Le frequenze disturbanti
Una coscienza con le cuffie; un grillo parlante bastardo e cinico, che ti sbeffeggia per ogni cosa tu faccia o pensi. Si incazzano se dici loro che fanno rap o noise.
Non vogliono essere categorizzati in nessun genere, forse perché uno non basta.
Devono riempire i vuoti con parole, suoni e immagini più o meno disturbanti e torrenziali, proposte con una veemenza a tratti ripugnante. Sono un gruppo che fa emergere il tuo lato masochista: ecco perché tutti coloro che li ascoltano un po' li odiano e un po' li amano.
Ecco cosa sono gli Uochi Toki, band alessandrina composta da Matteo “Napo” Palma (voce, disegni e testi) e Riccardo “Rico” Gamondi (Elettronica).
I loro concerti sono un vero trip, vedere ed ascoltare per credere. (partire da 1:04).
Ho avuto il piacere di poter chiacchierare con Rico, lo smanettone: quello che usa le macchine per capirci. Ci parla del progetto fumettistico in cantiere, del loro rapporto con la musica e con la tecnologia: il tutto ben scandito da excursus filosofici che vertono alla ricerca di un piacere nel creare quasi fine a sé stesso.
Bella djente e belli salmoni, consiglio caldamente di ascoltare la loro intervista nel player qui sotto per capire di cosa parlo.
Se non vi basta l'intervista questa sera si esibiranno al Colorificio Kroen, in via Pacinotti 19 a Verona.
Ci vediamo lì.
Stay Salmon
Salmonello
RAL 3022 ROSA SALMONE #05 - È BUONO QUI, È BUONO QUI
La rubrica di Salmon che parla DI, AL e CON quello strano organo pulsante che sta tra le branchie e la vescica natatoria e spesso confonde le acque limpide del mare interiore.
Da pinna a pinna, da branchia a branchia,
sempre Vostra
Salmona Pastura
salmonapastura@gmail.com
___________
Quando ero una giovinotta come Voi e surfavo con le mie pinne lucide sui banchi di scuola, seguivo con poca passione le lezioni della mia professoressa di filosofia: una ottagenaria esemplare di pesce palla del Mar del Sud. Di queste ore noiose e lente (immaginate da Voi come potesse essere un’ora di lezione con un pesce PALLA che parla al rallentatore) mi è rimasto impresso nella mente solo un concetto di un filosofo decisamente poco allegro: “La vita è un pendolo che oscilla tra dolore e noia.”
Al tempo mi parve, ve lo dico, l’ennesima cazzata scritta da uno che forse doveva uscire un po’ più di casa, spararsi meno paranoie e bere quattro birre in compagnia. Oggi invece, dopo aver ascoltato le avventure sentimentali di varia natura tra voi umani, penso che quell’ Arturo forse un piccolo segreto lo aveva capito. Quello che voleva forse dire è semplice e molto meno tragico di quel che crediamo. Ve lo svelerò.
Esistono due tipi di “amori”:
quelli che ti fanno bene al cuore e quelli che ti fanno bene alla testa.
Se ti fa bene alla testa, forse è un tonno del Mediterraneo o un pesce azzurro del Nord, uno con la calma e la lucidità del portiere prima del
rigore. Uno che, se tutto va bene e sarai capace di tenerlo con te fino alle
prime giornate d’estate, ti porterà sul lago a fare il bagno e magari
quando sarà Natale a sbaciucchiarvi sotto la Stella della Brà.
Controindicazioni? La tua testa starà così bene da convincere il cuore a
riposare, col rischio di farlo annoiare fino ad addormentarsi.
Controindicazione opposta hanno invece quelli che fanno bene al cuore.
Quelli tenderanno a prendere il vostro cuore e lo terranno in allenamento
con esercizi degni della preparazione atletica di un Marine: salti, corse,
flessioni e nessuna tregua. Il cervello, dal canto suo, non è un muscolo e
probabilmente non reggerà il ritmo, arrancando e restando indietro di
molti passi, fino a rischiare il collasso.
In entrambi i casi, miei cari pesciolini, dall’una o dall’altra parte sarete
costretti a sanguinare un po’.
Sarà opportuno quindi che vi abituiate a dondolare un po’, almeno fino a quando non arriverà un* nuov* insegnante di filosofia che vi spieghi che esiste un momento magico in cui tesi ed antitesi si risolvono ... ma mi fermo qui, chè non mi ricordo più bene cosa diceva la mia professoressa.
Fino a quel giorno, ricorda:
se fa bene alla testa e fa bene al cuore, può essere solo il Thé Infrè.
Salmona Pastura
Disco del mese (che arriverà) ho solo bisogno di “LIBERATO”
Il 13 febbraio mi infatuai di “LIBERATO” con il suo singolo “9 MAGGIO”. Il nove maggio mi sono innamorato completamente di lui con “ TU T’E SCURDAT’ ‘E ME”. Apparso improvvisamente, non ne posso più fare a meno. Più delle peggiori dipendenze, più forte di qualsiasi strascico amoroso e più forte (come impatto emotivo) dei nomi presenti nelle liste per le amministrative Veronesi.
Il singolo mi porta velocemente indietro, un “flashback” massivo delle mie estati. Più di 100 foto, più dei cuoricini nelle vecchie “smemoranda”. Lui è il “cioè” ma con contenuti. Ero piccolo e per andare in Calabria mi ricordo la stazione di “Napoli Mergellina”, annunciata in filodiffusione nel vagone. Al primo ascolto del suo secondo singolo ho immediatamente sentito il sapore della salsedine, la pelle bruciare ed i baci al gusto di sale. Lui è “LIBERATO”, ma la verità è che ci “HA LIBERATO” da tutto quello che stavamo ascoltando fino ad oggi. Lui è il presente, il futuro ed insieme anche il passato. Dentro la sua track c’è tutto. Una drum-line cartonata che riconduce a “Panteros666, LuckyBeard, Hud.mo”. I “cut” delle voci riportano a “Flume, Lido, Shigeto” e a tutto lo scenario “future pop” Australiano. C’è il rap, c’è il cantautorato, c’è la neo melodicità cruda ed onesta. Una persona che fa i conti nel suo contesto, lasciandolo aperto al mondo intero. Credo serva alla musica italiana, e se così non fosse non mi interessa, scrivo io l’articolo, pertanto fatevi 2+2 da soli. Due tracce, per liberarci dagli ascolti moderni. Due piccole perle mediterranee che si sono incuneate tra l’indie ed il rap italiano, veloci come un booster che sfreccia ad Agnano. “LIBERATO” è quella persona che avremmo dovuto sposare. Quel treno che tutti noi dovevamo prendere.
Sarà la mia colonna sonora estiva, la mia hit, il pezzo che vorrei trovare dentro “hit-mania dance”. Puoi evitarlo, ma non per sempre. Puoi sottovalutarlo, ma lui busserà al tuo cuore, ti farà sognare il mare, l’ombrellone, l’estate e le cose che si fanno ma non si dicono. Nei suoi testi immagini la pioggia ma vedi il sole, desideri il mare, le luci tra i filari, il vento in faccia e i lunghi baci sul muretto.
Potrei scrivere le parole più dolci della mia vita rivolte a questo artista. Se ancora non lo conoscete, dovete lasciare entrare tutto quello che può darvi. Non giudicatelo. Amatelo incondizionatamente, accettate i suoi difetti e conviveteci. Sarà più di una scopata estiva fatta da qualche ragazza con qualche animatore turistico. Sarà più di un colpo di fulmine in spiaggia. Sarà, che alla fine vi avrà veramente liberati.
LIBERATO – 9 MAGGIO : https://www.youtube.com/watch?v=73Ns52Cb7_A
LIBERATO - TU T’E SCURDAT’ ‘E ME : https://www.youtube.com/watch?v=AWQcDlHoE4o
LIBERATO - BANDCAMP: https://liberato.bandcamp.com/track/tu-te-scurdat-e-me
LIBERATO – FACEBOOK: https://www.facebook.com/LIBERATOLIBERATOLIBERATOLIBERATO
Tommy in Salmon
Sockeye: intervista a Zampa & Capstan
Ossia: La storia di due butei persi tra il nulla di una città di provincia e l’evoluzione mondiale dell’hip-hop: da genere underground ad eccellenza mainstream.

Quando scrissi a Capstan chiedendo di organizzare un’intervista con lui e Zampa mi rispose che avrebbe chiesto a Zesh e mi avrebbe saputo dire a breve. Dopo qualche giorno di silenzio mi invia lo screenshot della risposta di Zampa, che recitava più o meno così:
“Vaccadì, lo spacchiamo di gotti il butel”
Non è andata molto diversamente.
Se vi dicessero di provare ad immaginare la casa di un rapper, molti di voi credo la immaginerebbero in questo modo. Provate quindi ad pensare alla mia reazione quando, varcata la porta di casa Zampini in una mite giornata di metà autunno, mi sono trovato in una stanza con delle immense finestre, inondate della limpida luce dell’aria tersa, che si affacciavano su un terrazzo da cui guardare a perdita d’occhio tutta Verona e i suoi campanili.

Posate, bottiglie e bicchieri risplendevano dei raggi solari e l’aria della stanza era densa del profumo del risotto col tastasal. Vengo accolto da Zampa e la sua ragazza, che notando il mio sguardo fisso sulla padella del riso provano a risvegliarmi: “È la prima volta che proviamo a farlo, speriamo che venga bene”, e iniziamo a stappare la prima bottiglia di Valpolicella, brindando con lo stomaco vuoto al nostro imminente pranzo.
Ma prima di procedere forse è meglio che vi introduca a cosa ha significato il rap, e quindi questo pranzo, per me.
Ho iniziato ad ascoltare il rap nel giugno del 2004 – parlo di rap italiano, “non capivo quelli americani” (cit. Astio) -, relativamente tardi, forse. All’epoca non potevo informarmi sui social, ascoltavo quello che mi passavano gli amici e che riuscivo a trovare su WinMX. Ascoltare il rap era stata la mia e la nostra forma di ribellione al costituito, alla musica piatta che passava su MTV (tranne le Spice Girls, le Spice Girls spaccano) e a tutta quella musica che possiamo etichettare come musica di “ribellione” che si sentiva alle manifestazioni ma che mi sembrava anch’essa imposta.
Ad ascoltare il rap eravamo pochi, trovare i pezzi era difficile e il senso di una genuina, antagonista relazione con una musica che sentivi come un qualcosa di veramente tua cresceva giorno dopo giorno. In qualche mese ho iniziato a scrivere dei pezzi con degli amici e, poi, a registrarli. Ci sentivamo parte di una cultura che non ci era stata donata a scatola chiusa, e gli amici “che-sapevano-suonare-uno-strumento” ci deridevano continuamente, ma per loro suonare voleva dire fare le cover dei Nirvana, per noi perdere le notti a raccontare la nostra vita invece che piangere. Ci sentivamo, in modo infantile e stupido, addirittura migliori.
Gli artisti che si conoscevano – i più famosi – si contavano tra le dita di una mano e, almeno all’inizio, oltre ai vari milanesi Lord Bean, Bassi Maestro, Jack The Smoker, Asher Kuno e Club Dogo e i romani Cor Veleno e Colle der Fomento, mi avevano passato Zampa. In quel periodo avevo Zampa nel walkman e pochi altri in Italia.
In questa nicchia che era l’hip-hop e che ci eravamo creati Zampa era stato quindi uno dei primi protagonisti. Col tempo, conoscendolo, è diventato più umano ai miei occhi, tanto da diventare amico, ma mentre leggete l’intervista pensate che sono entrato in una sala da pranzo piena d’amici che quindici anni fa avrei potuto descrivere come un Olimpo.
In grassetto le mie domande.
Parliamo di rap, il rap ora in Italia è in cima a tutte le classifiche: è diventato un fenomeno capace di assorbire le caratteristiche della cultura pop, nel bene e nel male. Anche le persone che un tempo non sapevano – o non volevano sapere – cosa fosse l’hip-hop sono più o meno costrette ad ascoltarlo, se non altro per i tormentoni che passano i radio. Prima però era diverso, cosa significava, per voi, fare a Verona un tipo di musica proveniente da una realtà completamente diversa?
“Intanto finiamo ‘sta bottiglia”, comincia Capstan, “poi, noi attorno ai quattordici anni, anche prima forse, abbiamo iniziato a capire che la vita a Verona sarebbe stata sempre uguale: che tutto quello che avevamo fatto nel nostro tempo libero sarebbe stato tutto quello che avremmo fatto negli anni futuri. Che sbatti vecio! Da lì abbiamo iniziato ad appassionarci a qualcosa che raccontasse storie diverse, storie concrete e senza fronzoli, come non faceva nessun altro tipo di musica.
Poi è venuto naturale iniziare a raccontare di noi, raccontare il disagio di crescere – comune a tutte le persone, credo – e farlo in un modo che oltre ad essere efficace sembrava esso stesso renderci parte di un mondo unico e antagonista”.
Non notavate anche voi i rapper silenziosi nei bus al ritorno da scuola guardare fuori dal finestrino con delle cuffie enormi? Non era depressione, nemmeno disagio, era il guardare all’orizzonte di una musica che si estendeva a perdita d’occhio. Era provare ad intravedere l’ “America” – inteso nel senso mitologico del termine insegnato dai e ai nostri nonni – nella propria quotidianità.
Fare il rapper, mi ricordano questi due, era già una presa di posizione e di stile. Il contenuto di quel che dicevi era già vincolato dalla forma con cui avevi scelto di dirlo: “qualunque fosse l’importanza musicale e sociopolitica della scelta di fare hip-hop è ovvio che fosse lì solo per essere colta dagli altri rapper.” (D.F.W.)
“Sì noi ci mettevamo le mani addosso con i fighetti, poi erano molti più di noi quindi abbiamo iniziato a fare gruppo, a fare la musica assieme. Era proprio visto male l’hip-hop, noi abbiamo preso il rap e raccontato le nostre storie e da questo è scaturita una cosa bellissima: anche quelli che odiavano a prescindere il rap capivano che in realtà stavamo raccontando la nostra – e la loro – realtà, e allora si interessavano. Ancora abbiamo amici che non sanno niente di hip-hop e vengono a spingerci a quasi tutti i concerti”.
Dopo gli inizi è scattato qualcosa che vi ha fatto pensare ‘questa può diventare la nostra vita, con questa roba possiamo svoltare’, o non vi siete mai illusi a sufficienza? Ora spuntano video rap ogni giorno in Italia, ogni ragazzino – e ce ne sono di bravissimi – è in grado di arrivare ad una fetta vastissima di pubblico. Voi come ve la vivevate questa cosa?
“Ora vedo i butei avere un approccio strategico e quasi “commerciale” con la musica. Riescono ad arrivare in poco tempo dove noi non ci saremmo nemmeno sognati. Non li biasimo, anzi, solo che con noi era diverso. Con noi nessuno ti aveva detto che saresti potuto diventare famoso, non esisteva proprio come cosa. Anzi, per un certo tipo di mondo hip-hop diventare famoso sembrava essere un problema, diventare dei venduti, parte del sistema.
Ma forse è giusto così, non dico che oggi facciano male. Io credo che se le strade del successo fossero state visibili come oggi le avremmo percorse in egual modo. Di certo però, quello che ci ha dato questa musica è stato altro, più nascosto e radicale. La musica per me è una cosa magica, io voglio vivere e crescere con lei, e spesso mi secca doverne fare una “performance” – intendo doverne essere performativi per farsi vedere –, con i butei mi sentivo parte di un mondo più grande fatto di parole e speranza.
Volevo scrivere, scrivere in ogni modo e registrare i miei pezzi, punto. Poi non ti sarebbe venuto nemmeno in mente di “fare il personaggio”, perché lo scopo di quello che facevi era stare bene con gli amici raccontando le vostre storie.

“Spiegati meglio”, chiedo a Zampa.
“La differenza tra ora e la nostra realtà è che allora se facevi il coglione ti sgamavano subito e ti escludevano dalla scena. C’era questa legge non scritta e potentissima dell’essere vero. Che ci sta come cosa ma non vedo perché un butel di Palù non possa fare un pezzo gangsta, che parla di droghe e odio razziale. Alla fine si tratta di creare qualcosa, fare arte. Certo, se poi ti immedesimi in quel personaggio e diventi finto come persona, questo è un altro discorso: è una cosa che è capitata non a poche persone effettivamente".
Per il resto, volevamo solo stare bene con qualcosa di fresh.
Questa frase finale l’ha aggiunta Capstan e se non avete mai conosciuto Capstan sappiate che è una di quelle persone che ha il grande pregio di poter essere riassunto in una definizione senza che per questo gli venga data un’etichetta approssimativa:
Capstan è quello che fa stare bene, e credo che si tolga il ruvido dentro con la musica.
Più o meno come il riso col tastasal che sto mangiando.
Ma, Zampa, ti faccio una macro domanda. Hai fatto vari album dal 2004, e sei cresciuto tu, hai 13 anni in più ora. Io amo trovare le costanti nelle variazioni. E la prima, immensa costante che vedo dal primo all’ultimo album è la foresta e i lupi. Tra Lupo Solitario a Il Richiamo Della Foresta cosa succede in mezzo?
“Si sente che sei sbronzo vecio, comunque, dopo Lupo Solitario ho fatto “Il Suono Per Resistere” e quell’album l’ho scritto in Inghilterra a Wolverhampton, nella periferia di Birmingham. Sono finito lì con il progetto Leonardo, Jack The Smoker mi ha dato un sacco di basi e sono fuggito al nord. A quelle canzoni sono molto legato, canzoni come Cade Giù o Un anno terribile…
Paradossalmente faccio più facilmente live canzoni di Lupo Solitario, queste sono molto più introspettive.
Dopo Il suono per Resistere viene Bisanzio, vero?” anche lui è sbronzo “La lunga e tumultuosa via per Bisanzio è un magnifico e stranissimo esperimento, se lo ascolti – se lo ascolto – ritrovo strati e strati di ansia per un periodo molto difficile.
Di certo, se uno è bravo e mi conosce, dentro agli album ritrova tutto quello che ho vissuto e che, forse, abbiamo vissuto assieme.”
E ora? Ora, come tutti noi, lavori e hai poco tempo per scrivere. Da quanto stai suonando in giro e dal mood dell'ultimo album non dai di una persona che abbia finito la sua carriera musicale, anzi. Come gestisci musica e vita?
“Di certo ora o hai sfondato o fai dell’altro. Il segreto rimane cercare incessantemente di stare bene, che è la cosa più semplice, naturale, banale ma difficile del mondo. Ora avere riscontro mi interessa relativamente.
Con Il richiamo della Foresta ho, abbiamo, suonato in tutta Italia, e la cosa veramente bella è vedere ragazzini di quindici anni ai miei concerti, di fianco ai miei compagni di Liceo che mi vogliono ancora bene e ormai sono dei padri. Questa è la cosa più importante. Sento la necessità di parlare alle persone e dire ai miei amici le cose che penso sia importanti dire”.

Parliamo di lupi e foreste, per favore.
“Vuoi lo scoop da Panorama? Lupo Solitario è una serie di libri-game che ho divorato da bambino, sono libri strutturati come giochi di ruolo dove decidevi cosa e venivi rimandato da una pagina all’altra a seconda delle scelte che facevi.
In generale, però, tutto parte dal romanzo di Jack London. Due libri fondamentali sono stati Zanna Bianca e Il Richiamo della Foresta, che è la storia di una cane che viene rapito e portato a fare combattimenti clandestini. Ad un certo punto scappa, va con un branco di lupi e lentamente, lì, riscopre l’istinto, l’attitudine alla vita selvaggia
Per me il richiamo è legato al rap, ovviamente, alla musica. E la foresta è il luogo da dove proviene questo richiamo, il luogo del tuo ambiente naturale, che forse, per me è il raccontare storie.”
Grazie.
È un richiamo, credo, che in ogni momento, nella quotidianità, ti ricorda che c’è qualcosa di più profondo e più viscerale al di sotto dei giorni che passano uguali, e questo richiamo è quello del raccontare storie che vadano in profondità nella linearità del tempo che passa.
È il richiamo della tua dimensione naturale, diversa da persona a persona. Per questo poi il disagio prima o dopo ci assale tutti, perché non è possibile e veritiero che tutti possiamo stare bene dove siamo capitati – dove le incombenze ci rapiscono in ogni momento -, lentamente sentiamo che la nostra natura è qualcos’altro, lentamente cresce dentro di noi la nostalgia per ogni nostra, singola, foresta.
P.S.: se cercate Zampa e Capstan li trovate a suonare in giro per l’Italia oppure, e vi consiglio l’esperienza, nelle peggiori osterie di Verona. Offritegli un gotto.
Sockeye – interviste al sugo controcorrente. Una volta al mese pranzo con artisti e salmoni vari di Verona, chiacchiero, mi faccio grandi scorpacciate e poi vi racconto la loro vita, la loro quotidianità e la loro cucina.
Bianco & Noir - Dell’Acqua Morta
Verona, gennaio 1882
Succede sempre così.
Mi sveglio nel cuore della notte in un bagno di sudore. La gamba comincia a pulsare così devo alzarmi e camminare. I muscoli allora si sciolgono e la mente cerca di liberarsi da quella nebbia di cui sono fatti i miei incubi. Ma il loro rumore mi resta dentro, suoni che rimbombano nella testa come quello delle palle dei cannoni, gli spari di moschetto, l’attacco all’arma bianca tra le urla e le bestemmie.
Le immagini si sovrappongono.
Sono i volti di quei poveri cristi mangia patate che ho mandato a far visita al diavolo. Visi stravolti dal terrore e dal dolore, la terra umida impregnata di sangue, gli stivali affondati nel fango, lo sferragliare delle baionette con le loro punte affilate che dilaniano le carni.
Mi prendo la testa tra le mani, la scuoto e ansimo alla ricerca di un sollievo che non arriverà mai.
La mia anima è dannata.
Mi vesto in fretta e scendo.
Girovago tra i sentieri e i giardini di Villa Giusti. C’è una bella luna questa notte in un cielo senza nuvole. La sua luce è conforto al mio passo malfermo che fatica sul sottile strato di ghiaccio che qui copre ogni cosa. Il freddo punge come aghi di spillo e le lacrime scendono senza chiedere il permesso. Corrono lungo le rughe profonde che solcano le mie guance.
Sono perfidi questi demoni.
Non mollano la presa nonostante i miei sforzi di cacciarli e di combatterli. Si saranno stufati del solito percorso penso, così esco dalla villa e cammino lungo le strade deserte della città. Le campane di Sant’Anastasia rintoccano quattro volte, ci sono solo io in giro. I miei passi rimbombano lungo i muri dei palazzi che mi osservano silenziosi.
Scendo per le viuzze che portano al canale.
Lo chiamano dell’Acqua Morta e non è solo perché in quel punto l’Adige scopre questo fratello minore che lo affianca per un breve tratto. Intorno si è costruito dappertutto: abitazioni fatiscenti che gli si affacciano sopra e al fianco, una tavolozza di facciate di ogni colore e gradazione, sovraesposti e mescolati tra loro come il tanfo di escrementi e acqua fetida che salgono al cielo sotto le sembianze di una nebbia leggera.
Due piccole barche galleggiano quiete seguendo la lieve risacca del fiume.
Albeggia, la luce trema e fatica a prendere il posto della notte. Poi però, il cielo si tinge di un rosa leggero.
Dal taschino della giacca tiro fuori una sigaretta e una liquirizia. Accendo l’una e poi ficco in bocca l’altra.
Più avanti, sul Ponte Navi, c’è un uomo seduto sul parapetto.
Mi avvicino e rimango in silenzio.
L’uomo è vestito di stracci e puzza di vino. Gli manca un braccio e fa dondolare le gambe sopra le acque del fiume.
Mi guarda ed è questione di un attimo: in fondo a quegli occhi trovo la disperazione. Gli allungo una sigaretta, lui la prende e sbuffa il primo tiro che si perde nell’aria gelida.
- Ho perso una gamba – gli dico in un sussurro.
- Maledetta guerra – mi risponde facendo ballonzolare il moncherino.
Non servono tante parole.
Siamo due disperati.
Fratelli d’ombre.
- Mia moglie se ne è andata questa notte – mi dice lui sbuffando il fumo dal naso. Un colpo di tosse lo scuote – Polmonite – conclude, scuotendo la testa.
- Perché sei qua? – domando.
- Perché ho perso la speranza.
Per due reduci menomati la vita dopo la guerra è un inferno. Si è guardati con compassione e i ricordi della violenza fanno impazzire.
Il monco mi osserva: i suoi occhi sono una supplica.
Le ho capite fin da subito le sue intenzioni ma a quest’uomo manca il coraggio.
La mia mano si appoggia sulla sua schiena.
Ci guardiamo mentre gettiamo i mozziconi giù di sotto.
Il suo cenno silenzioso sa di ringraziamento.
Una spinta leggera.
Poi continuo sulla mia strada.
Ho bisogno di bere ma è ancora presto, la città fatica a svegliarsi.
Percorro via Cappello, supero la casa di Giulietta e attendo fuori dal Cafè Noir. Le campane rintoccano nuovamente, scandiscono un tempo che per me è irrilevante. Sento una lacrima bagnarmi le labbra ma forse non ho mai smesso di piangere. Nonostante tutto però, questa notte, so di aver fatto la cosa giusta.
SmokeySalmon

Il Libro Rosa: Analisi dei vostri viaggi onirici (trip #3)

Ciao Cari Salmoni Affumicati. Ho fatto un sogno stanotte, molto particolare. C'era un mio amico che mi insultava perché avevo scelto uno shampoo con troppi pochi prodotti chimici. Mi insultava perché lui sostiene che nella vita il chimico sia importante per riuscire a rimanere immortali (infatti nelle tombe di questi tempi si trovano i cadaveri ancora quasi intatti). Io ho risposto al mio amico " Hai ragione, io voglio che i miei capelli vivano per sempre" e mi sono svegliata. Che problemi ho? Salmone dei Sogni, salvami tu. Presley
Non ne ho idea (per ora).
Proviamo a ragionare insieme.
L’elemento centrale di questo tuo sogno è senza dubbio il concetto di immortalità. Anche se applicato ai tuoi capelli e quindi di riflesso alla tua persona (capelli immortali = persona immortale non calva).
Bene, ANALIZZIAMO!
Immortalità nei sogni significa che il tuo pensiero si scontra con il subconscio su un tema chiave: la vita. Il dottor Pensiero crede di essere immortale (o vive come se - non fartene una colpa è una cosa normale) mentre Don Subconscio è terrorizzato dalla morte (credo che facendo parte della mente gli stia un po’ sulle palle l’idea che il rozzo corpo con tutti i suoi problemi sia la causa principale anche della “sua dipartita” - il corpo invecchia e si indebolisce mentre "buon subconscio fa buon brodo").
I capelli poi rappresentano la giovinezza, il vigore e la sessualità. Desiderarli immortali significa volere molta giovinezza, molto vigore, molta passione (ah la primavera).
Ma attenzione! Capelli lerci (unti o impresentabili) sono da considerarsi sintomo di disagio e insicurezza. Come sognare di essere in mutande in un luogo pubblico o di usufruire di una toilette senza pareti in una piazza affollata.
Fai sogni molto strani Presley. Secondo me c'è di più!
Un’altra interpretazione freestyle che ti posso dare è che i tuoi capelli siano il tuo cervello, o la parte di esso deputata ad essere la fabbrica dei tuoi sogni. La chimica è la chimica dei sogni che serve a creare materia onirica. Il sogno è percezione, la percezione è realtà, la realtà è vita. I sogni sono parte integrante della nostra vita, veri come è vero andare a scuola, al lavoro, in pizzeria o al centro benessere.
Non sottovalutare i tuoi sogni: stimolali, scrivili, prova a indurli, a controllarli e a dominarli.
La tua mente prova anche a dirti di non averne paura presentandoti la più grande delle paure - la morte - come dei cadaveri ben conservati, delle bambole di gomma, no zombie, no splatter, no fear.
Il tuoi sogni ti stanno chiamando, c'è qualcosa che vogliono farti vedere! Non sei emozionata? C'è l'universo nella nostra testa: sogni, meditazione, LSD, DMT ne sono la prova. Certo l'Ayahuasca non è per tutti, ma l'esplorazione onirica sì (dovrebbero insegnarla a scuola!).
Buoni sogni Presley e buon viaggio!
Scrivete i vostri sogni a salmonmagazine@gmail.com. Li metteremo in piazza, li vivisezioneremo e vi prenderemo in giro. Non c’è limite allo splatter e alla pornografia e talvolta vi consiglieremo pure l’uso di sostanze stupefacenti.
Sempre e solo per la scienza onirica,
vostro Salmo Salar
Anelante: l'intervista ad Antonio Rezza
Dopo attori-autori del calibro di Bergonzoni e Battiston, la rassegna l'altroTEATRO si conclude con due militanti della comicità fuori dagli schemi.
Antonio Rezza e Flavia Mastrella collaborano da decenni nella produzione di spettacoli teatrali che fanno della corporeità e del movimento nello spazio la loro chiave comica. Nell'habitat creato dalle installazioni di Flavia Mastrella, Antonio Rezza si sposta in modo anarchico interpretando storie di mimica senza una vera trama.

L'ultimo spettacolo si intitola Anelante, è stato accolto dalla critica con favore e stasera sarà in scena al Camploy. Ma per capire qualcosa di più, noi Salmoni abbiamo voluto fare due chiacchiere con Antonio Rezza sul teatro, il cinema, gli attori e la minacciosa era del "parassitario".
Anelante ha debuttato nel 2015 a Torino e l’avete poi portato in molte città d'Italia, come Roma, Milano, Bologna e addirittura stasera a Verona grazie alla rassegna l'altroTEATRO. Secondo te a cosa è dovuto il successo del vostro spettacolo?
Non so se si può parlare di successo. È successo perché, come dici bene, qualcosa in questo caso è successo. Sicuramente dipende dal percorso che abbiamo affrontato io e Flavia da trent’anni a questa parte, dall’irriducibilità che ci viene riconosciuta. Poi Anelante è il primo spettacolo in cui siamo in cinque sul palco… è un percorso nuovo. Il successo è dovuto al fatto che noi cambiamo strada ogni volta e chi viene a vederci se ne accorge.
E cos’ha appunto di innovativo Anelante rispetto agli altri spettacoli?
Rispetto ai nostri altri spettacoli, c’è la ricerca verso una coralità che non avevamo mai raggiunto prima. Perché, non facendo recitare gli attori che sono piuttosto dei perfomer, è più difficile per noi curare uno spettacolo corale. Invece, di innovativo rispetto al teatro corrente ha tutto, perché il teatro corrente non lo è abbastanza.
Nella scheda di presentazione di Anelante e degli altri spettacoli si legge: “(mai) scritto da Antonio Rezza”. Non scrivi testi per i tuoi spettacoli?
Non possono essere scritti: vengono prima fatti col corpo, quindi con la parola, che però è un’intenzione del corpo negli spazi che Flavia Mastrella realizza. Solo dopo vengono scritti. Sarebbe impossibile altrimenti: chi scrive prevede; chi si stanca e si sfianca non ha il tempo della previsione. Per me questo è un criterio molto più onesto.
Allora non è tutto affidato alla memoria…
C’è una scrittura alla fine. Io posso ricordare tranquillamente le migliori cose che ci vengono in mente, non serve che le scriva. Poi alla fine, prova dopo prova, vengono scritte perché bisogna rendere il testo più armonico, ma non è un testo che nasce dalla penna. A quei livelli di sforzo non sarebbe possibile. Piuttosto nasce dallo spazio che realizza Flavia Mastrella e impone, non volendo, al corpo un determinato movimento, poi il corpo in movimento crea un suono disturbato. Quindi non si può parlare di quello che io dico senza parlare dello spazio che Flavia realizza - per sé, non per me.
In effetti, sarebbe stata la mia domanda successiva. Da sempre collabori con Flavia Mastrella che con le sue sculture e installazioni costruisce le scenografie dei vostri spettacoli: quanta parte giocano queste nella creazione del lato più teatrale dello spettacolo?
Sono fondamentali. I nostri meriti si dividono a metà nella creazione. Poi quando mancano tre mesi montiamo insieme lo spettacolo come se fosse un film, quindi viene tolto tutto quello che non ci convince e fatto spazio al ritmo. Senza quello spazio io non mi divertirei a muovermi, quindi sono completamente dipendente dalle sue sculture. Dipendiamo uno dall’altro ma in modo anarchico a livello di relazione: nessuno può dire all’altro quello che fa.
Dato che li nomini, voi avete fatto anche film e corti insieme, per altro con un montaggio decisamente sperimentale. Qual è la cifra che accomuna i vostri film e il vostro teatro?
Sicuramente la musica, il ritmo. E ciò che si avvicina di più a questi è il montaggio cinematografico. Noi nasciamo col teatro e col cinema nello stesso momento, solo che il cinema è meno libero del teatro. Quando ci siamo accorti che, non volendo sottostare ad alcun compromesso, il cinema sarebbe stata la strada più difficile, abbiamo deciso di fare teatro con un metodo cinematografico e continuando comunque a fare cinema. Per esempio, faremo uscire i film che abbiamo girato negli ultimi 15 anni quando vogliamo noi. Diciamo che il teatro è più libero rispetto al cinema, non so ancora per quanto tempo, però lo è.
Cioè è stato per una necessità pratica?
È stata una scelta intelligente credo… Il film che abbiamo appena fatto, quello su Via Padova, lo stiamo distribuendo in modo indipendente. Stiamo andando contro ogni logica perché da indipendente tu non ti puoi distribuire un film, ti viene impedito… dovremmo farlo anche a Verona.
Certamente. Di recente infatti è uscito il vostro documentario Via Padova è meglio di Milano: da cosa è nata la volontà di fare un documentario e questo documentario in particolare?
Delle inchieste-interviste le facevamo già ai tempi di Rai 3 (con Troppolitani, ndr). Poi ce l’hanno letteralmente impedito, perché, nonostante avessero un grande ascolto, davano fastidio. Noi però abbiamo continuato con dei progetti nostri. Nel caso di Via Padova, la Fondazione Bertini, che ha coprodotto l’opera insieme a noi, ci ha chiesto se volevamo, durante i giorni in cui c’è la festa “Via Padova è meglio di Milano” a Milano, girare qualcosa in Via Padova intervistando le persone che capitavano a tiro: la maggior parte erano extracomunitari e meridionali, perché i milanesi lì non ci sono. Quindi abbiamo raccolto questo stimolo e l’abbiamo trasformato... Per noi se lo stimolo nasce da qualcun altro è anche più divertente.
Cosa ti ha colpito di più?
Per un lavoro del genere, più che di quello che accade, devi occuparti del movimento e dell’energia che si respira intorno. Poi in fase di montaggio ti accorgi di quello che è stato detto. Lì togliamo le incertezze agli intervistati: non vogliamo ridicolizzare l’intervistato, ma l’intolleranza. L’intolleranza sembra una barzelletta per come l’abbiamo sbeffeggiata noi. Però si rimane toccati da certe osservazioni. Sembra sempre impossibile che uno dica le cose che vengono dette nel film, che certe cattiverie siano vere... Si ride tantissimo eh, ma ci sono anche cose agghiaccianti.
I vostri spettacoli sono appunto soprattutto comici, attraverso la mimica e la corporeità. Secondo te oggi la comicità può avere un ruolo sociale?
Certo, lo ha sempre avuto. Il nostro tipo di comicità è una comicità che smotta, che sposta lo spettatore dalla sedia. Quindi non è una comicità di battute e di freddura, si muove per altre linee. È più difficile sicuramente far ridere in un certo modo che fare gli attori. Gli attori passano da uno stato d’animo all’altro senza nessun pudore. Io disprezzo spesso gran parte di quella categoria.
Immagino che non ti consideri un attore.
Io faccio il perfomer. Io faccio un lavoro ben più tecnico. Me ne frego di come sto e di come stanno gli altri. Se un attore passa dalla tristezza a interpretare un santo, a interpretare poi, che ne so, uno che alza il pugno, è schizofrenia: non puoi credere in quello che interpreti... è finzione, è menzogna, è mercenarismo. Io questo penso degli attori spesso. O sei un attore come Gian Maria Volonté e quindi sconfini nell’atto performativo, ma se sei un interprete… insomma, non riesco a capire come si possa passare da Pasolini alle fiction. O sei schizofrenico o stai in malafede.
Ok, quindi non corre buon sangue con la categoria…
In realtà, ci sono attori che stimo perché relativizzano tutto questo. Per esempio, sono molto amico di Neri Marcorè. Lui fa un discorso che non è identico al nostro, però lo fa con disincanto, con distacco. Relativizza quello che fa: sa che fa l’attore di certe cose per poi passare ad altre, però è il primo che dice che lo fa perché si diverte. Non c’è malafede sotto. Io mi riferisco ad altre persone che usano questa schizofrenia interpretativa per trarre vantaggi rispetto a quel che valgono, ecco.
Per concludere, in un corto intitolato Preaoccupatio dici: “Mentre il terziario si afferma, noi viviamo ancora nel parassitario, periodo storico trappola”. Come definiresti il nostro attuale periodo storico?
Quello è un corto del ’94, neanche me lo ricordavo. Beh, il parassitario è un’era che non finirà mai. Credo che ci siamo ancora.
Non c’è scampo al parassitario...
Io penso sempre che l’arte sia la risposta più violenta alla politica. L’unica alternativa possibile al sottopensiero politico. Se questo essere parassiti investe anche l’arte, allora bisogna essere veramente cattivi con chi è parassita. E penso che siamo invasi da gente che non capisce che l’arte va esercitata in un altro modo.
Giò Girardi in Salmon
BOOK_ONCINI - Sylvia
Libri che ti servivano, e neanche lo sapevi
Leggere, se vogliamo, è l'ultimo atto intimo che ci è rimasto. È pure tempo rubato, va bene. E allora, via, una volta al mese, derubiamoci.
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L'amore nasce sulle rovine, non dentro le case arredate
Main dish: "Sylvia" di Leonard Michaels (2017, Adelphi)
Pagine: 129, forse poche o forse troppe
Tempo di masticazione: dai tre giorni ai tre mesi
Da provare: o mai o sempre
Indicato per: chi in generale, in mezzo ad una festa, si è tenuto per lo sguardo con qualcuno e si è sentito un privilegiato
Sapore: la cosa più dolce e spietata che abbiate mai provato
Dedica: Quanto è inafferrabile la vita, solo nel ricordo svela i suoi tratti, nell'inesistenza. (Adam Zagajewski)
Umami: 94, 95
Assaggi:
1. "Non dovresti fumare tanto. Fallo per me". Ho replicato:" Fumo perché litighiamo". Ha cominciato a mordermi il braccio. Ho gridato.Lei è saltata fuori da letto e ha annunciato: "Questo è l'inizio della fine della giornata".
2. Sylvia non leggeva mai i giornali: le raccontavo io cosa accadeva. [...] Per lo più si trattava di innocue chiacchiere ma, lo ammetto, avevo la vaga idea che la salute mentale fosse grossomodo proporzionale all'attenzione che si dedica a quello che succede fuori della propria testa.
3.C'erano attimi in cui ci capitava di guardarci, mentre eravamo seduti a qualche metro di distanza in una metropolitana affollata, ad una festa, o nel lento flusso di una conversazione drogata con altre quattro persone nel nostro soggiorno, quando l'alba grigia iniziava ad illuminare le finestre, e ci sorridevamo con gli occhi, come se fossimo imbarazzati della nostra stessa fortuna, la fortuna di stare insieme.

Perché:
Perché vorresti lasciarlo a metà e non ci riesci. Vorresti punire Michaels, lo scrittore e il personaggio, perché ti mostra il basso paralizzante che raggiunge la vita, quando la persona che amiamo, quella con cui coincidiamo perfettamente, è sbagliata per noi e per se stessa. In sostanza è la storia delirante di un matrimonio aggrovigliato quello tra l'autore, appunto, e la prima moglie Sylvia Bloch. Morta suicida dopo quattro anni di inferno coniugale, il marito, probabilmente per circoscriverne i tormenti, l'ha cristallizzata nella sua scrittura. E, per dolce ironia, è questo il libro più acclamato dello scrittore americano autore di saggi e prove letterarie che ora riposano nel semi buio della critica. Il dolore, sembra dire ad ogni paragrafo, è una schifezza quotidiana, non ha nulla di tragico, è semplicemente un'incomprensione che prende forme estese. E così, capita che ti rifugi in bagno a schiacciarti i punti neri fino a farli sanguinare, per non tornare di là, dove lei ti attende con tutto il sacchetto della sua infelicità. "Ogni cosa giungeva a me come una sensazione, non come un sentimento" dice Leonard ad un certo punto, quando lei ormai è morta, e strizza l'occhio a quanti di noi c'hanno provato davvero ad andare avanti, nella strada normale della vita, dopo un'intensità perduta.
Note tecniche o lì in giro:
Sceglie il lessico sospeso di un requiem per parlare della moglie morta suicida. Secondo il London Review of Books la scrittura di Michaels sta in equilibrio "tra la calma precisione di un reportage e l'epifanica originalità della poesia". La sua delicatezza sfida quasi il frastuono di quella Beat Generation che lo avvolge. "Ho visto le menti più brillanti della mia generazione distrutte dalla pazzia" scrive il poeta e amico Allen Ginsberg in una delle sue liriche più famose, perché le lacrime di un'era hanno bisogno di essere analizzate. A Leonard, invece, spetta il compito di riassumere quel pianto pubblico nella sintesi del suo, intimo e privato. Perché urla più forte di Elvis Presley, Sylvia mentre si dispera in quell'appartamento sporco e microscopico. Fuori dalla finestra c'è il ritornello di una generazione che prova a dirsi libera, e lei grida in solitudine, perché non ci sono definizioni collettive per la sofferenza di ciascuno.

Una specie di morale:
Dice un proverbio delle mie parti che l'amore è possibile solo quando entrambe le persone, separatamente, hanno trovato il loro paradiso.
Eppure, a volte, il purgatorio zoppicante che siamo crea frammenti di inferno indicibili. Le cose si accartocciano, finiscono. Ci sono persone che la vita ci strappa, e probabilmente, ha ragione lei. In fondo, lo dice anche Sorrentino che il momento più alto di un amore è la sua fine. Per fortuna arriva in nostro aiuto il ricordo, forbice selettiva del passato, che ritaglia solo le verità che possiamo sostenere. Forse, solo nel guardarlo andarsene, scopriamo la disperata e bellissima andatura di quello che perdiamo.
Salmonita