos’è che Londra ha che le altre città non hanno?

Io ho sempre seguito la mia curiosità. Mi sono trasferito a Londra perché la prima volta che ci sono andato mi sono sentito libero di esprimermi senza giudizi.
Palermo è una città meravigliosa e tanto accogliente ma quando si tratta di creatività ci sono tanti giudizi, le persone sono abituate a giudicare e a mettersi i bastoni tra le ruote.

Ho avuto la spinta verso Londra perché per la prima volta mi sono sentito compreso, quindi mi sono sentito libero e spinto a studiare e a capire ancora di più di quanto io potessi essere.
A Palermo mi sentivo totalmente un outsider, quasi un pazzo. Non ero compreso ma ero compresso.

E come mai ora ti ritrovi di nuovo in Italia?

Sono tornato in Italia dopo 15 anni perché è andata a fuoco una parrucchiera sotto casa rendendola inagibile. Un evento un po’ straordinario e po’ traumatico che è accaduto in un momento in cui stavo finendo il mio primo anno accademico da professore in “sample based music production and performance”, in un’università a Londra.

Mi sono trasferito a casa della mia compagna per qualche mese, fino a quando non abbiamo deciso di trasferirci giù a Palermo per rallentare un po’, dato che a Palermo la vita è molto più lenta.

 

Nicolò Bello e Nicolò Tambosso


Succede a Campo...

Cari salmoni, se nella vostra vita siete già stati a Campo di Brenzone, non servono presentazioni. Se invece non sapete di cosa parliamo, bisogna rimediare, perché a questo minuscolo borgo antichissimo sul Lago sul di Garda si associa un’unica parola: magia.

Noi lo conosciamo perché da anni un gruppo di sognatori indefessi organizza le Notti magiche a Campo (to’ guarda, “magiche” anche loro), cioè una rassegna di concerti di vario genere, dall’omaggio a Luigi Tenco con la band di Ottolini a Gino Paoli. Sono concerti che si ascoltano seduti su un prato fra un centinaio di ulivi secolari, la brezza che rinfresca l’aria, le stelle a pizzicare il cielo, con il lago da una parte, il Baldo dall’altra e una meravigliosa cornice di case in pietra.

Qualche mese fa il sogno sembrava sul punto di svanire, quando il nostro gruppo di indefessi, capeggiato da Sonia Devoti, già presidente del C.T.G. Brenzone, si è lanciato in un’avventura ancora più idealista: in 8 amici hanno fondato l’impresa sociale “Campo Teatro degli Ulivi” e hanno rilanciato. Ci ha raccontato lei stessa com'è andata...

«Circa un anno fa è venuto a mancare il proprietario del terreno, che ci concedeva in affitto per fare “Notti magiche”, e gli eredi ci hanno chiesto di sbaraccare il palco e le altre cose accatastate lì. Il terreno era stato messo in vendita. Da quel momento si poteva chiudere in maniera definitiva l’avventura di 27 anni di musica. Allora è nata un’idea, che all’inizio sembrava una follia, poi è diventata sempre più percorribile, grazie all’incoraggiamento e al supporto di un gruppo che si è creato in maniera abbastanza spontanea: abbiamo acquistato il campo».

È stato facile?

«In realtà c'erano vari interessi, perché da questi 150 ulivi si fa un olio buonissimo, come in tutta quest'area del lago, quindi c'erano varie aziende agricole interessate. Ma i proprietari hanno preferito noi, questo è importante dirlo». 

Qual è il progetto, cosa volete fare nell’uliveto?

«L’idea è mettere un palco, fare un teatro e organizzare eventi musicali durante l’anno… Adesso abbiamo i concerti di Natale dedicati alla vocalità, per esempio i Neri per caso questa domenica, poi ci saranno altri appuntamenti in primavera e in estate. In generale, vogliamo implementare il progetto “Notti magiche”, quindi organizzare appuntamenti musicali di vario genere, dalle arie d’opera, al musical, alla musica leggera, al teatro: insomma, rendere questo luogo vivo grazie a una programmazione assidua e di qualità. Poi l’altra cosa che vorremmo fare è abbinare la musica all’arte, perché l’appezzamento si presta a installazioni di arte contemporanea, che si integrino bene con l’ambiente e nel rispetto assoluto della bellezza di Campo».

Wow. Sappiamo che avete anche lanciato la campagna “Adotta un ulivo”… cioè?

«“Adotta un ulivo” è un modo per entrare a far parte di questo progetto, di questo sogno. Chi adotta l’ulivo con un’offerta minima di 1000 euro una tantum, quindi una volta per sempre, adotta uno dei 150 ulivi secolari della tenuta e lo lega al suo nome o a quello di qualcuno che, magari, vuole ricordare o omaggiare. Ai soci sostenitori che adottano l’ulivo sarà dedicato un concerto particolare, godranno di scontistiche o ingressi omaggio e riceveranno una bottiglia di olio quando la raccolta sarà buona come quest’anno. Soprattutto, è un modo per contribuire al progetto Campo Teatro degli Ulivi».

Ok, come si fa?

«Basta scrivere una mail a teatrocampoulivi@gmail.com. Le adozioni saranno aperte a partire da gennaio, perché da quel giorno sarà possibile godere di una detrazione del 30% grazie al Pnrr. L’acquisto del terreno è stato completamente autofinanziato ed è un modo per chiedere una mano alla comunità».

Ok, sembra che le buone notizie esistano a Verona, che i sognatori trovino uno spazio e un po' di coraggio, che il progetto sia rispettoso dell'ambiente, dell'identità del luogo e dei bisogni della comunità che ci abita. Marchio "Salmone DOC" subito. Anzi, andiamo da loro a prendere lezioni.


FutureUp! - l'ultimo episodio della prima serie: Opportunity Day!

Un progetto al quale abbiamo collaborato anche noi; dal nome alla grafica alla sua divulgazione. Bella soddisfazione, bella tega, gran bel progetto.

 

Il 9 settembre, giovedì prossimo, ci sarà l’ultima puntata di FutureUp!

È già passato quasi un anno. Erano i primi giorni dell'autunno 2020, quando Marta e Riccardo ci parlarono per la prima volta di un progetto di formazione sull’innovazione sociale che veniva direttamente da Torino: una bella ventata di aria fresca, in un momento storico dove di aria non se ne respirava un granché.

Cinque workshop ad iscrizione gratuita, uno per città: Verona, Vicenza, Belluno, Mantova, Ancona

Cinque giorni ciascuno. 

Cinque macro-temi: Giovani, Territorio, Lavoro, Benessere, Partnership

Trenta iscritti per ogni tappa.

 

Due organizzatori: Fondazione Cariverona e SocialFare

Fondazione di origine bancaria impegnata nell’attivazione, sostegno e promozione di progetti di utilità sociale e di sviluppo economico la prima, e centro per l’Innovazione Sociale con sede a Torino che progetta e supporta idee e soluzioni innovative per rispondere alle sfide sociali contemporanee, la seconda.

Un nome: FutureUp! Un’esortazione a lavorare insieme per il domani, a non abbattersi, a tendere una mano e costruire insieme. Anche il colore, blu elettrico è energia pura, è scintilla: 

 

Hai un attimo di down? Non abbatterti, let’s FutureUp!

 

Una prima constatazione viene spontanea: il team di lavoro è in ampia maggioranza femminile (Marta, Silvia, Anthea, Cecilia…) ed è super giovane. Energia da vendere e competenze "che ciao”! 

 

"Sei in down? FutureUp!"

 

Il primo workshop, a Verona, è fissato per Marzo 2021. Poi via veloci. Aprile a Vicenza e Belluno. Maggio a Mantova e di nuovo a Verona. Giugno ad Ancona. 

 

"Sei in ritardo? FutureUp!"

 

Bisogna sperare che arrivino gli iscritti. 

Risponderà il pubblico? E se sì, come?! Cinque giorni, dalla mattina alla sera, sono un grosso impegno: chi vorrà o potrà accollarselo? Inoltre il Covid costringe alla didattica a distanza: quanto sarà penalizzante.

 

 

Due mesi di tempo per spargere la voce nelle cinque città e raccogliere i risultati che arrivano puntuali. Quando a fine Gennaio vengono chiuse le iscrizioni, sono oltre 250 i candidati! FutureUp! Ha colto nel segno; il tema piace, ce n’è bisogno, c’è voglia. A Verona addirittura si deve aggiungere una tappa: si raddoppia!

 

"Sei preoccupato? FutureUp!"

 

Ed è così che comincia questa carovana itinerante sull’innovazione sociale! Materia che dice tanto e poco allo stesso tempo. Cosa vuol dire? Vuol dire rinnovare un ambito, quello del sociale, con un pensiero nuovocontemporaneo e “meticcio”. Un pensiero che prende ispirazione a piene mani da altri ambiti; magari più freddi, calcolatori, tecnici che proprio per questo sono però importanti, importantissimi, quando si pensa agli altri. Un’immagine? Un cavo dati che collega la testa al cuore.

 

“Voglia di spaccare il mondo? FutureUp!"

 

Salmon Magazine ha un compito: portare all’esterno le testimonianze, le sensazioni, i racconti, i feedback di chi sta partecipando ai giorni formativi nelle varie province coinvolte. Far sentire la voce diretta dei protagonisti nel tentativo di tradurre questi “strani” eventi e inconsueti inglesismi anche a chi sta fuori e non mastica tutti i giorni questi argomenti. 

È così che per una decina di volte ci colleghiamo in videocall con le differenti sedi di FutureUp! e dialoghiamo con i docenti e gli allievi. Viene tutto molto facile, tutto è molto spontaneo perché c’è sintonia e molta informalità. Non ci siamo mai visti di persona eppure sembra di conoscersi da una vita. Essere competenti e professionali non esclude la possibilità di fare una battuta ogni tanto o un sorriso. I fatti e i feedback lo dimostrano. Tutti, veramente tutti, i partecipanti sono d’accordo nel dirci quanto siano sul pezzo la ragazze e i ragazzi di SocialFare e quanto brave a superare alla grandissima le difficoltà della didattica a distanza! Un successone insomma!!

 

“DAD? FutureUp!"

 

Aver messo insieme così tante teste, aver raggruppato così tante energie è un risultato troppo bello per lasciarlo andare. 

Da qui l’idea di dare un seguito: i progetti più maturi, le idee più promettenti e i gruppi più volenterosi vengono selezionati e messi alla prova. La sfida è riuscire a dargli una forma, sintetizzarla in un pitch e presentarlo al pubblico in 5 minuti sul palco del Teatro Ristori a Verona il 9 settembre. 

Chi farà breccia nella commissione di esperti coinvolta per l’occasione, riceverà un premio in denaro e un supporto per concretizzare l’idea che è scaturita da questa splendida avventura. Ed anche chi deciderà di esserci partecipando all’evento in presenza al Teatro Ristori o seguendo lo streaming da casa, sui canali della Fondazione Cariverona e i nostri, di Salmon Magazine, potrà votare per il progetto preferito ed assegnare un premio.

 

“La vedi brutta? FutureUp!"

 

Noi ci saremo. L’evento è aperto a tutti (quelli con il green pass). Basta iscriversi qua: https://www.eventbrite.it/e/biglietti-futureup-opportunity-day-166304931527

Per maggiori info:

https://www.fondazionecariverona.org/news/futureupevento/

 


134 volte grazie

GRAZIE!!

134 grazie per tutti quelli che in un periodo così difficile hanno supportato Salmon Magazine attraverso le T-Shirt! Eravamo molto preoccupati, non avevamo mai fatto del merchandising prima perché avevamo sempre avuto paura di un super mega flop.
Ora non sappiamo dire se 134 sono tante o poche magliette. A noi, però, ci emoziona pensare che 134 di voi abbiano fatto lo sbatti di metter mano al proprio portafoglio e siano andati sul sito a procedere con la transazione, aspettare settimane perché la mandassimo in stampa e venire a ritirarla in negozio. Tutto questo per il Salmon: stupendo, veramente!

Un mega grazie anche ai 3 screanzati di Gaffe Studio: se non ci fosse stato il loro entusiasmo, se non ci fosse stato il loro spunto iniziale, se non ci fosse stata la loro abilità grafica, se non ci fosse stato il loro senso estetico, se non ci fossero state le loro idee precise non l’avremmo mai fatta.
Quindi 135 grazie.

Anzi 136, perché un 5 alto va anche a Marco e a tutto lo staff di Pixel aka Spaceneil. Super cordiale e super competente nel gestire questa pratica così confusionaria: grazie mille gnari di Veronetta!

E poi grazie a tutti quelli che hanno creduto anche nella mappa di Veronetta.
È fighissima, siamo super felici del risultato ottenuto. Solo grazie al supporto di tanti amici di questo quartiere mitico, siamo riusciti a realizzare un qualcosa che causa Covid sembrava compromesso. Rimanendo liberi da ogni condizionamento, liberi di scrivere ed esprimere a modo nostro l’amore per Veronetta e Verona in generale.

A tal proposito: siamo stati in giro, porta a porta, a parlare con tutte le piccole realtà di vicinato. Vi possiamo assicurare, non è un periodo easy: ci sono famiglie di piccoli imprenditori che sono veramente in grossa difficoltà. Negozi, bar, osterie… in grossissima difficoltà. Ci sono tanti lavoratori che sono a casa in cassa integrazione (nel migliore dei casi). Tante attività costrette a chiudere perché impossibilitati ad andare avanti. C’è tanta più gente che s’aggira come fantasmi, senza più nulla.

Non prendiamo sotto gamba questo periodo; è difficile, difficilissimo, ma dobbiamo stare attenti. Per cui, mai come adesso, pensiamo bene dove spendere i nostri soldi e, soprattutto, seguiamo le pratiche anti-covid. Scusate il momento “tristezza”, ma solo se sappiamo fare tutti la nostra parte, possiamo uscire fuori bene da questo periodo del cazzo

Inoltre, un pensiero alla lotta contro le discriminazioni razziali: le vite di chi ha un colore di pelle diverso dal nostro sono importanti anche a Verona.

Infine, un pensiero a Betta de la Vecia Veroneta: tanti di voi se la ricorderanno, sempre sorridente e disponibile, sempre carica e allegra. Ha lasciato un grande vuoto nel nostro quartiere e soprattutto ai suoi cari; teniamola sempre nei nostri ricordi!

 

Scarica qui la mappa di Veronetta in PDF


San Zeno - Intervista a Slide Store Verona

Detour Store e Slide Shop. Due realtà, un’unica passione: le tavole. Raccontateci un po’, quando nasce la vostra passione e come si è trasformata poi in lavoro?
DETOUR BOARDING STORE apre a Verona nel Settembre del 1998 ereditando oltre che al nostro entusiasmo, l'esperienza del primo punto vendita di Peschiera (mecca del windsurf e degli sport da tavola). Il crescere esponenziale dello snowboard alla fine degli anni '90 richiede un negozio completamente dedicato alla tavola da neve. Lo store apre al pubblico in maniera molto semplice e colorata, ma carico della passione di chi allora praticava e sognava di allargare a più persone possibili la propria passione.

E Slide Shop a San Zeno. Quando e come nasce?
Dopo otto anni di DETOUR, e' il momento di rilanciare con uno shop dedicato sempre alla tavola...ma questa volta da strada. Nel Giugno del 2006 apre SLIDE SHOP, un negozio nato dalle ceneri di un precedente proshop che, aveva comunque aperto un varco anche in questo settore. Lifestyle, Sneakers e tavole prendono lo spazio che meritano e inizia un altro percorso.

Lo staff di Slide Store Verona

Quando un cliente entra nella vostra attività cosa può trovare di preciso? Quali sono i marchi principali che trattate?
Cerchiamo di essere verticali nella nostra passione e quindi di avere tutto quello che necessita per lo sport da tavola: attrezzatura, equipaggiamento, accessori e servizio sono sempre in testa alle nostre proposte. I marchi sono tanti e differenti nei due shop, perché differenti sono le esigenze. Ne elenchiamo con piacere qualcuno:
-DETOUR STORE Burton, The North Face, Quiksilver, Roxy, Hurley, Dickies, K2, Salomon, Northwave, Oakley, Smith...
-SLIDE SHOP Carhartt, Vans, Nixon, DC, Obey, Stance, Herschel, Huf, Roxy, Polaroid, Indipendent, Girl, Chocolate, PlanB...

Ci dicono che siete famosi, oltre che per l’elevata qualità dei vostri prodotti, anche per la gentilezza e la cortesia che vi contraddistingue. Quanto è importante oggi, nel mondo dello shop online, il contatto diretto con il cliente?
Noi crediamo da sempre nel contatto diretto col cliente, che spesso poi diventa anche un amico. Chi si rivolge ad un proshop alla fine spesso cerca una vera e propria community dove condividere le proprie passioni. La vendita e' una fase importante, perché è inutile nascondersi dietro ad un dito: è la benzina che fa girare il motore. Ma la vendita appunto diventa una conseguenza quando all'interno del nostro mondo, ci sono dei veri e propri motivi per cercare, desiderare e usare i prodotti dei nostri brand.

Lo staff di Slide Store Verona

Sappiamo che organizzate delle uscite in montagna di domenica. Raccontateci come funziona e cosa vi piace di queste esperienze che vi portano dal negozio al vostro “habitat naturale”, la montagna.
La domenica è DETOUR...da sempre! Ogni domenica d'inverno i nostri bus partono per le più belle location del nostro meraviglioso arco Alpino. Uscite, lezioni, corsi, assistenza, condivisione sono da sempre gli ingredienti di una ricetta che ci fa vivere la montagna come piace a noi.

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