Bianco e Noir - Il mulino sull'Adige

“Bianco e noir”, Verona: una serie di racconti a puntate. Dagherrotipi e litografie,
vecchie foto in bianco e nero: ovviamente Verona, due secoli fa.
Ogni foto nasconde un mistero: l’ispettore Mastino Giusti è il protagonista.
Il Cafè Noir è la sua base, la grappa e le api le sue passioni.
Di più non posso svelare, questo è il primo episodio.

 

________________________________________________________________________________________________________

 

Verona, gennaio 1882

La donna è stesa a terra.
Gli occhi sbarrati, la bocca spalancata. Mi accuccio e seguo con le dita i solchi profondi che le segnano il collo. Nella stanza il silenzio viene interrotto dai singhiozzi dell’uomo che seduto a capotavola, si tiene il volto tra le mani.
Mi alzo e mi avvicino all’assassino. Puzza di alcool, il suo fiato è distilleria e la bottiglia di vino sul tavolo lo accusa senza appello.

Le bimbe piangono in un angolo.
Sono due angeli biondi, tristi e sporchi. La nonna le tiene per mano e mi guarda: due occhi duri che sanno di inedia, disperazione e povertà. Suo marito è sulla porta: fermo, con i pugni serrati dalle nocche sbiancate.
E’ stato lui a chiamarmi, ci conosciamo da tempo. Mi ha visto crescere, nel giardino di Villa Giusti si trattava la lana e lui era uno dei migliori. Tanto che un giorno ci lasciò per un suo mulino lungo il fiume. Una sua attività, la sua conceria.

Gli austriaci se ne sono andati da poco.
A calci in culo.
La polizia è cosa nuova, i càna sono guardati ancora con sospetto: non si capisce quale sia la loro autorità. Quando penso all’ispettore Martini e al suo fido Marogna non la capisco nemmeno io. Di quest’ultimo salvo i suoi ceffoni simili a badilate e le bestemmie che articolano le sue raffinate conversazioni. Dell’ispettore non salvo nulla; a meno che l’inutilità non abbia un valore.

A Verona mi conoscono.
Investigatore dal cuore duro, dicono. I sentimenti infatti non mi appartengono, li ho persi in battaglia insieme a buona parte della gamba destra. Chiamano il Mastino perché gli basta un attimo per riconoscere il colpevole e perché lascia che la giustizia segua il suo corso: occhio per occhio, dente per dente.
Poi, tutti a casa propria.

La nonna se ne va con le due bimbe.
Nessuno saluta l’uomo che ancora piange seduto in fondo alla stanza. Il padre della donna uccisa mi guarda, attende un mio cenno di assenso. Tiro fuori il tabacco, preparo una sigaretta e metto in bocca una liquirizia. Sbuffo il fumo dalle narici e lo osservo salire verso il soffitto. Lo sguardo poi, passa dal cadavere al marito che attende la sua punizione, dal nonno che non vede l’ora di dargliela all’Adige che segue il suo corso. Lo stesso che deve avere questa maledetta vicenda.
Faccio un cenno con la testa.
Questo caso è già risolto e la legge del taglione sta per essere applicata.
Così esco e attendo che tutto sia finito.

L’urlo giunge soffocato.
Un triste epilogo di cui tutti ne eravamo a conoscenza.
Il rumore dei vetri in frantumi anticipa quello del tonfo del corpo nell’acqua. Lo vedo galleggiare solo un attimo, il rosso del sangue tinge le correnti che inesorabili lo portano sotto, a far compagnia ai pesci.

- Ti sei ferito – sussurro al padre che è appena uscito di casa.
Nella sua mano intravedo quello che resta della bottiglia.
- Giustizia è fatta – mi risponde mentre le prime lacrime gli solcano il viso.
Sono lacrime di dolore, amare. La responsabilità di quei due angeli sporchi, l’indigenza dietro l’angolo, una figlia morta ammazzata e un genero ucciso per vendetta.

- Non importa quanto in fondo sei sceso – lo conforto – Se resti vivo, prima o dopo torni a galla.

La sera sta calando sulla città.
Nell’anima sento un tormento difficile da spiegare. Le immagini della giornata si sovrappongono in un caleidoscopio di miseria e violenza.
Si gela.
Semplicemente.

Rientro alla villa.
Del grande giardino non scorgo nulla, l’oscurità avvolge tutto.
Anche le mie api riposano aspettando tempi migliori.
Li attendo anch’io, con un bicchiere di grappa in mano.

 

 

 

biancoenoir


Sockeye - Intervista a Cibo

 

Non giocare con il cibo, disegnalo!

20161204_144008

Gli antichi classificavano le varie arti in una scala di valori basata su quanto ognuna di esse fosse vincolata alla forza di gravità: dall’architettura, arte minore, alla musica, suprema arte fatta di suoni impalpabili nell’etere. In mezzo a questi antipodi variano pittura e scultura: l’equilibrio del legno e lo spray che cola a terra dal muro di un writer. Non avevo mai capito a fondo le implicazioni di questo concetto fino a quando, parlando di case con Cibo, non ho confrontato la sua grande taverna con le abitazioni che mi hanno ospitato nelle interviste precedenti, soprattutto con la piccola abitazione del maestro d’orchestra Andrea Battistoni.

“La realtà è che fare musica non ti occupa tutto lo spazio che serve a me.”

Tra tavoli, tele, bombolette, e strani strumenti, capisco che sarà una giornata illuminante. .

Di Cibo conosco quel che ho trovato sulla pagina Facebook, ho visto varie opere in giro per la città, ma non avevo idea che quelle fossero solo la punta di un iceberg le cui fondamenta vanno ricercate in vent’anni di dedizione, tantissimi progetti intrapresi e una continua ricerca di portare l’arte alla gente che non può permettersela, fuori dalle gallerie, per la strada.

In grassetto le mie domande.

 “Non pensavo, Cibo, che questo per te fosse un lavoro…credevo che facessi altro nella vita. Hai sempre vissuto d’arte o è un progetto recente?”

 “La mia educazione artistica mi ha portato fin da subito verso lavori “creativi”, ance ho sempre cercato di rimanere a lavorare nell’ambito della ristorazione: dalla cucina, alla sala, dal banco bar, al banco freschi al supermercato. Poi tutto si è fuso, ho tenuto dei blog di enogastromia che mi hanno portato a lavorare per riviste di cucina nazionali e a farmi conoscere direttamente i produttori andando presso le loro sedi.

I miei pezzi sono comparsi a Verona circa sei anni fa anche se è dal lontano 1997 che sono sui muri, io faccio parte della seconda generazione di writer, quella dopo gli audaci sperimentatori e prima della mercificazione. Cibo in realtà per me è solo un progetto tra i tanti, ma è forse quello meglio compreso.”

“Cosa vuol dire seconda generazione di writer? Ne esiste una terza?”

“Sono venute a mancare le condizioni per averne una terza con i dovuti valori propri della strada. Con gli arresti dell’inchiesta “Valpantena writers” si è perso il ricambio generazionale e questo gap ha portato la nuova generazione ad essere più “bomber” che artista. Perciò gli sbirri hanno fatto quasi danni maggiori, prendendo a caso i butei, anche perchè non sono stati i colpevoli a pagare. I rimasti si sono un po’ vendicati - e come dargli torto - la repressione crea terroristi artistici. Io fortunatamente ero in esilio! Ora sta tornando un po’ di scena e vedo gente che ci tiene, che ha slancio, e ciò mi fa ben sperare”

La nostra conversazione si interrompe con l’arrivo in tavola di un risotto dal gusto amarognolo ma buonissimo, alzo lo sguardo e vedo Cibo che mi osserva minaccioso, da vicino:

“Guarda che mi son punto le mani a raccogliere i bruscansi nei campi, ma sentirai che gusto!”

Quando non disegna, Cibo, potete trovarlo a far digging di erbe spontanee e zucche lasciate nei campi dai contadini.

 “Stavamo parlando delle nuove generazioni di writer…”

“Io non sono nato e non sono mai stato un writer legato al mondo hip-hop, non ho mai capito la tega delle tag: per me un’opera dev’essere riconoscibile per tutti, perché dare un messaggio incomprensibile al lettore?”

 “Nel mondo hip-hop credo derivi da quando le tag sui muri delimitavano quartieri controllati da questa o quella gang; o sfide tra writer a chi aveva più tag di altri e in posti più strani. È un sistema codificato di comunicazione urbana, che gioca sul fatto di essere estremamente visibile e estremamente criptato allo stesso tempo”.

Poi a Verona, non è famosa per formare nuovi artisti, non è un ambiente stimolante, anche perché sui muri vedo molte opere che sono una disperazione, non frutto di una pulsione, propria dell'arte, ma di mero guadagno o pigra ribellione. Non c'è sfida, non c'è ricerca stilistica e soprattutto non c'è un cazzo da dire.

La street art a verona è in ancora in fase embrionale e tocca a noi l'onere e l'onore di formarla, ma non stiamo andando nella direzione corretta, a mio dire. Non è una risposta al grigio, è una domanda colorata!

Le istituzioni non capiscono, e la burocrazia regna. Per dire: se un negoziante domani si sveglia e si sente mecenate, forse deve pagare tasse pubblicitarie per un’opera d'arte, già un ossimoro, e le deve pagare perché un omuncolo privato che lavora in esclusiva per il comune prende un obolo per ogni sanzione emessa... Allora, io capisco tutto, paghi il logo, ma il disegno no! Ovvio che un pasticcere vuole una pastina, e ovvio che lo fa per il bello del suo edificio, ma lo fa anche per il senso civico, per dare adito ad un artista, perché semplicemente gli va. Cioè non pretendo che sia incentivata, ma almeno compresa, quello si! Dobbiamo batterci tutti noi artisti per un mondo meno noioso, e privo da dogmi.

 “Poi, come in tanti altri ambiti underground, entrare in questo tipo di mondo vuol dire accettare questo tipo di regole, no? Vuol dire far parte di un sistema con dei valori precisi, delle direzioni da seguire e dei rapporti che valgono ben più delle leggi dello stato.”

 “Si la strada ha le sue regole e molto spesso il torto subito viene sanato anche in maniera creativa. Io non ho mai seguito la scena, ma ho riconosciuto le regole.
Il problema dei writers è che pur essendo dei grandi comunicatori hanno degli enormi problemi di comunicazione: non si capiscono, si perdono in discussioni infinite ed inutili per poi litigare.
Non comprendono il loro potere e la loro responsabilità civica, un'opera rimarrà in strada per anni se non decenni, nonostante sia effimera per natura, e nostra è la responsabilità di dare al panorama urbano una nuova veste. Non sarebbe la prima volta che cancello personalmente un mio disegno perché a mio avviso non convincente. Poi i giovani devono essere più audaci, sperimentare, anche combinar cagate se utili a capire, ma vedo che la ricerca stilistica, il sentirsi unico e riconoscibile, viene meno, eppure è la caratteristica principe di ogni artista.

E poi c’è l’ego che chiama. Ogni writer in fondo al suo cuore vuole che tutti sappiano chi è che gli si porti sconfinato rispetto, altrimenti perchè scrivere il proprio nome... il problema di tutti i furbi: non resistono alla tentazione di far sapere che sono furbi, ma questa è filosofia spiccia”

A questo punto ci avviciniamo alla battaglia più interessante di Cibo: la battaglia contro le scritte di Forza Nuova sui muri. Cosa significa scrivere frasi fasciste in giro per la città? Credo siano l’emblema di tutto quel che abbiamo detto fino ad ora riguardo alla mancanza di cultura: da una parte, scrivere DVX, TITO BOIA o disegnare una svastica vuol dire avviare un processo di abbruttimento estetico della propria città, dei luoghi pubblici e visibili. È un atto di vandalismo che, secondo punto, inneggia ad un sistema di pensiero che se attuato politicamente – in nome della Nazione, dello spirito estetico e dell’ordine – condannerebbe quel gesto stesso in modo più radicale di qualsiasi altro regime.

“Bhe sia chiaro, a me di politica non frega un cazzo, copro anche i CARLO VIVE e soprattutto i TI AMO, quelli sono i peggiori, slanci di “creatività” che rappresentano sentimenti morenti.

Battaglia? Scaramucce da bontemponi! Innanzi tutto odio lo sporco e il disordine, quelle scritte sono oggettivamente brutte. Inoltre sono fatte da persone che non hanno cultura, ne ho più io sul argomento. Esempio: chi ha scritto TITO BOIA, secondo voi chi lo ha scritto aveva chiara la situazione dei Balcani ai tempi di Tito?  Sono dei poveretti con l'hobby per il nazionalsocialismo, quello tenero, quello delle frasi fatte da circolo combattenti e del “crediamo in qualcosa che altrimenti devo parlare dei compiti di scuola”.

Poi c'è da dire che sono parte di una performance artistica molto divertente ed utile. Se sapessero che con il loro rovinarmi i murales mi hanno donato per l'indignazione più di un terzo dei followers e che è solo grazie a loro che mi chiamano a sistemare altrettante scritte, molto probabilmente non avrebbero mai proseguito una guerra impari. Senza contare il fatto che per loro è controproducente, rovini un parco giochi per i bambini?!... è cattiva pubblicità per il loro movimento sociale. Però se avessero risposto sul muro in maniera adeguata, sarebbe stato anche interessante e la loro causa poteva sembrare anche meritevole di rispetto, ma così son strilli da cortile.”

“Loro hanno scritto TITO BOIA e tu hai fatto un wurstel. Questa frase è poesia”

14364794_561825490690460_7538073440687267931_n

“La vera poesia è che sono tornati a riscriverlo, ed io ho aggiunto la salsa sulla scritta... te l'ho detto, per me è solo un assist, e sappi solo che non è la prima e non sarà l'ultima, e ti dico solo che è sempre finita con mie grasse risate. A livello mediatico perderanno sempre con noi writers, abbiamo creatività, mezzi e determinazione, loro hanno solo il branco e una bomboletta da ferramenta.

Comunque non c'è odio, ma compassione, con il nuovo anno ho resettato tutto e per me è pace.

- non sono cattiva, è che mi disegnano così (cit.) -”.

Ricapitolando: quelli di Forza Nuova ce l’hanno con i writer, di fondo, perché i writer sono promotori di libero pensiero, e manifestano quest’odio imbrattando i muri, cioè trasformandosi in writer della peggior specie.

Ciò che mi lascia tranquillo è che Cibo esiste, ha vinto, e vincerà sempre contro tutto questo.

“Ma quanto tempo ti occupa disegnare cibo, Cibo?”

“Beh è comunque il mio lavoro. A parte le cose che faccio gratis, in giro, ho collaborato con vari enti privati. L’importante è che quello che ti senti di rappresentare sia arte e che racconti una storia, non semplice decorazione, l’importante è che quest’arte ti porti a farti delle domande, non che abbellisca in modo sterile il luogo dove vivi.”

A questo punto, in misura molto maggiore e con un grado d’intensità ben più elevato, scopro che Cibo attua la mia stessa strategia, come pagamento dei suoi pezzi: come me, che vado a pranzo dalle persone che intervisto, Cibo si fa pagare in alimenti. E mai, mai come in quel momento davanti a quel piatto di riso con i bruscansi, ho trovato nel mondo reale una così forte incarnazione di una frase di “La Collina” di De André da farmi sorridere senza che i miei ospiti capissero fino in fondo perché.

“Sembra di sentirlo ancora dire al mercante di liquore, tu che lo vendi, che cosa ti compri di migliore?”

Cibo disegna cibo e si fa pagare (in parte) in cibo, perché tanto, con i soldi, null’altro gli interesserebbe così tanto quanto mangiare bene.

“Pensa se mi chiamassi Braghette avrei un armadio pieno di solo pantaloni! [LOL ndr]. La cosa che mi interessa di più al mondo è mangiare bene. Ho anche rifiutato dei lavori perché il cibo che mi offrivano mi faceva schifo, o perché la filosofia aziendale non era conforme a quello che vorrei io da una azienda agricola, o da un ristorante, ma per fortuna a Verona di solito mi va bene, perché Verona è rurale e il territorio è una risorsa.

“Fammi fare della filosofia, per favore.”

“Eccolo…”

“Ahah, dai. L’arte contemporanea si è fondata sul togliere agli oggetti comuni il loro grado di usabilità oggettuale per renderli immagine, per innalzarli alla loro forma più pura in un museo, senza nient’altro attorno. Dal water di Duchamp in poi…l’opera non è più rappresentazione della realtà ma un tentativo di mostrare la realtà nella sua forma assoluta. Tu mi metti in crisi con le tue opere, perché anche tu astrai dalla realtà ma il luogo dove disegni l’oggetto astratto è il luogo stesso dove l’oggetto esiste: penso agli asparagi. Non porti gli oggetti in un museo ma è come se con le tue opere marchiassi a fuoco sul muro una realtà nascosta perché troppo visibile, troppo comune, troppo abitudinaria.”

 “Sì il bello della street art è che ha senso solo in quel luogo e in quel momento preciso, non la puoi strappare dalla sua realtà e portarla in un museo. Non ha senso fare un murales dell’11 settembre a Belfiore, oggi. Il Cibo sta lì perché è lì che deve stare. E deve tornare a farci vedere qualcosa a cui siamo abituati, deve farci fare delle domande. Domande su un problema del cibo che deve andare oltre all’Expo e oltre a Farinetti… E l’altro lato bello è che le persone sono costrette a vedere i miei pezzi, in un certo senso faccio una violenza visiva e gli impongo un pensiero o un sorriso.”

“Certo, e soprattutto, come hai detto all’antipasto – credo – hai una grossa responsabilità: la gente che va nelle gallerie d’arte è educata e compie un gesto volontario, mentre tu devi arrivare ad ogni passante, anche alla signora Maria che va a prendere il pane la mattina.

 Vorresti lavorare in una galleria d’arte?”

 “Mi darebbe molti stimoli, certo, ma probabilmente lo farei solo per i soldi. Sai con i soldi che mi darebbero là cosa potrei fare? Alla fin fine io voglio guadagnare per mangiar bene e per poter comprarmi nuova attrezzatura con la quale fare opere gratis: come sto facendo negli asili (mi faccio pagare mangiando con i bambini in seggioline minuscole) e in una cooperativa sociale per i malati di mente. Se non porti l’arte a queste persone a cosa serve? Di solito la gente che si merita l’arte non può permettersela, rimediamo, no? ”

“Ma è tutto illegale, quel che vediamo in giro? Non rischi nulla?”

“Io vado nei luoghi vestito di arancione in pieno giorno, ed inizio a dare una mano di bianco. A quel punto i vecchiotti – perché ho coperto le tag o le svastiche sottostanti – mi dicono: “Brao giovane!”, pensando che io sia del comune, ma già cancellandogli le scritte gli stai simpatico. Poi inizio lentamente a disegnare e, di solito, ho trovato gente felicemente incuriosita.

  • Eh salve! Ghe piase el formaio? Belo belo giovane, almanco che lo veda visto che non posso maiarlo! –

Evito di dar fastidio comunque, a meno che il posto non si a ghiotto. Vado in posti abbandonati o rovinati, a volte mi informo sulla proprietà dell'immobile, proprietari sciatti lasceranno in rovina lo stabile e il mio disegno forse sopravvivrà!

“E non hai paura che succeda qualcosa di questo tipo?”

NEW YORK TIMES

“Bah, arrestato è una parola grossa. Non faccio niente di male…anche se potrei giocarmela bene in termini di pubblicità. In carcere però se la dovrebbero metter via eh, disegno anche col sangue: “non sono io che son chiuso dentro siete voi che siete chiusi fuori”. In prigione avrei una stanza con 5 superfici…non so se gli convenga!”

Di solito la gente che si merita l’arte non può permettersela, mi ha detto Cibo. Scoprendo come lavora e il progetto che sta portando avanti mi ha riempito la testa e il cuore di speranza. E io, che il cibo lo amo, che odio il fascismo e l’elitarismo, ho ritrovato in questo artista un tentativo di fare qualcosa di veramente concreto per le persone e per l’arte. Con lo stomaco pieno dell’amaro dei bruscansi e della grappa – sempre ai bruscansi – torno verso casa trattenendo in me una nuova definizione della parola americana “real” – nel senso di autentico -  e della parola “giusto”.

Grazie.

 

Risotto coi Bruscansi, il germoglio primaverile del pungitopo:

Scritta da Cibo:

"Amaramente racconto tra le mille spine della Val Galina, cotto e ricoverato in freezer assieme alla sua acqua di cottura utilizzata poi per il brodo. Un Risotto come vostra madre comanda:

soffriggi lo scalogno, tosta il riso, aggiungi i bruscansi, sfuma con vino bianco, cucina il riso con la giusta quantità di brodo, manteca con burro, "formaggia", controlla il sale e impiatta. Per Il digestivo, i medesimi bruscansi messi a dimora nella grappa, accompagnano il caffè e il dolce. Per concludere la giornata in maniera coerente, Murales a tema asparagi, i "parenti da aia" dei bruscansi. Inutile dire che tutti i prodotti arrivano da luoghi che posso osservare con un binocolo, tranne il burro che amo quello chiarificato tedesco da allevamenti sostenibili il cui latte è munto solo per fare burro."

Sockeye – interviste al sugo controcorrente. Una volta al mese pranzo con artisti e salmoni vari di Verona, chiacchiero, mi faccio grandi scorpacciate e poi vi racconto la loro vita, la loro quotidianità e la loro cucina.


Book_oncini - Le otto montagne

style type="text/css">

 

Libri che non sapevi di volere

Impigliare gli occhi nelle righe di un romanzo, alla sera di un martedì difficile, sta, nella lista delle cose che si potrebbero fare, appena sopra all'uscita serale per buttare l'umido con il manto stradale affetto da gelicidio. Ma affrontare la lettura è un po' come lavarsi i denti prima di andare a letto. Lo devi fare - non hai voglia - lo fai - sei felice (nel caso dei denti, è una modesta felicità, okay). Leggere è sempre tempo rubato, non si scappa. Però, ecco, una volta al mese, possiamo derubarci con criterio.

 

___________________________________________________________________________________

 

Main dish: "Le otto montagne" di Paolo Cognetti (2016, Einaudi)

Pagine: una sciocchezza: 208

Tempo di masticazione: due settimane, sul comodino con matita per sottolineare

Da provare: quando serve un atto poetico e si ha bisogno di mandare a quel paese i retropensieri. Quando, in definitiva, si va in cerca di purezza

Al posto di: con buona pace di Mauro Corona, uno a caso dei suoi libri

Indicato per: chi crede che la montagna sia una faccenda privata

 Sapore: panino al salame, premio di una camminata. Più salame che pane.

 Umami: Pagine 127, 135, 140

 Assaggi:

 

1 - Avevo già imparato un fatto a cui mio padre non si era mai rassegnato e cioè che è impossibile trasmettere a chi è rimasto a casa quel che si prova lassù.

 2 - Mi tornò in mente una certa fragilità che avevo intravisto in lui, certi attimi di smarrimento che subito si affrettava a nascondere. Quando mi sporgevo da una roccia e gli veniva d’istinto di afferrarmi per la cintura dei pantaloni. Quando stavo male sul ghiacciaio e si agitava più lui di me. Mi dissi che forse quest’altro padre l’avevo avuto sempre lì e non me n’ero mai accorto, per quanto era ingombrante il primo, e cominciai a pensare che in futuro avrei dovuto, o potuto, fare un altro tentativo con lu

3- La neve lassù mi consolò delle miserie del fondovalle.

4- E siete voi di città che la chiamate natura. E' così astratta nella vostra testa che è astratto pure il nome. Noi qui diciamo diciamo bosco, pascolo, torrente, roccia cose che puoi indicare con un dito. Cose che puoi usare.

 

image-1 

 

Perché:

Andiamo con ordine. 1) Ne parlano tutti (quelli che più o meno contano: il Corriere della Sera, La Stampa, Panorama), 2) chi non ama la montagna si perde uno dei capolavori più riusciti del Creatore, 3) l'autore (oltre ad essere un giovane e discreto manzo, vedi foto) è uno scrittore sincero.

 

Discreto, dai. (Paolo Cognetti vive e scrive da otto anni nella baita sopra Brusson, in Valle d’Aosta, per questo è sincero)
Discreto, dai. (Paolo Cognetti vive e scrive da otto anni nella baita sopra Brusson, in Valle d’Aosta, per questo è sincero)

Non stiamo parlando de Le otto montagne perché è un caso letterario (davvero), visto che prima di uscire in Italia, alla Fiera di Francoforte quasi 30 Paesi se lo sono conteso (Elena Ferrante, il mostro sacro della letteratura italiana venduta all'estero, è tradotta in 44 Stati, per fare le dovute proporzioni). Rilassatevi, non è un libro sulla cosmogonia del passeggiare intriso della modaiola retorica da tagliere con polenta. "Due amici e una montagna", questo il romanzo di Cognetti nella sintesi più corretta, ovvero la sua. In sostanza, l'amicizia tra Pietro (piccola borghesia milanese) e Bruno (proletariato montanaro, fa ridere come definizione, lo sappiamo) ai piedi del Monte Rosa. In mezzo anche un padre di quelli che si vedono sempre meno oggi, bruschi, tutti d'un pezzo, capaci di grandi dolcezze. Lui che va in montagna per mantenere quel suo "rapporto privato e muto con la fatica". E probabilmente, per esercitare il silenzio, condanna dei sensibili.

 

Tentate (capo dei salmoni dice che devo essere convinta della mia autorevolezza) note tecniche:

C'è esattezza. Ovunque. La ricerca pura della parola giusta. Non c'è scrittura che si atteggia a scrittura e ogni idealizzazione "dell'avventura comoda" di salire lassù è, anche lessicalmente, sabotata. Fatevi un giro sul web e tutti vi diranno che è questo romanzo è un classico. Può essere di sì, può essere di no. Ma non possiamo tacervi che è un autentico racconto di formazione alle Stevenson, con una spruzzata di Twain, abbastanza London e un Hemingway sotterraneo e deciso.

 

 

Ernest-Hemingway_1936815b
Hemingway, se non ve lo ricordavate

 

 Una specie di morale

Sono belli i contorni cantava Gianmaria Testa. Sono belle le linee che le montagne scavano nel cielo. Eppure quanto sono dolorose le loro creste dove si conoscono e si perdono amici. Tutto quello che ha contato per Pietro si è consumato lì, in quei limiti che fermano le nuvole. Ha visto i genitori amarsi, mentre il marito spiegava alla moglie, dopo una giornata lontani, il colore dei ghiacciai. Ha imparato il silenzio segreto dell'amicizia che è anche stare dietro a Bruno che lo guida dove non c'è il sentiero. Ma Pietro, incerto autoritratto di Cognetti, si scopre adulto quel giorno, quando trova per caso, nella casa di montagna, la mappa del padre, "una cartina dei nostri mondi raggiunti", e nell'intreccio del pennarello nero (i percorsi del padre) e quelli segnati in rosso (i sentieri del figlio) ci fa leggere il cammino di un affetto mai dichiarato, e, per questo, onesto. Perché, forse, siamo pronti all'amore solo quando gli altri se ne vanno. Perché finisce l'infanzia, mi direte. Eppure, in fondo, come scrive un'altra piccola grande penna italiana (Nadia Terranova), "i grandi non sono che bambini sopravvissuti".

Salmonita

 

cognetti_02

 

 


SALMONE SURGELATO - Disco del mese BONOBO “Migration”

 

(La giusta dose di musica a tranci da conservare durante il mese)
Sarà che in tempi di crisi c’è bisogno di mettere da parte più cose possibili, per questo e per altri mille motivi futili, vi consigliamo un disco ogni mese da stivare con cura vicino alle conserve della nonna!

 

L’inizio del 2017, musicalmente parlando non ha smosso nemmeno il cane del mio vicino di casa con i botti a cavallo del 31. L’unica data degna di nota da salvarsi nel vostro google calendar miseramente vuoto è quella del 13 Gennaio. Vi starete chiedendo perché. Ci rimarrei di merda se lo faceste sul serio, poiché dal titolo si capisce il motivo, come si capisce che le mie parole sono una inutile perdita di tempo per Voi, ma credetemi lo sono più per me, tanto so già tutto dell’artista in questione. Siccome però la redazione mi chiede di essere meno cinico, di aiutarvi, di darvi una mano, facciamo finta di generare un sano e inutile entusiasmo per quanto vi dirò ora. Simon Green, conosciuto come “BONOBO”, il prossimo 13 Gennaio rilascerà il suo nuovo album, dal titolo “Migration”. Aspettavamo da tempo un nuovo album dell’artista in questione? Sinceramente non lo so, boh, forse si, o semplicemente va bene comunque, perché a mio gusto (il vostro non mi interessa minimamente) è una delle poche novità interessanti di questo decennio vissuto privo di ogni gioia. Sono passati quattro anni, dico quattro anni da “The North Borders”, quindi direi che il tempo è maturo per riempire nuovamente la casella delle notifiche di “Spotify”.
Subito dopo l’annuncio, il disco è stato anticipato dal primo singolo “Kerala” che avrete sicuramente condiviso sulle vostre bacheche senza capirne il motivo o conoscere l’artista del quale abbiamo appena parlato.

 

a2250087452_10

 

Dodici tracce con tre featuring di livello, per una miscela calda ed esplosiva tra future pop, nu jazz, trip hop, elettronica e downtempo. Mi farebbe davvero piacere raccontarvi i suoi inizi dal 1999 ad oggi, ma siccome non vengo pagato per rendervi edotti in materia musicale direi che è già abbastanza quello che vi ho scritto fino ad oggi.

1. Migration

2. Break Apart [ft. Rhye]

3. Outlier

4. Grains

5. Second Sun

6. Surface [ft. Nicole Miglis]

7. Bambro Koyo Ganda [ft. Innov Gnawa]

8. Kerala

9. Ontario

10. No Reason [ft. Nick Murphy]

11. 7th Sevens

12. Figures

Ovviamente lo potrete trovate in tutti i maggiori store online. Il 13 marzo suonerà al Fabrique di Milano. So che tanto non ci andrete, perché siete leoni musicali da schermo, poi alla fine le cose belle non vi interessano. Quindi ascoltatelo, almeno quello, se non vi fondono i neuroni per il sacrificio richiesto.
State bene.

Tommy in Salmon

salmone-surgelato

 

 

 

 


RAL 3022 Rosa salmone

 

La rubrica di Salmon che parla DI, AL e CON quello strano organo pulsante che sta tra le branchie e la vescica natatoria e spesso confonde le acque limpide del mare interiore.

Da pinna a pinna, da branchia a branchia,

sempre Vostra

Salmona Pastura

salmonapastura@gmail.com

 

---

Fate conto che io vi parli dall’alto di una lunga vita tra i sette mari.

Su e giù per le acque salate e dolci del mondo, ho imparato a conoscere lo slang dei popoli per tentare di capire cosa succede attorno a me. In questi ultimi anni, c’è un termine che ho sentito diffondersi tra i giovani sulle rive dell’Adige e che mi è sembrato illuminante: DISAGIO.

 

in-disagio-we-are-not-alone-904x400

 

Spesso, anzi spessissimo, sono giovani pescioline ad usare quel termine per descrivere tutta una serie di situazioni ed eventi relativi ai loro coetanei maschi.

Vi porterò qualche esempio:

- disagiati livello base sono quelli che dicono A e poi fanno B: oggi ti presento ai miei, domani non salutarmi se mi vedi al Mala, tra una settimana forse t’amerò. Nulla di troppo grave e mediamente diffusi, si combattono con un bel vaffa al secondo cambio di rotta.

- disagiati che non sanno di esserlo sono gli indecisi, quelli che “ci devo pensare” o ancora peggio i diffusissimi “fai tu”. qui il test è semplice: portalo al bar e vedi in quanto tempo sceglie cosa bere.

- disagiati in 2D, quelli che le donne le preferiscono al telefono, via facebook, instagram, per info e prevendite 348*** ma che al tuo “vabbè, ma quindi ci vediamo?” devono recuperare il cugino adolescente all’Alter o hanno la “cena coi butti”. iscriveteli agli igers.verona e non se ne parla pìù.

- disagiati “notturni”, quelli ti chiamano nel cuore della notte ma mai per dirti “sono sotto casa tua”. Apprezzabili in giovane età, poi basta chè la mattina dopo ci dobbiamo alzare presto e ormai non abbiamo più vent’anni.

- disagiati “pescatori” sono quelli che lanciano pastura a piene mani, che ci provano con te e con la tua amica contemporaneamente, confidando nella legge dei grandi numeri.

- disagiati “chiodo” o più semplicemente “i fissati”. Qualsiasi fissazione ossessiva rappresenta disagio, che essa sia l’Hellas, la palestra, il lavoro o la mamma. Tra questi, menzione d’onore va ai “disagiati supereroe”, cioè i fissati con specifica delega al “salvare il mondo” (vedi volontari su ambulanze ed elicotteri, bagnini, studenti di medicina, machi di varia natura)

- disagiati alla Bob Dylan, altrimenti detti “spocchiosi”, quelli che paiono doverti regalare ossigeno e sangue ogni volta che si disturbano a considerarti. anche meno, grazie.

- disagiati il cui cavallo di battaglia è “ti stavo per chiamare” o il più etereo “ti stavo giusto pensando”: imbonitori da quattro soldi, andate a raccogliere firme contro la droga in piazza Brà, và.

- disagiati affetti da aritmia, cioè quelli riassumibili sotto il cappello del “tu sei perfetta ma io non sono pronto/non è il momento/non è la stagione”, come se fossero ciliegi cui chiedi di fiorire a novembre

- disagiati “I like your style”, cioè quelli a cui piacciono le tamarre e che non si sa perché oggi ronzano attorno a te. insomma quelli che fino ieri andavano al Territorio e da quando non c’è più han smarrito la bussola.

- disagiati “118”, i miei preferiti. Loro sono quelli che nella vita capitano a tutte, sono un passaggio obbligato, uno scotto da pagare alla natura che ti ha fatta femmina e, quindi, inevitabilmente crocerossina. Lui è il classico che col suo essere ammalato di problemi e turbe psicologiche sia reali che immaginarie, finisce per fare chiamare a te l’ambulanza, ma non per ricoverare lui, quanto per salvare te dal prossimo “impazzimento”. Inevitabile, ma cercate di accorgervene prima possibile e fuggite, in sella alla prima ambulanza che passa.

Qualora, quindi, doveste incappare in uno o più di questi segnali, mie amate pescioline d’Adige, DATEVELA A GAMBE e non a lui.

(Oppure sì, concedetevi se vi va, ma poi via di corsa.)

SALMONA PASTURA