Salmoni che camminano
Qualche giorno fa, risvegliati dal tepore del primo sole di marzo, si è deciso di cogliere l' occasione per andare a camminare sulle montagne ancora coperte dalle nevi invernali; pedule, maglioni di pile, borracce e panini dal salumiere, poi via in salita verso i dolci pendii della Lessinia.
Ecco che, come sempre durante una passeggiata, la mente umana carbura a gran velocità ed inevitabilmente sorgono domande che spesso allontaniamo, questioni esistenziali della serie “chi sono? Da dove vengo e dove sto andando?”: una volta arrivati alla meta, con ogni probabilità la Malga di passaggio, si rompe il magico silenzio che avvolge la montagna e la voglia di condividere queste riflessioni la fa da padrona. Ed è proprio così che, birretta alla mano e panino con soppressa nell'altra, ci siamo chiesti quale ragione ci spingesse a camminare fino al tal rifugio per poi girare i tacchi, o meglio le pedule, e tornare in città, senza uno scopo apparente, senza riportarsi indietro un qualcosa di tangibile che giustificasse la nostra fatica ed il nostro tempo speso là.
Insomma, quale scopo, quale soddisfazione spinge l' uomo a caricarsi uno zaino in spalla e camminare?

Cominciamo delineando il contesto in cui è nato il camminatore moderno: fino al XVIII secolo si viaggiava a piedi solo per motivi religiosi o di lavoro; tutte le altre camminate di più giorni erano vagabondaggi. Poi subentrò una distinzione di classe: se vai a zonzo e sei di buona famiglia allora sei un eccentrico, un artista, forse addirittura un pensatore. Se invece stai per strada e sei del popolino, allora sei un criminale, un accattone, un fuggiasco. E' solo con il XX secolo, e specialmente dopo la Grande Guerra, che il camminare diventa uno svago per il tempo libero di tutti, compresi i ceti meno abbienti: ne sono un esempio i boy scout inglesi (1907), l' Unione Operaia Escursionisti Italiani (1911) o l' Associazione Proletari Escursionisti (1919). La Grande Guerra d'altronde è uno spartiacque culturale talmente importante che nemmeno la viandanza poteva sfuggirle: al termine di essa si impone in tutta Europa il modello economico capitalista e la ricostruzione dei paesi dilaniati dal conflitto è affidata ad una sempre più pervasiva attività industriale, nel segno della quale le grandi città rinascono profondamente cambiate sia sul piano urbanistico che su quello prettamente sociale. Così, mentre da un lato aumentano le tensioni sociali ed acquisisce sempre maggior rilievo il lavoro che permette di entrare di diritto nella nuova 'società dei consumi', dall'altra si fa sempre più evidente in ampi strati della popolazione europea un senso di malessere rispetto alle condizioni lavorative, alle effimere possibilità di svago presenti nelle nuove città, ai nuovi miti proposti nel mondo occidentale ormai del tutto secolarizzato.
Emergono così un nuovo culto del tempo libero ed una progressiva attrazione verso gli spazi ed i tempi che non hanno ancora subito le grandi trasformazioni dettate dall'uomo moderno: “Giova trovarsi in luoghi dove l'uomo è piccolo e Dio è grande: l'immagine della sua grandezza è impressa sul volto della natura. In città tutto è uomo, e uomo soltanto. Egli sembra muovere e governare ogni cosa, ed essere la Provvidenza delle città”. Queste le riflessioni del reverendo inglese Sidney Smith a cavallo tra XIX e XX secolo, nelle quali l'elemento religioso si fonde con una più generale insofferenza verso le città industriali, dove il tempo non è più scandito dal naturale alternarsi delle stagioni e di notte e dì, ma dagli orari di lavoro necessari per ottimizzare la produttività, dove le grandi costruzioni dell'uomo delineano lo spazio circostante celando l'immenso progetto architettonico che è la Natura. E' perciò per riappropriarsi di spazi a cui non apparteniamo più che noi topi di città sentiamo la necessità di rientrare in armonia, almeno sporadicamente, con la natura: è qui che, dimenticati gli smartphone, messe da parte l'ansia e le futili distrazioni di ogni giorno, riusciamo a riordinare le nostre priorità ed a renderci conto del poco che basta per vivere con serenità. Ma perchè non raggiungere il rifugio di montagna, il casale in collina, il faro sulla scogliera in automobile? Perchè camminare?

Rieccoci dunque ad affrontare il quesito di partenza, ed è il momento di abbozzare delle risposte: Charles Dickens scrisse che “nessuno può vedere, sperimentare, o pensare come chi viaggia contento con le proprie gambe”. Questa frase riassume perfettamente l'unicità ed il valore dell' esperienza del camminare: il viandante cammina perchè in questo modo si regala immagini dettagliate e con le giuste proporzioni, perchè sperimenta il funzionamento di tutti i sensi, tesi per registrare perfettamente ciò che sta attorno, ed infine perchè pensa, riflette più che in ogni altro contesto ( per obiezioni a quest'ultimo punto rivolgersi ad Aristotele ed alla sua scuola peripatetica). D'altronde camminare è un' azione insita all'uomo come e più che parlare, e se la storia della nostra evoluzione è segnata dalla decisione, consapevole o meno, di erigersi sugli arti inferiori e di porre un piede avanti all'altro significa che questo gesto ha un valore fondamentale nella nostra esistenza: guarda un uomo camminare, e guarda come egli rivela il proprio orgoglio, o la determinazione, la tenacia, la curiosità, o addirittura il proposito che ne guida l'incedere. Incontro al proprio destino non ci si può andare in treno, in macchina, ma solamente camminando; a questo proposito lo scrittore Paolo Cognetti ne Le otto montagne, libro per gran camminatori ed amanti della montagna, mette in bocca al giovane protagonista Pietro questa riflessione, a cui egli arriva durante un' escursione in quota: “il passato è a valle, il futuro a monte. Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa”. Ecco perchè, in definitiva, ci piace caricarsi uno zaino in spalla e camminare in montagna.
Come andare a un concerto e diventare palombaro - Il concerto di Cacciapaglia a Verona
In questi giorni ascoltando la radio sentivo come se mancasse qualcosa. Come se si rimanesse in superficie.
Chi è Cacciapaglia? So solo che è un compositore, e che io lo adoro. Ho un fortissimo legame emotivo con lui: non lo conoscevo, ma un’amica mi aveva passato quattro sue canzoni, che mi hanno accompagnata per tutto l’arco delle superiori, ascoltate con il buon vecchio lettore mp3, nel tragitto di andata e ritorno da casa a scuola sul bus. Non c’è altro da aggiungere.
Fatto sta che, a distanza di sei anni, mi torna all’orecchio un nome familiare: scopro del concerto di Cacciapaglia il 19 marzo a Verona al teatro Camploy. Un tuffo al cuore. Dovevo andare.
Da persona super impegnata (o forse solo pigra) non mi informo minimamente sul tipo di concerto che terrà. Quindi entro in teatro, e continuo a pensare a come la sua musica abbia segnato una parte della mia vita, e mi chiedo quali nuove melodie andrò ad ascoltare. Mi piacerà ancora? Sarà una sonorità familiare? Oppure mi farà assolutamente schifo? L’unica cosa che scopro è che sarà un’esibizione per pianoforte.

Il concerto si apre con Davide Friello e il suo dolce e potente hang drum. Un bel modo per creare l’atmosfera adatta a introdurre il maestro. Chissà cosa mi aspetta
Poi, eccolo. Con lui il violoncellista Enrico Guerzoni e alla pianola/mixer Gianpiero Dionigi. Si siede. Appoggia le mani sul pianoforte. E ho un tuffo al cuore. Perché la melodia che suona mi è estremamente familiare. E mi riporta immediatamente dentro l’autobus, mentre sto andando a scuola e penso se ho studiato tutto e fatto i compiti, mentre guardo le bellissime montagne in lontananza.
Poi succede qualcosa, e non me lo so spiegare. Vengo raccolta da delle mani che mi sollevano, e ora sono una brezza leggera, che soffia tra gli alberi di un bosco, respirando l’odore di montagna. Che poi risale, sempre più fredda, fino alle cime innevate, tra i ghiacci. C’è freddo, ma è tutto limpido, silenzioso, sospeso.
E poi soffio in mezzo al mare, sento la voce delle sirene che cantano, e mi immergo fino a raggiungere le profondità, ed è tutto scuro, e vado sempre più veloce, fino a riemergere come spuma, a riva, e ricominciare a soffiare, sibilando, in mezzo al deserto. Il caldo, la sabbia che si solleva e prende la mia forma, il cielo azzurro contro le dune arancio.
E poi è ancora verde, una foresta. La forte umidità, i grandi fiori rossi e gli animali straordinari. E io non smetto di soffiare, ma questa volta piano. Mi lascio accarezzare dalle larghe foglie delle piante tropicali. Risalgo le alture, la natura incontaminata, verde smeraldo, che si estende a vista d’occhio. Ammiro l’eruzione di un vulcano.
E poi arrivo in città, c’è casino, sento la solitudine. E poi di colpo faccio un salto dentro me stessa. E mi sento. Ascolto la storia di un ragazzo, le sue avventure e il desiderio di suicidio. Poi Cacciapaglia mi prende per mano.
E mi ritrovo a danzare. E poi neonata, in una culla di vimini, sospesa su un fiume, di notte, con la luna piena, tra le ninfee. Vengo trasportata dalle onde. E poi cresco, libera. Infine mi perdo, fino a scomparire. Per poi tornare sotto forma di suono. E poi volare, tra le montagne. Finalmente libera.
Che cazzo è appena successo.
Per fortuna che il maestro (come se avesse già capito di dover dare una spiegazione a tutto questo), finito l’ennesimo bellissimo brano, prende il microfono e spiega:
“Quando parlano della mia musica, dicono che fa rilassare, e a me fa piacere! L’importante però è ricordare che rilassarsi non serve per addormentarsi, ma per svegliarsi.
La musica ci riporta a questo stato che dura poco ma è profondo e ci appartiene, e penso sia importante. Soprattutto in quest’epoca, che viviamo molto in superficie. Abbiamo tutti tanto da fare, ma non c’è bisogno che spieghi, già sapete.
E per esempio la musica è uno strumento che viviamo come un salvagente, spesso in superficie, e rimane così. Invece è un’arte che merita di più, dovremmo essere un po’ come dei subacquei che vanno in profondità, in questa arte, e possano raccogliere le cose preziose, che ci regala”.

Parla di come la musica faccia vivere un attimo fuori da tempo, e dei suoni armonici, che Pitagora definisce l’essenza della natura e dell’universo.
Continua parlando del suo lavoro e di come l’abbia sviluppato: a livello esterno il lavoro è stato quello di adottare una strumentazione estremamente tecnologia che amplifica il suono degli strumenti musicali, rendendo udibili all’orecchio umano quell’onda che il suono crea espandendosi (in pratica come quando si lancia un sasso in un laghetto, che produce dei cerchi con l’acqua). Parla di autostrade energetiche, di come approfondire la relazione attraverso il suono.
“Dal punto di vista interno, invece, il lavoro è sull’essere presente mentre si suona, avere consapevolezza dei propri gesti e del contatto con lo strumento. Se io sono presente, raggiungo un certo grado di profondità, e queste note, che sono sferiche - sono come dei mondi -, dentro queste note c’è un contenuto, più sottile, che va a incontrare voi, che siete all’ascolto, e allora ci si trova, attraverso il suono, a toccare dei punti che di solito non frequentiamo molto spesso.
Ecco, questo è un po’ quello che stiamo facendo, e sappiamo che possiamo fare questo lavoro, attraverso l’etere. Comunque, adesso ho parlato troppo, e facciamo un altro pezzo”.
Ah, ecco cosa mi mancava, ascoltando musica alla radio.
C'era una volta in Veronetta
Proseguendo nel nostro intento di conoscere e far conoscere le realtà che popolano il quartiere di Veronetta, siamo stati a fare due chiacchiere con Romesh, giovane srilankese proprietario di C'era una volta, il barber shop vecchio stile in via S.Nazaro. Ecco cos'è saltato fuori.
Ci sono tanti barbieri tradizionali a Verona che sono in crisi, chiudono perché non ci sono clienti... secondo te qual è il problema?
Si, è vero, ci sono parecchi barbieri vecchio stile in crisi. I problemi sono sempre tanti, in primo luogo il fatto che una volta c'era molta più disponibilità: è per questo che io apro molto presto,alle 7 della mattina, di modo che i clienti possono farsi la barba e i capelli prima di andare al lavoro. I ritmi di lavoro di oggi non sono quelli degli anni '60: una volta i barbieri iniziavano già Domenica mattina, così la gente prima di andare in chiesa andava a radersi la barba. In generale oggi i barbieri non vogliono questi ritmi per cui i clienti vanno da chi dà disponibilità.
In questo siete innovativi, è un mix tra tradizione e innovazione...
Si, questo è il nostro intento: se qualcuno vuole trovare un barbiere è facile trovare noi, perchè siamo sempre aperti. La mia squadra segue il cliente in ogni momento: noi non mandiamo mai via la gente, diamo sempre grande disponibilità. Poi soprattutto facciamo la barba! Ormai nessuno si occupa più di radere la barba.

Perché credete nello stile di una volta?
Vedi, io penso che nel mondo le mode continuino a girare. Per cui non c’è nulla di veramente nuovo! Le novità ci sono ma hanno vita breve; prendi la musica, le nuove canzoni da hit-parade: durano una settimana, un mesetto, però i capolavori degli anni '60-'70 si ascoltano ancora. Così facciamo noi. Seguiamo il vecchio stile anche nel lavoro: per esempio quando finiamo un taglio facciamo un piccolo massaggio, perché il cliente deve essere coccolato, rilassato. E soprattutto deve sentirsi a suo agio, come in famiglia: i clienti mi raccontano storie, io ascolto tutto e quando posso do loro consigli. Ho sempre seguito lo stile siciliano, napoletano, perchè penso che rappresenti la vera essenza dell'essere barbiere. E questa scelta ha dato i suoi frutti: viaggio in Europa come insegnante e sono molto soddisfatto di ciò. Certo, ci ho messo buona volontà e fatica, ma ci sono riuscito grazie al vecchio stile che promuovo.
E se la moda cambia ed il vintage non è più di moda?
È vero, oggi il vintage è di moda, ma se questa dovesse cambiare noi rimarremo sempre barbieri come una volta: non è una scelta di moda la nostra, il vecchio stile è più bello, ha sentimento. Senza dubbio rimarremo coerenti.
Fate anche donne?
Inizialmente facevo anche parrucchiere donna, adesso faccio solo uomo, non tanto perché sia più difficile fare il parrucchiere ma perchè perderei il mio stile peculiare.
I tuoi clienti sono sia italiani che stranieri?
Quando ho aperto i clienti erano spesso stranieri, ora a dire la verità per il 99% sono italiani.
Beh, Se vuoi chiedere qualcosa al cliente prego, fai pure!

Volentieri! Tu perchè vieni da C'era una volta?
"Ormai sono tre anni che vengo qua, da veronese! Mi trovo bene, qui vengo coccolato alla grande con la chicca del massaggio finale; mi piace come mi taglia i capelli, anzi non c’è neanche bisogno che gli dia indicazioni perchè sa già come farmeli. Ho conosciuto C'era una volta attraverso un amico: aveva un gran bel taglio di capelli, io volevo farmeli tagliare proprio così ed allora son venuto e ho provato. Se non ricordo male era proprio nell’anno in cui ha aperto, nel 2015".
Grazie, ti lasciamo rilassare...Romesh, c’è qualcosa di particolare che ci tieni a dire?
Allora, io vorrei fare un appello per tutta Verona: cerchiamo di stare uniti, aiutiamo il quartiere di Veronetta a dare un’immagine più bella di sé, specialmente agli occhi dei turisti. Per quanto riguarda il mio settore, vorrei dire ai giovani, a chi vuole imparare, di dimenticare tutto quello che c’è, gli ostacoli e le procedure; se si ha buona volontà, se si riesce a buttare fuori la passione che si ha dentro, vedrai che funziona tutto! C'è l’ho fatta io che sono arrivato qui dallo Sri Lanka!
Quindi le parole chiave sono voglia, volontà e passione.
Bravissimo. La mia storia è emblematica: io sono straniero, quando sono arrivato non conoscevo nessuno, ma adesso sono molto contento perché ci conosciamo tutti in quartiere, tutti conoscono il mio locale e la clientela viene da sé. Se ci sono riuscito io vedrai che ce la può fare chiunque, l'importante è metterci impegno e buona volontà.

A proposito di Veronetta: i prezzi degli affitti sono in aumento, sempre più proprietari affittano appartamenti come b&b, con la conseguenza che il quartiere viene vissuto da persone che transitano, come luogo di passaggio. Credi che sia pericoloso?
Secondo me non è pericoloso perchè comunque il turismo porta gente e fa bene al quartiere. È vero che, come dici tu, dovrebbe essere frequentato e vissuto da tutti i paesani, ma il problema è che la gente ha ancora paura. I turisti vengono perché non sanno di questa paura nei confronti di Veronetta, molto spesso ingiustificata. Bisogna sconfiggere questo timore, dobbiamo trovare il modo di far capire ai residenti l'opportunità che hanno nel vivere in un quartiere come Veronetta. .
Parole sante, ma finchè c’è il giornale che mette il titolone...
Purtroppo hai ragione, spesso i giornalisti danno un'immagine solo parziale, sono alla ricerca dei problemi che fanno notizia e quindi non vedono la verità. Io dico, venite a vedere con i vostri occhi, frequentate la gente che abita qui. Ci sono gli spacciatori? Vedrai che a quel punto spariranno, perché gli spacciatori arrivano quando i residenti non vivono il quartiere.
Conosci Suranga? Cosa ne pensi dei suoi film?
Certo! È Molto bravo, professionale, nei suoi film affronta molti temi in maniera chiara. Sono convinto che in futuro sarà apprezzato in tutto il mondo, perché è un genio. Ed anche per la sua bontà, perché è un pezzo di pane. Speriamo che possa essere un motivo di grande orgoglio per noi Srilankesi.
A proposito, consigliaci qualche ristorante dove assaggiare la cucina srilankese!
Beh, io vado spesso a mangiare a la stueta di ceylon, in via Redentore. Li si mangia davvero bene, anzi se volete proporgli un' intervista sarebbe bello, perchè è bravo e si impegna molto. Non è l'unico posto in cui mangiare srilankese, ce ne sono altri buoni, ma vi consiglierei quello!
Grazie, ne terremo conto! Se invece si vuole approfondire la vostra cultura, qual è il modo migliore?
Da veronese avvicinarsi venendo alle feste non è un buon modo, sul serio perché si balla musica tradizionale e devi acquisire i passi ed i tempi giusti: è molto difficile! Però è vero che ad una festa è divertente mescolarsi, e di feste ne facciamo tante: per esempio lo scorso 4 febbraio abbiamo celebrato la giornata dell'indipendenza del nostro paese.
Il cricket potrebbe essere un buon modo: adesso c’è anche una squadra italiana, Cricket Roma, che gioca ad alti livelli. Qui a Verona so che ci sono alcuni campi a Villafranca!
Lasciatemi dire una cosa anche agli srilankesi: chi arriva in italia deve imparare la lingua, è indispensabile! Me compreso!
Un'ultima domanda rivolta al futuro: quali sono le tue ambizioni? Ed i tuoi figli? Cosa ti auguri che possano fare?
Nel futuro più prossimo stiamo aprendo un secondo negozio di C'era una volta, a Villafranca. Il nostro team poi è sempre pronto ad insegnare, anche gratuitamente, a chiunque voglia imparare il nostro mestiere.
Qui mi trovo bene, vorrei rimanere per tutta la vita. I miei figli sono nati qua e cresciuti qua, hanno tante opportunità: l’importante non è diventare un dottore o un barbiere, l'importante è che siano consapevoli che, anche se siamo srilankesi, non dobbiamo per forza rinchiuderci nella nostra comunità ma anzi dobbiamo aprirci al mondo.
Il contouring perfetto ovvero consigli teatrali per il make-up dei salmoni
Salmon per Fucina Culturale Machiavelli
In parte veneti, di formazione milanese, i ragazzi di Domesticalchimia varcano finalmente le porte del nord-est padano per mettere in scena Il contouring perfetto.
Parla di blogger e make-up, a prima vista; a seconda vista può parlare di salmoni e di tutti noi. Difficile detto così: infatti conviene leggere l'intervista a Francesca Merli, la regista. Poi conviene vedere il video verso la fine, che è molto divertente.
Ho letto su «donnaclick.it» che il contouring è “una tecnica di makeup che permette di realizzare un trucco perfetto capace di minimizzare le imperfezioni sfinando i lineamenti del viso e valorizzando un ovale perfetto”. Voi siete degli esperti: è così?
È così. Anita, la protagonista dello spettacolo, è una blogger e parla molto spesso con alcune sue follower di contouring. In apparenza è una cosa frivola, in realtà è una metafora del nostro spettacolo, cioè di chi ricerca dei contorni perfetti per mostrare al mondo un’altra faccia, qualcuno che non è e che vorrebbe essere.
https://www.youtube.com/watch?v=lDdo6zDR8pw&feature=youtu.be
Cosa significa nello spettacolo il contouring?
All’inizio Anita sembra essere una blogger molto seguita. In realtà, il suo blog è un modo per condividere la sua e altre solitudini: c'è un anziano che la segue e che ha appena scoperto Internet, Tinder e via dicendo; una ragazzina insicura non riesce a conquistare il ragazzo al liceo; un ragazzo vuole chiederle un appuntamento. Anita si sta costruendo dei contorni perfetti dove poter vivere, all’interno del web. Ma è anche un personaggio molto vitale, è una tragicommedia questa. Semplicemente vive in un mondo suo, dove i pensieri si realizzano, le relazioni sociali non esistono, o comunque sono filtrate dal web.
Una cosa non così rara… Secondo te che ruolo ha il web oggi?
La storia parla anche della dipendenza dalle nuove tecnologie. Per lo spettacolo, infatti, abbiamo seguito un’associazione che si occupa di questo a Milano, Hikikomori Italia.
GIà, hikikomori…
Sono i ragazzi che si recludono in casa utilizzando come unica finestra sul mondo il web, e non serve andare in Giappone per vedere il fenomeno. C’è in Italia anche tra persone “normali”, che non hanno avuto la storia del nostro personaggio. È qualcosa che due anni fa, quando abbiamo iniziato a lavorare allo spettacolo, sentivamo molto presente.
Diresti quindi che lo spettacolo si rivolge ai giovani? Per quanto, in realtà, ci siano tanti adulti che scoprono i social network e si attaccano al pc…
Ormai l’abbiamo portato in diversi teatri, e abbiamo capito che sicuramente si rivolge ai giovani, quindi dagli adolescenti ai trentenni ma anche quarantenni. Poi si rivolge tantissimo anche ai genitori, perché viene rappresentato un rapporto conflittuale con la madre.
Come compagnia, cioè Domesticalchimia, vi definite “una compagnia teatrale che racconta storie scomode sul divano”: che ruolo ha il divano?
(ride) Come dice il nostro nome, i nostri progetti nascono dalle case. Siamo una compagnia mobile con sede legale a Milano, ma i nostri incontri migliori sono stati proprio nelle case di ognuno di noi, nei vari salotti e cucine.
Non ho capito se siete tre o quattro?
Come compagnia fissa siamo in tre: io che mi occupo della regia; Federica Furlani, sound designer; ed Elena Boillat, performer che cura i movimenti di scena. I drammaturghi fanno comunque parte della compagnia e sono Riccardo Baudino (drammaturgo di Il contouring perfetto, ndr) e Camilla Mattiuzzo.
Voi tre come vi siete conosciute?
All’interno della Scuola Paolo Grassi di Milano: io studiavo regia ed Elena teatro-danza. Federica invece ha fatto il conservatorio ed è stata chiamata da me per uno spettacolo ancora quand’era dentro all’accademia. Da lì abbiamo iniziato questa collaborazione.
https://www.youtube.com/watch?v=z3pqJkP6pdw
Su internet ho visto un video molto divertente in cui sponsorizzavate un crowdfunding per Il contouring perfetto…
(ride) Sì, era molto tempo fa!
…dove Federica, la veronese, chiede esplicitamente dei soldi. Com’è andato poi?
Molto bene… Erano gli inizi ed eravamo un po’ in difficoltà per la produzione dello spettacolo, poi per fortuna siamo cresciute. Siamo riuscite ad andare anche in teatri abbastanza importanti.
Per esempio?
Il contouring è andato all’Arena del sole, al Teatro delle Passioni, con il sostegno di Emilia Romagna Teatro. E sempre con il loro sostegno, siamo stati in residenza ad Armunia, a Castiglioncello. Questi direi che sono i più importanti.
Proponevate alcune cose tra cui l’evento domestico: ve l’hanno mai chiesto? (Colonna destra di questo link)
(ride) Sì ma non l’abbiamo ancora fatto…
E invece il tweet domestico da 5€?
(ride) Sono cose di due anni fa che ha gestito Federica, dovresti chiedere a lei, che è l’elemento nerd del gruppo.
Intanto ci basta sapere che esistevano... È la prima volta che venite a Verona?
Sì, infatti siamo molto felici e vorremmo ringraziare i ragazzi di Fucina Culturale Machiavelli. Sia io che Federica che la costumista dello spettacolo, Nadia Gini, altra veronese, siamo molto felici, perché è la prima data in Veneto e, da regista veneta (di Treviso, ndr), un po’ mi fa male far fatica a portare gli spettacoli in regione. Giriamo molto più facilmente in Emilia Romagna, in Toscana, in Lombardia.
Ah, fate fatica in Veneto?
In Veneto sì. Ma speriamo che sarà diverso. Nel prossimo spettacolo, Una classica storia d’amore eterosessuale, tutti gli attori sono veneti, per cui…
Dai, è la volta buona. Per concludere, perché i salmoni, che sono gente controcorrente, dovrebbero venire a vedere il contouring perfetto?
Per guardare con occhi diversi le varie solitudini che ci circondano e ignoriamo molto facilmente. Perché si può cadere, e non è una cazzata, si può cadere in dipendenze particolari che ti escludono dalla vita sociale, magari per superare tragedie difficili creandosi un’illusione.
Vero. Ma sai anche perché? Perché Salmon funziona semplicemente e puramente online, quindi i salmoni qualche domanda se la potrebbero fare.
Vedi?
A sabato.

Cosi Dunci – Periferica

Si chiama Periferica il progetto che vi darà la prova di quello che vi ho appena raccontato. Periferica lavora sul concetto di rigenerazione urbana, la struttura comprende una cava di tufo ed un ex asilo. Così si legge sul loro website, che vi invito a vistare: ‘3000 mq di spazio dismesso al centro di un sistema di cave antiche: da qui stiamo partendo per stimolare nuovi processi che tutelino, o riattivino in forme sostenibili, un patrimonio inespresso. Dismessa da anni, vogliamo trasformarla in un parco culturale, un luogo d’incontro, aggregazione ed innovazione. Uno spazio verde e sempre in trasformazione, che possa ospitare, stimolare e supportare nuove iniziative sociali, culturali ed artistiche. RAL 3022 - ROSA SALMONE- Inversione a E
Stavo facendo due conti e pensavo che ormai, tra una primavera e l'altra, stiamo un po’ tutti girando attorno (o lo faremo a breve) alla boa col numero TRE ZERO. Ma tranquilli: non ho intenzione di parlarvi del dato numerico, delle abitudini che cambiano, della presunta fase discendente che dovrebbe iniziare dopo aver fatto un’inversione a U attorno al segnatempo galleggiante.
Quello che sento di volervi dire oggi, miei pesciolini, riguarda più che altro quello che viene prima, mentre nuotate più o meno affannosamente verso la boa e quello di cui dover tenere conto una volta svoltato l'angolo.
È chiaro che, quando incontrate qualcuno che ha suppergiù la vostra età, dovete fare pace col fatto che anche quell'essere squamato abbia un passato, un percorso, una nuotata incredibilmente felice o brutalmente faticosa alle spalle.
E qui veniamo al dunque, alla patata bollente, al nodo nella spazzola, al brufolo sul naso:
gli/le EX, perché poi alla fine è con quell* e coi detriti del loro passaggio che dovete fare i conti.
Sapete che dovete fare?
È semplice, accettateli.
Non fosse altro perché ANCHE VOI avete una vita precedente e perché ANCHE VOI, se siete lì, lo dovete ai vostri/e ex.
Eccovi che vi sento già obbiettare “Eh sì, ma, però il suo ex fa questo blabla..”. NO, non avete da obiettare nulla.
Quella è la sua vita, non la vostra.
Voi, dal vostro lato del mare, potete solo comportarvi al meglio delle vostre possibilità perché la cosa funzioni, se davvero vi interessa provare ad avere quell’essere squamato a fianco per qualche bracciata nelle acque blu dell’oceano.
E poi guardate il lato positivo: il salmone che avete davanti ha già attraversato sufficienti mari, laghi e oceani da aver conosciuto le faune terrene, acquatiche e anfibie di mezzo mondo e aver così scoperto cosa vuole. Il che è un bel vantaggio, in termini di economia di tempo.
Ora, io non dico di fregarsene, perché non è giusto, ma vi dico anche che impicciarsi una relazione in cui non si è stati inviati è estremamente controproducente e se quello che avete di fronte vuole tornare alla sue precedente vita, lo farà in ogni caso... ma non è una cosa che dipende da voi, né dall’ostruzionismo che farete.
Voi cercate solo di non farvi male.
In fondo, anche la seconda moglie di Albano era gelosa di Romina e cos’ha ottenuto facendo la pazza a reti unificate?
Direi nulla, a parte rendersi ridicola: Albano e Romina continuano a non stare insieme.
(Ma fanno un sacco di soldi fingendo di sì.)
Felicità.
Salmona Pastura
Cosi Dunci - Farm Cultural Park - parte seconda
'Cosi Dunci' che in siciliano significa cose dolci, sarà il titolo di questo diario che prende il nome da una tipica pasticceria alla quale faccio visita tutti i giorni da quando sono arrivata.
Cari lettori, per avere una maggiore comprensione dei fatti qui riportati, è mio dovere informarvi che per tutta la durata dell’esperienza alla Farm Cultural Park, sarò affiancata da una personcina a me ormai cara.

Lei è Ilaria, entrambe qui con lo stesso progetto, siamo arrivare insieme e pare che c’è ne andremo insieme. Viviamo sotto lo stesso tetto, fianco a fianco ogni sacrosanto giorno. Prima di mettere piede sull’isola io, a Ilaria, mica la conoscevo. Ci siamo incontrate all’aeroporto di Catania e abbiamo viaggiato insieme in autobus fino ad Agrigento. Lei ha dormito per tutto il tragitto mentre io guardavo fuori dal finestrino, non molto di compagnia ma cento volte meglio di una noiosa logorroica. Ilaria è della provincia di Avellino e si occupa di design e autocostruzioni - insomma una creativa vera, ama sottolineare che non è un architetto - con tutto il rispetto - dice lei. Io e Ilaria viviamo in una residenza dalla Farm Cultural Park, dietro la chiesa di San Vito proprio sotto il calvario a cinque minuti a piedi dai sette cortili. Si tratta di una piccola casetta ristrutturata open space. I vetri delle porte e delle finestre sono ricoperti da una pellicola magenta che colora l’ambiente sulla tonalità del rosa. Non vi nego che appena entrata ho avuto alcune perplessità a riguardo, che ovviamente non ho espresso, ma fortunatamente non è stato difficile abituarmici ed ora in questo mondo roseo ci sto addirittura bene. Il quartiere è abbastanza singolare, almeno per una lacustre veronese come me. Nulla di male davvero, diciamo che lo ritengo molto scenico, un set design interessante, sicuramente di ricerca.

Mi piace molto stare qui, anche dopo le raccomandazioni di Lorenzo, assiduo frequentatore dei sette cortili. Lorenzo partecipa alle lezioni della scuola di architettura per bambini con cui collaboro, ha 11 anni, pratica Parkour ovunque si trovi, si aggrappa tra una ringhiera e l’altra saltando sui tavoli e le panche dei cortili con un’agilità sovrumana. Mangia rigorosamente hamburger, pizza con la Nutella e taralli dolci, tifa Inter e quando parla in siciliano stretto io proprio non lo capisco ma ha una mente molto brillante, diciamo si fa voler bene un pò da tutti così da poterlo considerare la mascotte della Farm. Lorenzo ci racconta che a San Vito, come un pò in tutto il centro storico di Favara, si sono radicati ormai da molti anni una stirpe che si pensa provenire dall’est Europa, la gente del posto gli hanno attribuito il nomignolo di linticchieddi. Francamente non ho ancora ben inquadrato le caratteristiche di questi personaggi, Lorenzo nel descriverli è stato abbastanza vago, credo che la mia comprensione sia limitata anche perché alcuni termini io non li conosco. Lorenzo dice: ‘i linticchieddi fanno cosi tinte’ - ossia ‘cose cattive’ che vuoi dire tutto e niente, inoltre fino ad ora ho potuto sentire differenti versioni su questa popolazione quindi per l’occasione ho svolto alcune ricerche.

Il Giornale di Sicilia in un articolo scrive: ’In Origine questa etnia proveniva dalla regione di Ohrid, in Macedonia, a confine con l’Albania. Sembra che alcune famiglie della zona per sfuggire alle persecuzioni turche, si spinsero oltre l’Adriatico, stabilendosi nel territorio calabrese, nei pressi di Vibo Valentia. Queste famiglie vivevano essenzialmente di pastorizia, anche se non disdegnavano certe attività illecite e ladresche a discapito degli autoctoni, successivamente furono costretti ad abbandonare il territorio, su sollecitazione degli abitanti che mal tolleravano i loro costumi e i loro arrangiamenti. Così intorno al 1550 giunsero nella costa agrigentina, distribuendosi lungo le aree geografiche di Eraclea Minoa, Siculiana e Realmonte. Questa etnia perseverò ostinatamente nelle solite attività di arrangiamento poco gradite alle popolazioni del luogo, le quali reagirono isolandola ai margini della società.In seguito, intorno al 1572 si stabilirono definitivamente nelle grotte di S. Rocco, a circa 700 metri dal casale di Favara e dal castello di Chiaramonte. Circoscritti all’interno di tali grotte, conducevano un’esistenza ancora tribale, regolata da proprie norme e consuetudini, spesso aliene ad ogni logica di legalità. Si racconta che una sera, saccheggiando i magazzini del castello, adibiti a depositi di cereali, riuscirono con grande astuzia e maestria ad impadronirsi di decine e decine di sacchi di lenticchie. Dal momento che i sacchi furono ritrovati nelle grotte di S. Rocco, tutte le accuse caddero sui nuovi arrivati, i quali ricevettero dispregiativamente l’attributo di linticchieddi.’ Insomma, probabilmente questi signori non sono dei santi ma una cosa è certa, cucinano leccornie locali da sogno. Gli odori di carne al sugo, spezie, aglio soffritto e verze bollite fuoriescono dalle loro finestre tutti i giorni, deliziandomi l’olfatto, mentre percorro la via di casa.
Silvia Forese
Sockeye - Intervista a un gruppo di migranti gambiani

Grazie alla gentilezza e alla complicità di un amico, sono stato invitato a cena da un gruppo di giovani migranti gambiani, che si trovano nella nostra terra in attesa (spesso vana) che l’apparato burocratico che gestisce le loro vite si smuova e venga infine loro concesso un documento. Vista la tanta disinformazione su migranti, di clandestini e di difesa del territorio – complice anche la campagna elettorale - ho pensato che sarebbe stato utile andare a chiacchierare direttamente con i migranti stessi. Le mie intenzioni erano due: scoprire cosa siano venuti a fare qui, ossia misurare scientificamente il grado di minaccia che portano alla nostra società e, in un secondo tempo, recuperare - scroccandogli una cena - almeno un po’ dei 35 euro che rubano alle nostre tasse ogni giorno (non è vero, ovviamente, ma l’internet è un posto molto strano e mi vedo costretto a specificarlo).
Questo è il racconto della nostra cena.
In una freddissima serata mi sono immerso nella nebbia della provincia veronese fino a raggiungerne il confine sud. Tra fossi, capannoni abbandonati, campi e gruppetti di case, mi trovo ad un tratto in una corte. Sceso dall’auto trovo attorno a me solo buio e umido; in lontananza, però, ecco spuntare una finestrella luminosa dalla quale escono profumi intensi e tanto, tanto rumore.
Quando entro dalla porta principale vengo accolto in una stanza piena di gente. Una decina di ragazzi gambiani, di qualche anno in meno di me, sono seduti su due divani e su qualche sedia sparsa attorno al tavolo. Quasi tutti quanti hanno una cuffietta all’orecchio e il telefono in mano, per comunicare con amici e parenti sparsi per la provincia, per l’Europa e per l’Africa.
In quella stanza tutti conoscono il mio amico – che ora chiamerò G. -, lui di lavoro risolve i loro problemi. Quando entro io il rumore continua ugualmente ma noto in quei ragazzi un pizzico di timidezza: alcuni mi salutano ma guardano altrove, altri cercano di conoscermi e mi fanno sedere al tavolo. La comunicazione all’inizio è piuttosto difficoltosa, il mio inglese è arrugginito e il loro non è proprio quello che sentivo a scuola nelle cassette allegate ai libri. L’inglese, però, lo sapevano tutti, e tutti cercavano di attirare l’attenzione del mio amico per chiedergli notizie su documenti, medici, appuntamenti in tribunale.
Tra la confusione la loro attenzione era tutta focalizzata su uno splendido documentario su Alberto Sordi che davano su Rai 1.
“Cosa guardate?”, chiedo.
“Quello che c’è, vorremmo guardare il calcio ma G. non ci dà l’abbonamento a Sky”, ridono tutti. Rido anch’io, ma inizia ad assalirmi un problema enorme: ho fame. Due domande assillano la mia mente: come faremo a starci tutti attorno al quel tavolo minuscolo? Come avranno fatto a cucinare per dodici persone in quella micro-cucina?
Le mie domande hanno presto risposta, una risposta rivelata dalla più divertente situazione che mi sia mai capitata in queste interviste per Salmon: loro avevano già mangiato. Avevano apparecchiato solo per me e G. e ci invitavano caldamente a sederci e prepararci alla cena.
“Dov’è la cena?”, chiedo a G.
“Credo sia questa eh…”, risponde indicando una vaschetta chiusa con del riso, una terrina con una salsa scura e un cartone di una pizza in cartone.

A questo punto la mia curiosità cresce: “Che cosa si mangia?”
“Ecco questo!”, risponde uno di loro seduto al tavolo, apre la vaschetta contenente il riso bianco e mescola la terrina con la salsa avvicinandomela: sembra buonissima. Ora, una cosa sola sapevo per esperienza diretta sulla cucina degli africani: mangiano solo riso con carne. Sempre, in ogni forma e modo.
La regola anche stavolta non mi aveva deluso. La salsa da mettere sul riso bianco era uno strepitoso mix di pomodoro, cipolla, carne e burro d’arachidi. Sì, burro d’arachidi, piccante per giunta. Se qualcuno di voi fosse amante dei sapori forti, la consiglio caldamente.
Il pasto era questo piatto unico, un litro di salsa a condire due chili di riso: niente porzioni definite, niente acqua ma solo Pepsi Cola e decisamente niente fronzoli. Ma il meglio doveva ancora arrivare.
Queste mie interviste servono per scoprire le persone attraverso una chiacchierata con loro a casa loro, invitato (o auto-invitato a mangiare). Questi ragazzi gambiani hanno sbagliato entrambe le due regole base dell’intervista: hanno mangiato prima di me e… non hanno cucinato tutto loro.
“Ci sentiamo in colpa che abbiamo fatto solo questo e allora vi abbiamo ordinato una pizza!”, mi dice uno di loro seduto accanto a me, mentre apre il cartone e mi presenta davanti una pizza calda fumante con il salamino piccante e i funghi. Rimango basito subito e sbalordito poi, sono riusciti in pochi minuti a distruggere i due binari che regolavano le mie interviste: mi hanno lasciato aperta una porta per incamminarmi in un sentiero completamente libero e da esplorare. Hanno preso una pizza perché volevano farci felici, e perché, mi ha spiegato G. solo successivamente, sentendosi in colpa per non poterci cucinare maiale l’hanno comprato.
Deve essere un grande popolo questo, ho pensato. Le cose divertenti però da lì a breve sarebbero iniziate a sfumare, nessuno aveva ancora realmente parlato con me, nessuno mi aveva ancora raccontato nulla delle loro vite.
Verso la fine della pizza, ormai pienissimo di salsa piccante e Pepsi, sono riuscito a prendere confidenza con loro: abbiamo parlato di calcio, scherzato sulle ragazze e commentato Alberto Sordi in tv. Chiedo a G. di focalizzare l’attenzione su di noi e quando lui riesce a chiedere ai ragazzi di ascoltarmi e raccontarmi di loro sento calare il silenzio, la timidezza e l’imbarazzo. Non avevo mai sentito tanto silenzio in quella stanza.

Il problema è semplice: loro non capiscono bene chi io sia e trovano inconcepibile che uno sconosciuto voglia parlare della loro vita - gli unici a farlo finora erano stati militari, medici e cooperanti.
A tratti in quel momento mi sono sentito in colpa, colpevole di aver voluto rovinare quella normale serata per loro. Per fortuna si è trattato soltanto di un attimo, piano piano uno di loro ha iniziato a parlarci (a parlare con G., in realtà) e poi gli altri si sono accodati e hanno tutti colto la naturalezza del mio interesse. Verso la fine erano addirittura infervorati, si interrompevano tra di loro per raccontarmi il loro passato, il loro presente e il loro futuro.
Dai loro racconti ne sono uscito scosso, non riuscirò a rendere i loro occhi parole:
“In Gambia eravamo per lo più studenti, in un paese governato da una dittatura di 23 anni, di Yahya Jammeh. Di certo non morivamo di fame, ma il clima politico era di totale repressione di ogni libertà e di ogni tentativo di dissenso, attraverso violenze ingiustificate, squadroni della morte e prelievi casuali di persone, venivano a prenderti a casa senza reali motivi e non sapevi bene perché…
Il clima poi è peggiorato, nel 2016 c’è stata un’elezione la cui vittoria non è stata inizialmente riconosciuta dal dittatore…questo ha provocato una tensione interna che ha portato all’aumento dell’ondata repressiva, è stata occupata militarmente la sede delle commissioni elettorali, sono state chiuse varie radio private. Ha tentato di imporre coprifuoco, compiere arresti indiscriminati e quant’altro…il tutto mentre tentava di mantenere un’apparenza di facciata e normalità con la comunità internazionale.
Il Gambia non è un paese particolarmente povero e ufficialmente non è né in guerra né sotto dittatura. Ma ti assicuro che aver lasciato il mio paese verso l’ignoto, significa che, davvero, non potevamo più vivere lì. Non avevamo più le condizioni umane basilari per poter proseguire tranquillamente le nostre vite, o per mancanza di libertà o per vere e proprie minacce di morte.”
E quindi avete preferito il viaggio attraverso il deserto e poi la Libia, per sperare nell’Europa. Cosa pensavate sarebbe successo?
“Non avevamo idee precise, alcuni di noi non volevano nemmeno raggiungere l’Europa ma altri stati africani, altri si sono messi in viaggio per ricongiungersi con parenti o amici. Sapevamo solo di voler andare verso nord, in un modo o l’altro ci saremmo riusciti.”
Qui ad un tratto si fanno ancora più cupi, mentre mi invitano a finire la pizza, ci sono alcune cose che non vogliono raccontare fino in fondo, come la Libia. Lo stato nordafricano, da quando Sarkozy ha abbattuto il regime, è diventato un inferno: terra di fazioni opposte e vere e proprie bande di trafficanti di uomini, e assassini che, oltre a combattere tra di loro, hanno creato un impeccabile sistema di commercio di esseri umani.
Qui scopro una cosa su cui non avevo riflettuto molto prima: arrivati in Libia non si può tornare indietro.
“Molti di noi viste le condizioni trovate in Libia avrebbero voluto ritornare ma non ci era possibile. Avevamo affrontato mesi nel deserto in un viaggio di sola andata – non ci sono mezzi che fanno la rotta inversa – e la Libia è un sistema strutturato di prigioni, torture, violenze di ogni genere in un percorso che si conclude ad un certo punto in un spiaggia…”
Il mio interlocutore si siede accovacciato sul divano, per mostrarmi come stava nel camion che l’ha portato in Libia, e inizia a raccontare la Libia.
“Sono stato per sette notti nel deserto, eravamo in dodici e solo uno di noi parlava arabo. Ad un certo punto abbiamo incontrato delle milizie che ci hanno fermato e che ci ha chiesto se sapessimo il Corano e, che abbiamo scoperto dopo, erano della polizia. Noi sapevamo che dovevamo stare lontani dalla polizia: la polizia vende le persone in Libia. Ci hanno portato in prigione, e di questo non vorrei parlarne…
Sentivamo spari tutta la notte, vedevamo bambini sparare ad altri libici con le mitragliatrici, avevamo addosso dei numeri e c’erano delle liste di chi poteva uscire o no. Ma per uscire bisognava pagare…Alcuni di noi avevano paura a farlo, verso il mare se non sei arabo non puoi andare in giro… ti fermano, ti denudano e ti uccidono. Molti giovani maschi vengono anche usati come schiavi sessuali…”
E come sei arrivato al mare?
“Ti ci portano loro, ad un certo punto ti ritrovi in spiaggia con la gente che ti punta un fucile per farti salire su una barca, pagando. Volevo anche io tornare indietro a quel punto, ma non era fisicamente possibile, la rotta è stata costruita dall’uomo, ed è una rotta a senso unico.”
Mentre finisce di raccontare della Libia cala il silenzio, uno di loro mi prepara un tè nero fortissimo, si chiama Ataya, e mi dicono essere il corrispettivo del vino, per loro. Mi offrono anche quello che per loro sono “vitamine”, una ciotola di riso bianco e zucchero.
L’inferno della Libia è stato talmente intenso che ora possono condividere una stanza pur appartenendo a fazioni diverse, fazioni che si sarebbero fatte la guerra in Gambia.
E ora come vi trovate qui?
“Qui stiamo bene, nessuno ti uccide almeno…” Mi parla un altro ragazzo, più grande, vestito in abiti tradizionali per la mia visita. E mi spiega una semplicissima cosa: sono in un limbo burocratico che sanno benissimo non si risolverà, e questo tiene in sospensione le loro vite in un’impasse esistenziale altrettanto violenta.
“Qui mangiamo e dormiamo, e a volte riusciamo perfino a lavorare. Ma non vogliamo soldi, dei soldi non te ne fai niente…l’unica cosa che ci serve è un documento. Senza di quello siamo come in prigione.”
Si agita nel parlarmi del documento, è un’aspirazione che in Italia diventa spesso un incubo. G. è sempre bravo nello spiegare a tutti la situazione, cosa stia facendo per loro, cosa devono fare e cosa non, per aumentare le possibilità di riceverlo. Spiega anche come difendersi dal caporalato, che nella provincia di Verona incombe, anche se non se nessuno ne parla mai.
“Non riusciamo a parlare di come stiamo, come non stiamo e cosa vorremmo fare…vorremmo solo che lo spiraglio di un futuro, una variazione della nostra posizione, accadesse…”
Com'è il vostro rapporto con la gente del posto?
“Bene! Non ci danno fastidio… A volte ci fanno ridere perché quando siamo in giro ci chiedono cosa stiamo rubando! Non capiamo perché!”
Il piccolo e sporco razzismo italiano, promosso istituzionalmente da alcuni partiti candidati alle elezioni, li fa sorridere rispetto a quello che hanno passato in Gambia e, poi, in Libia.
Mentre torno a casa, pieno di Pepsi Cola che hanno continuato a versarmi, percorro le normali stradine di provincia di tutta la mia vita. Sono abbastanza emozionato e scosso, mi ha turbato la loro normalità. Come hanno fatto a parlare con me di ragazze, di calcio e ridere tantissimo mentre mi sporcavo con la pizza, dopo aver passato quello che hanno passato in Libia? È stato come parlare con un sopravvissuto ad un campo di concentramento, figure solamente ascoltate in video o lette nei libri di storia, figure lontane. Per loro era uguale, ne sento parlare al telegiornale, leggo le loro storie, ma poi parlando con queste persone ho scoperto che non c’è niente di diverso da me nel loro modo di rapportarsi.
Se possono vivere con quel peso dentro e rapportarsi normalmente a me significa che quel peso è anche mio, che riguarda la mia vita, che la violenza nascosta dentro di loro e una violenza anche mia perché io, in due ore, a loro mi sono unito come con qualsiasi amico o persona incontrata.
Sono banalità? Sì, ma sono queste le banalità da recuperare. Se non possiamo salvare il mondo possiamo iniziare a andare a parlare con loro mentre sono qui. E lo dico per me e per tutti quelli che sono stati presi dalla narrazione fascista, violenta e razzista messa in atto in questi ultimi anni. Percorso fatto da un certo tipo di comunicazione è chiaro: allontanare le vite di queste persone dalle nostre, creare opposizione binaria tra noi e loro. Creare gli italiani e gli immigrati, i bianchi e i neri, i buoni e i cattivi, i ladri e le vittime.
Mi sono sempre chiesto come smontare questa narrazione ormai consolidata, questo successo del senso che ha categorizzato queste persone allontanandole da noi dal loro essere umani cosicché potessimo odiarli senza sentirci in colpa. La soluzione non è nella retorica, non è nelle parole o nel pensiero. Non convincerete mai chi è in quest’ordine di idee e non vi convincerete mai voi stessi.
La soluzione è andare a parlarci per due ore, da soli, in modo che si aprano con voi. Vedrete che sono esseri umani come tutti, alcuni fanno schifo e altri sono meravigliosi. Non potete cambiare le politiche di migrazione internazionali, potete forse lamentarvene - quello che invece potete cambiare è la vostra persona e il vostro rapporto con loro.
Sembrano frasi stupide e semplici, il problema è che sono costretto a ripeterle ancora e ancora, perché non sono più scontate né a Verona e né nel resto d'Italia.
