Bianco e Noir - Il mistero del pozzo
“Bianco e noir”, Verona: una serie di racconti a puntate. Dagherrotipi e litografie, vecchie foto in bianco e nero: ovviamente Verona, due secoli fa.
Ogni foto nasconde un mistero: l’ispettore Mastino Giusti è il protagonista.
Il Cafè Noir è la sua base, la grappa e le api le sue passioni.
Di più non posso svelare, perché sennò fate i furbi e non leggete.
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Verona, gennaio 1882
Mi arrotolo una sigaretta.
La cortina di fumo nel locale mi avvolge e attutisce i rumori che giungono dalla strada. Mi verso un bicchiere di grappa direttamente dalla bottiglia che l’oste mi ha lasciato sul tavolo e metto in bocca una liquirizia. Sbuffo assonnato, seduto al mio solito tavolo del Cafè Noir.
Via Cappello è una cacofonia di suoni, i cavalli scalpitano sotto le fruste dei conducenti, le carrozze cozzano tra loro mentre il popolo, un miscuglio di miseria e nobiltà, si muove seguendo ritmi che mi sfuggono.
- Mastino…- fa una voce roca e profonda. E’ Marogna, un càna al servizio dell’ispettore Martini, un poliziotto che non ha mai risolto un caso in vita sua.
Rispondo con un grugnito mentre lo sguardo corre dalla brace della sigaretta alla bottiglia di grappa.
- Mi manda Martini – si giustifica l’altro con il suo italiano stentato – Al pozzo è successo un fatto inspiegabile.
Mi alzo, prendo il bastone, saluto l’oste e m’incammino dietro al poliziotto. Nel cielo le nuvole grigie cariche di pioggia consiglierebbero un tetto sopra la testa anziché la risoluzione di un fantomatico mistero.
Sto attento a dove metto i piedi, sull’acciottolato i cavalli lasciano ricordi ai quali le suole delle scarpe e il mio olfatto farebbero volentieri a meno. In Piazza Erbe i banchi chiudono i battenti.
E’ un gennaio gelido e la merla festeggia con largo anticipo.
Nell’aria i miasmi di cavolo bollito danno i brividi. Incrocio alcuni lampionai concentrati su stoppini e lampade a petrolio mentre svolto l’angolo in direzione del pozzo. Il sipario di un’elegante palazzo divide le persone perbene sedute tra i velluti del Caffè Dante e la piccola borghesia che da qui fino all’Adige, ha reso ogni centimetro quadrato abitabile.
Martini mi accoglie con una smorfia.
Con i baffi a manubrio e gli occhialini appoggiati alla punta del naso sembra un ratto appena sbucato dalle fognature. La delicatezza è un suo pregio – Finalmente è arrivato – mi saluta infatti, accompagnando con un’espressione di scherno il mio bastone.
Non lo degno di risposta, non lo merita: lui dormiva mentre io mandavo sei crucchi al creatore nella carica di Custoza.
Con mezzo polpaccio in meno.
- L’hanno sentita urlare – continua l’ispettore, indicando una ragazza dai capelli rossi che affranta e piangente siede per terra.
- Parla? Testimoni? – invito alla ricerca di una qualche informazione.
- Niente di niente.
- Per questo mi avete chiamato, – sorrido – siete in un vicolo cieco.
C’è stato un omicidio e per me il mistero è già risolto.
Il baffo a manubrio invece brancola nel buio.
Che coglione.
Faccio un giro intorno al pozzo, ci guardo dentro e ricomincio a camminare.
Mi piace far salire la tensione. Il mio movimento ha attirato lo sguardo della donna. Le lacrime le rigano il volto, lasciando aloni neri intorno agli occhi. Le mani, strette in grembo, sono scosse da tremiti sempre più frequenti.
- La leggenda narra di una storia d’amore finita tragicamente – inizio mentre le prime gocce di pioggia iniziano a cadere.
Poche parole.
Sufficienti a far spalancare la bocca della giovane e a farle strabuzzare gli occhi. Il suo pallore fa spavento – Corrado era innamorato della bella Isabella e non perdeva occasione di dimostrarle il suo amore – continuo – La dama però era molto abile nel nascondere la sua simpatia per quello sfortunato cavaliere.
La rossa si guarda attorno.
Sta valutando le possibilità di fuga e infatti si alza in piedi.
- Faceva un freddo terribile – sorrido amaro – Il cavaliere domandò alla sua dama perché si dimostrasse ghiacciata come l’acqua del pozzo.
La rossa scalpita.
- Isabella sfidò l’uomo invitandolo a buttarcisi dentro per valutare lo strato di ghiaccio. Una storia dall’epilogo tragico come immaginerete: Corrado si tuffò nel pozzo e morì vittima del suo ardimento mentre Isabella, resasi conto della tragedia, vi si gettò dentro anche lei suggellando così il loro amore disperato.
Un urlo squarcia l’aria.
Lo ha lanciato la rossa che ora scatta verso Piazza Erbe prendendo i càna, ovviamente, impreparati.
Me lo aspettavo, sono sempre un passo avanti. Così prendo la mira e lancio il mio bastone: sei centimetri di diametro, ebano di prima qualità e un mastino d’argento sul pomello che se ti prende alla schiena ti manda al tappeto togliendoti il respiro. E’ quello che succede all’assassina che crolla a terra dopo il mio lancio perfetto.
Ci sono delle prove evidenti di tutta la messinscena.
- Troverete il corpo di un uomo in fondo al pozzo – dico a Martini che mi guarda storto.
- Ancora non capisco… - fa lui mandandomi in bestia.
Non sopporto gli inetti, è più forte di me.
- Le impronte nel fango di scarponi pesanti, il cappello appoggiato sul bordo del pozzo…vado avanti? – domando ficcandomi una liquirizia in bocca.
Il nulla cosmico negli occhi dei miei dirimpettai.
- Quella donna voleva sbarazzarsi del suo amato e ha messo in piedi questo spettacolo malvagio – spiego - Troverete il corpo di un uomo in fondo al pozzo.
- Pensava di cavarsela – mi fa Martini – Ma poi è arrivato il Mastino.
Ecco appunto.
Vai a cagare.
Mi avvio verso casa.
Abbasso la tesa del capello mentre i primi fiocchi di neve imbiancano le strade.
C’è un silenzio surreale intorno a me. Le luci delle case e delle locande rischiarano un poco il mio percorso. Mi fermo nel mezzo di Ponte Pietra e osservo le barche seguire la corrente dell’Adige.
C’è un pensiero che mi fa sorridere: il mondo è una palcoscenico ma le parti sono spesso mal distribuite.
SmokeySalmon

RAL 3022 ROSA SALMONE #02 (come si sgranocchia un* ex)
La rubrica di Salmon che parla DI, AL e CON quello strano organo pulsante che sta tra le branchie e la vescica natatoria e spesso confonde le acque limpide del mare interiore.
Da pinna a pinna, da branchia a branchia,
sempre Vostra
Salmona Pastura
salmonapastura@gmail.com
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Di recente ho scoperto che il marito di Lorena Bobbit dopo la fine del processo e dopo aver ricevuto qualche punto di sutura che lo ha (per così dire) rimesso in piedi, ha iniziato una florida carriera nel mondo del porno.
Sembra incredibile che lui, il protagonista della più famosa evirazione del Novecento, abbia intrapreso una carriera del genere, no?
Ora ditemi se non è vedere il bicchiere mezzo pieno, questo!
Passiamo tutti attraverso dei momenti orrendi in cui ci sentiamo smarriti come vegani alla sagra del bollito e pearà, abbandonati come bicchieri in Piazza Erbe il venerdì sera o consumati come gomme a fine anno scolastico. Per questo dovremmo iniziare ad allenarci ad essere come il signor Bobbit ed imparare a vedere il “bright side”, che spunta dal retro del nostro momento nero. Ad esempio, invece di iniziare a fare osservazione compulsiva del profilo del/la vostr* ex per scoprire qualche indizio sulla sua nuova fiamma, dovreste lavorare sull’idea opposta:
DIVENTATE L’EX CHE LA SUA NUOVA FIAMMA STALKERERÀ PER CARPIRE INFORMAZIONI.

Credetemi, dovreste provarci. E magari chiedete a Zuckerberg di mettere il tasto “Pop corn” sotto il vostro profilo, in modo che possa sgranocchiare qualcosa mentre si gode lo spettacolo di voi che uscite dal tunnel fischiettando la marcia trionfale dell’Aida più carichi del coro dell’Arena. Via libera quindi alla condivisione del vostro benessere artificiale, alla messa in piazza della vostra felicità posticcia e all’esposizione delle vostre soddisfazioni momentanee. Una sola regola: ESAGERATE CON NATURALEZZA, disinvolti come nulla fosse. Quindi mie belle pescioline, curatevi di apparire come distratte Audrey Hepburn in mezzo alla bolgia sudata e sbronza del Fortino. E Voi, miei amati salmoncini, fate in modo che il tag vi colga quando vi guardate attorno quasi annoiati, in mezzo alle giovani e bellissime matricole che vi circondano al Campus.
Anche su questo delicatissimo terreno, Mr. Bobbit ci illumina la via.
Dovete sapere, infatti, che una volta iniziata la carriera nel cinema, il nostro eroe ha pensato di celebrare la cosa aggiungendosi un secondo nome e trasformandosi in John WAYNE Bobbit: una mossa azzeccatissima per uno che aveva una carabina Winchester da cow boy, diventata improvvisamente un fucile a canne mozze.
SALMONA PASTURA
Terzo Paradiso
Anche Verona ha il suo Terzo Paradiso, opera d’arte che, nelle sue declinazioni, è stata proposta nei cinque continenti. La città scaligera lo ospita con un’installazione all’interno dell’Arena, un site-specific composto da novantasette tavolette in legno riciclato, 90x90, rivestito di alluminio lucido.
Ė stato inaugurato lunedì 30 gennaio, giorno in cui ho potuto sentirne parlare direttamente dalla voce di Michelangelo Pistoletto, suo ideatore, presente per l’occasione. Occhi azzurri e sguardo profondo, uno scambio di poche battute con lui, in cui ho avuto la sensazione che mi scavasse, pochi istanti che ho sentito dedicati a me, con un’attenzione che non mi aspettavo nel brulichio di gente tipico di un’occasione come quella. Uno sguardo quasi magnetico, in una frazione di secondo ho pensato che quegli occhi avevano attraversato l’arte dagli anni Cinquanta ad oggi, ho immaginato tutte le esperienze, relazioni e scambi intrecciati, ripensato alla poetica nella sua evoluzione e alle creazioni che ne erano scaturite. Classe ’33, presenza massiccia, chiusa in un cappotto nero: quel pomeriggio avevo davanti un pezzo di storia e potevo ascoltare dalla sua viva voce il senso di quell’opera ideata nel 2003, presentata alla Biennale di Venezia nel 2005, che oggi prosegue la sua vita, in modalità sempre differenti, per sua mano, ma non solo.
Il Terzo Paradiso, infatti, può essere realizzato come scultura, dipinto, installazione, performance, flash-mob. L’artefice può essere lo stesso Maestro Pistoletto, come qualsiasi persona singola o gruppo che voglia riproporlo, purché ne mantenga il significato: andare verso un processo di trasformazione responsabile della società. Ė un’opera altamente inclusiva, una sorta di grande opera collettiva, in cui tutti possono partecipare alla realizzazione, avvalendosi di qualsiasi forma espressiva, che venga utilizzata per descrivere i tre lobi che compongono il Terzo Paradiso ovvero la “Trinamica”, dinamica del numero tre e principio della creazione, combinazione di due unità che danno vita a una terza unità distinta. Sono raffigurati due cerchi esterni che rappresentano tutti gli opposti e ogni dualità, e che originano un terzo cerchio interno, qualcosa di totalmente nuovo, come accade in fisica o in chimica quando idrogeno e ossigeno unendosi danno vita all’acqua. Così il Terzo Paradiso è la fusione tra il primo e il secondo paradiso.
Che cosa rappresenta? Così lo spiega lo stesso Michelangelo Pistoletto: «Il primo è il paradiso in cui gli esseri umani erano totalmente integrati nella natura. Il secondo è il paradiso artificiale, sviluppato dall’intelligenza umana attraverso un processo che ha raggiunto oggi proporzioni globalizzanti. Questo paradiso è fatto di bisogni artificiali, di prodotti artificiali, di comodità artificiali, di piaceri artificiali e di ogni altra forma di artificio. Si è formato un vero e proprio mondo artificiale che, con progressione esponenziale, ingenera, parallelamente agli effetti benefici, processi irreversibili di degrado a dimensione planetaria. Il pericolo di una tragica collisione tra la sfera naturale e quella artificiale è ormai annunciato in ogni modo. Il progetto del Terzo Paradiso consiste nel condurre l’artificio, cioè la scienza, la tecnologia, l’arte, la cultura e la politica a restituire vita alla Terra, congiuntamente all'impegno di rifondare i comuni principi e comportamenti etici, in quanto da questi dipende l'effettiva riuscita di tale obiettivo. Terzo Paradiso significa il passaggio ad un nuovo livello di civiltà planetaria, indispensabile per assicurare al genere umano la propria sopravvivenza. Il Terzo Paradiso è il nuovo mito che porta ognuno ad assumere una personale responsabilità in questo frangente epocale».
Al Terzo Paradiso si lega La Mela Reintegrata. In questa opera Pistoletto reintegra quel morso che ha procurato il distacco dell’umanità dalla natura e dal Primo Paradiso, e che ha dato origine al mondo artificiale del secondo paradiso (un mondo artificiale ben rappresentato in un’altra mela morsa, logo di una nota azienda informatica). Ė una mela morsa che ha bisogno di essere ricongiunta, ricucita, per far sì che mondo naturale e artificiale raggiungano un nuovo equilibrio, un Terzo Paradiso.

Capolavoro di questo artista è la sua grande sensibilità ai temi sociali, al bene comune, la capacità di usare la sua arte per diffonderli, sensibilizzare, far riflettere. Ė un’arte che non è fine a sé stessa, ma che è portatrice di valori, che si mette a disposizione, pronta ad appoggiarsi ad altri linguaggi e collaborazioni per diffondere il suo messaggio. Uscire dai canali, e dai target, dell’arte contemporanea per arrivare a un “pubblico” diverso e ampio: questo è il senso della collaborazione con i Subsonica. Mi piace come Pistoletto ha utilizzato il potere della musica di catturare l’attenzione e far riflettere veicolando temi non vicini a tutti, un mezzo capace di aprire varchi anche nei più giovani (analogamente da adolescente, scoprii Camus e la letteratura dell’assurdo domandandomi cosa ci facesse un arabo su una spiaggia in una canzone dei Cure).

Dagli anni Cinquanta Pistoletto lavora verso un indirizzo di coscienza individuale e responsabilità interpersonale. Con il suo Manifesto Progetto Arte (1994) propone: «l’artista prenda su di sé la responsabilità di porre in comunicazione ogni altra attività umana, dall’economia alla politica, dalla scienza alla religione, dall’educazione al comportamento, in breve tutte le istanze del tessuto sociale». Pistoletto, animatore e protagonista del movimento artistico dell’Arte Povera, ha dato attuazione a questo pensiero nel 1998 con Cittadellarte-Fondazione Pistoletto a Biella, come laboratorio per la produzione di un processo di trasformazione responsabile, etico e sostenibile nei diversi settori del tessuto sociale, agendo sia su scala locale che globale.
Il suo auspicio è che la società possa evolvere dalla democrazia alla demopraxia, sostituendo il concetto di potere –cràtos con quello di pratica – praxis.

Le superfici in alluminio riflettente dell’opera esposta all’interno dell’Arena, un allestimento che copre una superficie di 37x15 metri, organizzata da Artantide in collaborazione con Festival della Bellezza con la supervisione di Cittadellarte-Fondazione Pistoletto, racchiude infine un’evoluzione dei suoi Quadri specchianti degli anni Sessanta, in cui veniva introdotta direttamente nell’opera la presenza dello spettatore e la dimensione reale del tempo. Nella sua poetica «[…] lo specchio esiste solo nello sguardo e nel pensiero di chi lo osserva. Il funzionamento dello specchio è imprescindibile dal ragionamento riflessivo. […] Solo l’esercizio del pensiero fa funzionare lo specchio. Lo specchio esiste unicamente se ti riconosci in esso. Lo specchio è una protesi ottica che il cervello usa per interrogarsi e conoscersi.»
Fino al 28 febbraio, sarà la globalità dello spazio aereo a specchiarsi all’interno dell’Arena.
Salmonella
SALMONE SURGELATO - Due passi “IAMSEIFE” sul lungomare di "Mecna"
(La giusta dose di musica a tranci da conservare durante il mese)
Sarà che in tempi di crisi c’è bisogno di mettere da parte più cose possibili, per questo e per altri mille motivi futili, vi consigliamo un disco ogni mese da stivare con cura vicino alle conserve della nonna!
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Seguo “MECNA” da “ Bagagli a Mano”, se vi sembra poco, fatemene pure una colpa perché dovrei comunque riuscire a dormire. Da poche settimane è uscito il suo ultimo album “Lungomare Paranoia”. Era il 2011 quando ho ascoltato per la prima volta “Corrado” (non è una traccia, ma il suo nome. Ci tengo a precisarlo, con voi non si sa mai). L’ho sempre trovato diverso dal resto della scena, se proprio vogliamo catalogare tutto per facilità, rassicurando inutili puristi e riempiendoci la bocca di velleità. “Mecna” è sempre stato molto attento nelle produzioni, sempre abile a rimanere lontano da tutte le tematiche che nel Rap Italiano ci asciugano i coglioni (droghe, disagio, gente che ha svoltato, voglio fare soldi, sto facendo soldi, farò soldi, ero povero ma ora ho i soldi, sono ricco ma prima ero povero, faccio più soldi di lui, faccio più soldi di lei, se entri nel mio quartiere ti slamo, con me non fotti, con la mia gang non fotti, occhi che ho il ferro, nelle mutande il ferro, il mio beat spacca, la mia traccia spacca, il mio album spacca, il mio prossimo album spaccherà, etc. etc.), credetemi che sono davvero tante, molte di più di quelle che ho appena elencato. Lui non spacca, ricuce. Lui non parla di disagio sociale, racconta semplicemente come conviverci, forse, se vogliamo vederlo da un punto di vista più semplicistico, ci racconta il disagio di tutti.
Ci vogliono 42 minuti, esattamente lo stesso tempo che mi è servito per partire da Negrar ed arrivare in Borgo Venezia. Track by track, semaforo dopo semaforo, mi sono posto le dovute riflessione che un contributor non pagato deve farsi. Ad oggi, anche se sono passati sei anni dal primo ascolto, non riesco a capire se “Mecna” abbia sofferto per amore, stia soffrendo per amore o semplicemente si porti avanti con la sofferenza. Adora sicuramente le “sneakers”, ha una fissa per il brand “Patta”, ama curare maniacalmente le grafiche dei Suoi lavori e sa circondarsi di beatmakers molto ma molto validi. Nell’album, i beat sono affidati a gente come: “Iamseife, Lvnar e Alessandro Cianci”, solo per citarne alcuni. Avrei messo tutti, ma non vorrei mai che qualcuno di voi capisse realmente troppo di qualcosa.
Tra questi nomi citati, dopo aver discusso sull’orario esatto per conoscere qualcuno a colazione, ho avuto la fortuna di intervistare “IAMSEIFE”.
Andrea (solo io posso chiamarlo così) - per voi finti acculturati di musica è sempre "IAMSEIFE" - come si lavora ad un album di “MECNA” ?
Haha, ciao Staniz (posso chiamarti così?), lavorare ad un album di Mecna è bello, prima di tutto perchè i nostri gusti musicali sono davvero simili, quindi a volte sul mood ci si capisce al volo.
Cosa non deve mai mancare all'interno di un tuo beat?
L'amore, che poi lo trovi nelle mie melodie.
Hai trovato tante porte chiuse nel tuo cammino, la tua gavetta è stata lunghissima ma non ti sei mai arreso, il segreto? Intendo, cosa serve oltre ad avere una favolosa passione per i mocassini che condivido con te?
“IAMSEIFE” è nato subito dopo la separazione dei Pink a Pad's nel 2011. Non è stato facile dover cominciare da zero, cambiando inoltre genere musicale. Ricordo che le prime cose che mi fecero venir voglia di buttarmi in questa avventura, furono l’album di Hudson Mohawke ed il primo ep di Rustie dove c'era "Neko" . Prima che uscisse, penso di averla ascoltata almeno un migliaio di volte su youtube (era l'unico modo per ascoltare un piccolo assaggio della traccia ).
Dalle collaborazioni nascono amicizie o dalle amicizie nascondo le collaborazioni nel tuo lavoro?
Nel mio caso sono più le collaborazioni che fanno nascere amicizie, vedi Corrado o Lvnar, quest'ultimo ha preso il mio posto al "Lungomare Paranoia" tour e sono felicissimo per lui.
Domanda scontata (imposta dalla redazione), prossime uscite che ti vedranno coinvolto o avvolto?
A breve uscirà un mio singolo, sarà diverso dalle sonorità del mio ultimo ep "Blue Magma" uscito su “ MacroBeats Records ”, inoltre sto lavorando ad un ep con il mio compagno di mille avventure Marco aka Lvnar.
Voglio ringraziarti per il tempo che mi hai dedicato, sai bene anche tu che nessuno leggerà l'intervista fino in fondo, ma che cazzo te ne frega, l'importante è avere il tuo nome nel titolo!
Grazie a te, a presto!
Sono 12 tracce, sicuramente meno ragionate rispetto ai suoi lavori passati, ma forse per quello ancora più belle e vere. Un percorso che parte da molto lontano, una sana descrizione, liriche precise, delicate come la sua penna ci ha sempre insegnato. Non c’è rabbia, forse tanta riflessione. Forse mi piace così tanto perché è vicino a tutti noi. Racconta se stesso e racconta una parte del quotidiano che ognuno vive. Non c’era fretta e lo si sente. Un disco fatto indipendentemente dalle leggi del mercato, dai risultati di vendita. Studiato ma non a tavolino, a tratti forse troppo autobiografico (ma sti cazzi, per una persona con un ego immane come il mio è bellissimo).
In sostanza, ogni volta che ascolto “Mecna”, mi ricordo tutte le mie ex, e forse credo che lui abbia sofferto più di me, o per lo meno alcune cose le abbiamo condivise. Mi e vi deve piacere l’umanità di questo Rapper fuori dal coro, ma non per questo isolato.
Tommy in Salmon
Mecna – "Lungomare Paranoia" – Tracklist
• Acque Profonde
• Vieni Via
• Infinito
• Malibu
• 71100
• Soldi Per Me
• Labirinto
• Nonostante Sia
• Superman
• Non Serve
• Il Tempo Non Ci Basterà
• Buon Compleanno
Se volete ascoltarlo dal vivo, qui le date in continuo aggiornamento del tour:

Salmon Responsoriale #2- La Replica
Il nostro primo articolo lo trovate qui.
La risposta di Francesco, volontario di Interzona, la trovate qui.
Caro Francesco e caro Giorgio.
Intanto vi ringraziamo per aver onorato il nostro salmon responsoriale con una risposta così educata, sensata ed equilibrata. Ed è stupendo che finalmente sia partita una scintilla.
Il mio ragionamento è di una semplicità quasi banale.
A fronte di un periodo storico che per mille ragioni è difficilissimo, vedi amministrazione poco sensibile a certe tematiche e congiuntura economica poco felice, le alternative sono almeno 4.
- se si è estremamente ricchi, o si gode di una situazione contingente estrememante fortunata (Es.affitto 0 che comunque può non essere abbastanza), si può continuare a fare le cose che si vogliono fare in una condizione di privilegio assoluto, indipendentemente da tutto e tutti.
- mollare tutto perchè è da masochisti
- fare le commercialate totali
- la via più difficile. Fare ricerca artistica e divulgazione di messaggi culturali "differenti" perché ci si crede.
Nel contesto che abbiamo già descritto, quest'ultima via, può risultare un'impresa titanica. I margini di errore sono ridotti al minimo:
Ad esempio, non si può prescindere dal supporto del pubblico che deve sempre esserci in massa e anche consumare al bar.... La qualità artistica dev'esser alta ma abbordabile.. etc etc.
questo tipo di soluzione, secondo me, implica necessariamente il passaggio ad un modo di vedere le cose che è diverso, che vede nelle diverse professionalità e competenze un'occasione e non un limite: ad esempio, nella pianificazione, nel marketing, nella comunicazione... delle opportunità e non degli ostacoli.
La letteratura in materia è già piena di testi e manuali al riguardo. Termini come "impresa sociale", "innovazione sociale" e "imprese ibride" (leggi, tra gli altri, Flaviano Zandonai e Paolo Venturi) sono già di uso comune e sono già stati sdoganati anche dalle istituzioni.
Perché?
Perché sono i tempi a richiederlo. Tanto è vero che c'è un grave impoverimento, quanto però anche un'opportunità potente. Basata, per esempio, sul merito e non più sul privilegio. È una rivoluzione che va assecondata, capita e alla quale non ci si può opporre. Un modo di vedere le cose in cui il volontariato può rimanere ancora un grande valore e un pilastro importante, ma si "sporca" le mani e dialoga con grandi competenze e argomenti che appartengono "tradizionalmente" ad altri mondi.
Va da sé che Francesco ha ragione: dipende proprio dagli obiettivi. Proprio nel caso di realtà come Interzona, è evidente che gli obiettivi debbano essere ambiziosi. Non può essere altrimenti. È quasi una responsabilità.
Quindi, meglio un'associazione che chiude dopo un periodo di minore attività, di minore affluenza di pubblico a causa dell'insostenibilità economica abbandonando i nobili obiettivi o un sano pragmatismo, con un piano di più ampie vedute, a fronte di un riconoscimento economico di tutti e di un ascolto e una partecipazione più reale del pubblico che garantisce una maggior longevità del progetto?
Ammetto che non sia facile. Zero. È difficilissimo trovare quell'equilibrio. Mille variabili, mille regole, TONNellate di tasse e imprevisti ma io propendo per la seconda,
È un'opinione, quindi soggettiva e con la quale si può non essere d'accordo.
Lunga vita al Kroen e a Interzona che tengono duro, sempre.
Salmon Lebon
"per ulteriori scambi: redazione@salmonmagazine.com"
Salmon Responsoriale #2
Buongiorno e buon anno carissimi Salmoni!
È già febbraio, ma ancora non ci eravamo sentiti nel 2017. Che dire? Da dove partire?
Innanzitutto da due novità.
Il 2017 è iniziato senza Interzona, 25 anni dopo la fondazione, perché un’altra Fondazione si è impossessata del locale. E a proposito di Fondazioni, ma è un po’ meno una novità, quella dell’Arena è ovviamente messa sempre malissimo.

Non solo.
La seconda novità è che anche l’Officina degli Angeli ha chiuso i battenti. Ergo: i due principali club per concerti live a Verona sono morti. Senza neanche troppo rumore, a dire il vero.
Allo stesso tempo, abbiamo assistito a una resurrezione: dopo diverso tempo (forse sette o otto anni?), degli eroi locali hanno fatto ri-partire il Kroen. Non più a Villafranca ma in Zai.
La morale?
C’è qualcosa di grosso che non va. C’è qualcosa di importante che non funziona. Non può “solo” essere che i giovani veronesi siano tutti degli ubriaconi e dalle osterie non si levano! Non ci vogliamo credere.
Spunti?
Tanti, moltissimi, ennesimi. Noi proviamo a darvene qualcuno.
In primis, si sa, sono finiti i tempi d’oro in cui c’erano soldi a palate. Sono finiti i tempi in cui qualsiasi cosa si organizzasse, la gente veniva e pagava e beveva.
Secondo noi, tutto ciò implica che chi vuole lavorare in questo ambito debba professionalizzarsi. Se ha a cuore il futuro della propria città, se ha fiducia nella propria missione, è assolutamente necessario che applichi un approccio il più professionale e imprenditoriale possibile alla sua iniziativa. Solo questo può (forse) essere il modo per pensare di avere una visione sul lungo periodo.
E dire professionale non vuole dire “male”. Anzi, vuol dire fare le cose meglio, nella prospettiva di proseguire la propria attività culturale a lungo. Vuoi cambiare le cose? Allora anche la direzione artistica deve essere pensata alla luce di una sua sostenibilità e, quindi, con un orecchio sempre teso alle richieste del pubblico. Il che non significa sottomettersi ciecamente, ma, tanto meno, essere ciechi di fronte all’evidenza e a quello che è davanti a noi tutti i giorni.
Per esempio, il mestiere del bravo Direttore Artistico è tanto fondamentale quanto difficile. Deve sempre essere aggiornato, sempre attento alle “paturnie” del pubblico, meticoloso sulle economie e capace di cambiare strada in un nanosecondo.
Un gradino più in alto, il bravo manager, boss o capo che sia, deve vedere oltre. Dev’essere consapevole che i contenuti artistici sono solo una minima componente della sostenibilità. O è ricco sfondato o deve capire che il successo in termini di pubblico è determinato anche e soprattutto da migliaia di altre voci, come la promozione, il bar, la gestione, l’amministrazione, il servizio, la location, la comunicazione, il PRaggio e via dicendo.
La cosa più importante, però, è tenere sempre, sempre, sempre presente che il pubblico non è tonno. Il pubblico veronese è “zerotonno”.
Altro?
Sì. Lavorare in rete. Lavorare insieme ad altri. Coordinarsi. Parlare. Intrecciare.
Di più?
Sì. Ottimizzare, ridurre i costi. Creare gerarchie di priorità, procedere step by step, ma con un passo più lungo della gamba.
Finito?
No. Affidarsi ciecamente alla Salmadonna e credere ciecamente nei miracoli.
E se tutto dovesse andare male, rivolgetevi a lui:

Salmon Lebon
redazione@salmonmagazine.com