RAL 3022 ROSA SALMONE #10 LA FELICITÀ È UNA COSA SERIA
Miei amati pesciolini, come state? Sentite già l’aria del Natale che vi rende più buoni, più dolci, più ricolmi d’amore?
Oh, che bello.
Ecco, qui nel mare invece il Natale coi suoi zuccherini è ancora lontano, quindi mi prenderò tutte le libertà di essere un pochino acidina e dire la mia su un fenomeno terrestre, che mi sta generando diversi mal di vescica natatoria.
Lo sapete, Zia Salmona vi spia dai social network e proprio da questi mi nascono degli interrogativi che voglio condividere.
Nella mia lunga vita squamata sono stata anche io giovane, felice e innamorata, ma sarà che al tempo Facebook e Instagram manco esistevano o che semplicemente non era d’uso farlo, ma le coppiette tendevano a vivere le loro relazioni tra l’affetto degli amici, senza tentare di diffondere il loro amore in mondovisione. Oggi invece vengo letteralmente invasa da foto di coppie che amano documentarsi in tutte le stagioni, le versioni, le posizioni pur senza essere i Ferragnez o i Brangelina.
Insomma, capiamoci: Fede e Chiara devono pagarsi il mutuo per l’elicottero coi cuori che beccano su Instagram, ma Voi, cari Pino&Pina di Perzacco NO.
Per non parlare poi delle didascalie con cui questi capolavori della fotografia vengono agghindati: brani di Fabio Volo, citazioni a caso pescate sotto il tag “amore” su aforismi&aforismi.it o qualche riga estratta dall’ultima fatica di Ligabue.
Al di là dell’oggettiva inguardabilità di alcuni scatti che ritraggono gli amanti in pose semidiscinte, finto-dormienti o quasi-bacianti, quello che resta un mistero imperscrutabile è il PERCHE’ di tanto spettacolo.

Dovete far crepare di invidia il/la vostro ex?
Non temete, se è anche solo un pochino furb* vi ha già oscurato da tutti i luoghi e tutti i laghi.
Volete far rosicare le vostre amiche zitelle?
Forse ce la farete, ma onestamente credo che la loro invidia possa farvi più male che bene. E poi dai.. abbiatene pietà: magari soffrono sul serio e non è che possono stare a sfogliare i vostri profili mangiando Nutella sul divano, come guardassero Dirty Dancing.
O forse siete in cerca dell’approvazione del pubblico?
Vorrei solo suggerirvi che questo non è il Grande Fratello e che chi prende più like al televoto, non vince proprio un bel cavolo di niente.
Quindi, ecco. Quello che Zia Salmona vuole dirvi è che forse sono più le ragioni per NON farlo, che quelle per farlo, soprattutto se quella felicità ve la siete dovuta sudare o se l’avete conquistata lottando contro le più disparate avversità.
La felicità è una cosa seria, proteggetela.
Ostentarla sarebbe come dire “Ho una cassaforte piena di gioielli in Via Verdi 7, dietro il quadro del paesaggio in sala. Combinazione 78443”.
Salmona Pastura
L'essenzialità del calcio
L'ultima grande narrazione che ci è rimasta dopo la religione e prima delle serie tv.

Uno dei motivi per cui alcuni giovani europei impazziscono e diventano foreign fighters tra l’esercito del sedicente Stato Islamico è il tentativo di trovare una nuova teleologia per lo scorrere della loro vita, cioé, detto in modo inappropriato ma chiaro: uno scopo più grande.
Morta e sepolta l’idea di aldilà cristiano, le vite nel mondo occidentale si susseguono in modo circolare a seconda dell’andare dei giorni: lavora, spendi, dormi, lavora, spendi, dormi e via dicendo. Le nostre vite si consumano nella più totale immanenza della società liberale e scientifica: prive di segreti naturali, prive di mistero, prive di religione; tutte votate alla realizzazione personale e all’incessante ricerca della felicità. Uno dei motivi per cui molti giovani europei diventano foreign fighters è tornare ad avere uno scopo ultraterreno, qualcosa di grande, qualcosa che trascenda sé stessi e la loro “troppo piccola e troppo umana” vita anche a costo di sacrificarla con il sacrificio più grande.
L’uomo, questo scorrere circolare delle vite senza alcuna teleologia (senza alcuno scopo, senza alcuna fine ultima), non è in grado di sopportarlo. Per questo abbiamo sempre avuto bisogno della religione: per la sua trascendenza e per i tempi liturgici dettati da questa.
La religione serviva a dirci che c’è dell’altro e che c’è un fine, che esiste del mistero indipendente da noi e che lo scorrere della vita non è soltanto circolare, ma anche lineare: esiste la vita eterna e ogni azione della nostra vita è votata a quello. Il mistero che la religione portava nelle vite di tutti i credenti è un mistero creato da una narrazione immensa, capace di portare anche in una piccola comunità come quella veronese la storia di una traversata del Mar Rosso o di una resurrezione in Palestina: storie che permettevano alle vite contadine di essere direttamente legate ad un’eternità e una comunità umana e divina. La narrazione della religione, insomma, trasformava una vita misera e faticosa in una vita grande.
Ora che la religione è stata sconfitta l’uomo si trova solo con la sua quotidianità, così pressante che ha bisogno di creare le “teorie del complotto” per provare a convincersi che il suo mondo è governato ancora da una forza nascosta e misteriosa. E invece niente.
Quell'ormai lontana sera in cui l’Italia ha pareggiato con la Svezia e non si è qualificata al mondiale di Russia del 2018 ho sentito molti amici confrontarci su come sarebbe stato possibile andare avanti, rinunciare alle estati in cui i giovedì non sono solo dei giovedì ma sono i giorni in cui probabilmente si vedrà una partita. Ci siamo chiesti come fare per rinunciare a quella liturgia quadriennale che è l’avvento del caldo giugno dei mondiali.
Il giorno successivo all’eliminazione dell’Italia ho visto il mondo intero parlarne.
Il mondo intero che ne parla ancora oggi è scosso da una storia improvvisa e imprevedibile, dall’origine misteriosa e di portata “sovrumana” nel senso di trasversale, capace di unire le nostre vite veronesi e italiane con quelle degli svedesi ma anche dei neozelandesi e i cileni.
La più grande narrazione contemporanea, capace di unire trasversalmente l’umanità e in grado di dargli sia una trascendenza (catodica o digitale che sia) sia una linearità (la vittoria finale) è il calcio.

Il calcio è l’ultima grande teleologia rimasta all’uomo, dopo il teatro, dopo i gladiatori e dopo le religioni. Attraverso il calcio l’uomo rimane appeso ad una storia indipendente da lui, una storia che ha dei tempi dilatati rispetto a quelli della sua vita.
Non sto cercando di convincere nessuno del valore del calcio rispetto agli altri sport, sto solo facendo un’analisi fenomenologica scaturitami da una domanda: cos’altro al mondo ha potuto tendere i miei nervi in simultanea con quelli di uno svedese a Malmo per lo stesso identico motivo?
Notate qualche somiglianza tra le due immagini di quest'articolo? Non i simboli religiosi o il colore della pelle, ma il pallone.

Vi pare un caso che in una città come Verona, malgrado Salmon e malgrado varie realtà indipendenti, la vita sia scandita tra: tempo del lavoro, tempo per andare in Chiesa, tempo per bere e tempo per andare allo stadio a seguire l’Hellas?
Bere probabilmente serve per dimenticare quanto la mentalità veneta della dedizione al lavoro ci abbia rovinato l’esistenza, ma la chiesa e lo stadio servono per salvarla, quest’esistenza.

Intervista all' Ettogrammo
Seguendo il nostro intento di conoscere e far conoscere le realtà che negli ultimi anni hanno popolato il quartiere di Veronetta, siamo andati a fare due chiacchiere con il proprietario dell' Ettogrammo, un negozio di prelibatezze alimentari con una particolare vocazione ecologica: non c'è alcun packaging in plastica.
Che cosa fai nella vita e che cos'è l'Ettogrammo? Come ti è venuto in mente di aprire questa impresa? Come è partito e cosa vorresti che diventasse?
Vivo a Verona da 6 anni, da quando mi sono trasferito per amore, ma sono toscano, della Val di Chiana. Dopo diverse esperienze all'estero, dove la sensibilità ai temi ambientali è alta, ho dovuto reinventarmi in una nuova città che inizia ad essere sempre più attenta alle buone pratiche. Così è nata la voglia di portare qualcosa di nuovo a Verona che non fosse un semplice negozio o locale, ma un vero e proprio stile di vita.
Il risultato è Ettogrammo, una bottega che guarda al futuro con pratiche vecchio stile, per avvicinarsi a una alimentazione sana e un approccio meno consumistico nel fare la spesa: trovi cereali in grani e fioccati per la colazione, frutta secca e disidratata, legumi, farine, erbe aromatiche e spezie, semi, pasta, biscotti... tutto l'occorrente per un'alimentazione equilibrata e di qualità.
Si compra solo la quantità desiderata, a peso, senza dover fare scorte inutili, quindi senza packaging nel rispetto dell'ambiente già soffocato dai rifiuti plastici, e soprattutto i prodotti non provengono da agricoltura massiva industriale, ma possibilmente da piccoli produttori italiani, garantendo una qualità migliore e senza sfruttamento dei lavoratori (spesso sottopagati anche dai colossi del bio).
Lo scopo è quindi quello di riappropriarsi di un stile di vita più umano, e una spesa "sostenibile", che non agevoli i colossi ma i piccoli produttori ormai schiacciati dalle richieste della GDO e che garantisca ai consumatori un prodotto sano e di qualità.
Vorrei che Ettogrammo diventasse la classica bottega di quartiere dove il contatto umano ha anche una funzione sociale, a differenza dell'anonimato e la freddezza dei supermercati e dei centri commerciali; un punto di riferimento non solo per chi è già convinto, ma un po' per tutti, anche per gli scettici.

Perché a Veronetta e non in pieno centro storico?
Ammetto di aver pensato inizialmente al centro storico...A parte il costo degli affitti decisamente proibitivo, accessibile solo alle grandi catene e insostenibile per i piccoli esercenti che come me provano a creare qualcosa di nuovo con solo le loro forze, il quartiere ti da quell'aspetto umano di cui parlavo sopra, che non avresti in centro storico dove i turisti vanno e vengono, sono solo numeri. Veronetta in particolare è il quartiere che più mi rispecchia di Verona, nel cuore della città ma fuori dal caos turistico, dove trovi un po' di tutto, sia come persone che come negozietti e locali che negli anni stanno nascendo.
Com’è stata la risposta delle persone?
All'inizio c'è stata molta più curiosità di quanto immaginassi, la gente voleva proprio capire come funziona questa spesa a peso alla quale ci siamo disabituati, attratti dai sacchi e dai vasoni, dall'odore di spezie e dalla possibilità di comprare tante cose diverse, anche sconosciute perché tanto ne puoi prendere quanto vuoi. Ora ci sono i fedelissimi che portano i loro stessi contenitori per fare la spesa, anche se sicuramente i ritmi della vita moderna non si conciliano molto con il concetto del negozio, ma per fortuna c'è sempre maggiore consapevolezza.

Apparentemente potrebbe far storcere il naso che, pur risparmiando sul packaging, si arrivi, invece, a spendere anche di più che in un normale negozio di alimentari. che cosa rispondi a chi alza queste critiche?
A parità di tipologia e qualità di prodotto, comprando sfuso si abbatte il costo del packaging, è vero. Ma paragonare i prodotti e i prezzi di Ettogrammo a quelli del supermercato è come paragonare un prodotto artigianale a uno industriale... non c'è paragone nel prezzo e tanto meno nella qualità. Se scelgo di abbandonare il packaging per motivi di sostenibilità ambientale, non posso scegliere un assortimento di prodotti sfusi che provengono da agricoltura massiva industriale (gli stessi del supermercato ma semplicemente senza confezione) perchè sarebbe un controsenso: si rispetta l'ambiente riducendo la plastica, ma non ci si preoccupa dei metodi di produzione che danneggiano l'ecosistema (e la salute). Come ho detto prima, i miei fornitori non sono gli stessi della GDO: i n alcuni casi si parla di prodotti con presidio Slow Food, inevitabilmente più costosi, mentre in altri casi, dove l'incidenza del costo del packaging è davvero molto molto elevata (come ad esempio per le spezie) il prezzo è effettivamente più basso del supermercato, solo che non abbiamo l'abitudine di controllare il quantitativo contenuto nelle confezioni, a volte ingannevoli. In altri casi ancora, i fornitori sono piccole realtà che producono quantitativi bassi che raccolgono personalmente (addirittura per alcuni prodotti particolari anche a mano!) e che fanno i conti con i raccolti magri a causa del maltempo e dai cambiamenti climatici... chiaramente il prezzo non può essere lo stesso di chi coltiva monocolture con grandi macchinari per il raccolto, pesticidi e fertilizzanti per ottenere grossi quantitativi e ricorre a manodopera sottopagata per essere competitivo.
Per fortuna c'è sempre più consapevolezza nell'acquisto di alimenti: se siamo disposti a pagare un prezzo maggiore per la carne dell'allevatore di zona perchè sappiamo che quella del supermercato proviene da allevamenti intensivi, dovremmo aspettarci che lo stesso ragionamento valga anche per legumi, cereali e tutto il settore agricolo.
Se fossi Sindaco di Verona, o anche solo Assessore alla Cultura, che cosa faresti nei primi 100 giorni?
Interverrei sulla viabilità del centro storico e delle zone limitrofe: troppo traffico in strade piccole e aria irrespirabile stanno diventando spesso normalità, riducendo la vivibilità delle zone più belle della città. Inoltre rivaluterei Piazza Isolo, al momento un po' abbandonata a se stessa, e altre zone adiacenti il centro, includendoli in alcuni itinerari delle grandi manifestazioni veronesi che a volte soffocano zone ad elevata affluenza turistica, costringendo i cittadini stessi ad evitare il centro.
The Kitchen - cucina canadese in Veronetta.
Seguendo il nostro intento di conoscere e far conoscere le realtà che negli ultimi anni hanno popolato il quartiere di Veronetta, siamo andati a fare due chiacchiere con la proprietaria del ristorante The Kitchen, che è canadese e che ha portato una cucina a noi sconosciuta.
Ciao Chris, Quanto tempo è che sei a verona?
Sono arrivata trentun anni fa…
Parliamo del locale, come ti è venuto in mente di aprirlo?
Semplice, cucinare è da tanti anni la mia passione e poi ho fatto diversi lavori nella ristorazione già quando ero a Vancouver e poi a Verona. Quando i miei figli sono diventati grandi e indipendenti ho pensato che fosse il momento giusto.
Quindi prepari tutto te?
Sì, tutto quanto dall’inizio alla fine tranne il pane.
Da quanto tempo esiste The Kitchen?
A dicembre saranno due anni. E solo adesso inizio a capire come stanno girando le cose. La zona sta crescendo molto ma stanno anche nascendo molte attività che fanno concorrenza di alto livello.
Tu fai pranzo o cena?
Colazione e pranzo. E proprio questo inverno abbiamo deciso di aprire una sera al mese: per Novembre sarà sabato 25. Poi, di mese in mese, annunceremo sulla nostra pagina Facebook e sul sito la data, ma tendenzialmente credo che sarà il 3° sabato. Inoltre, un successone è il brunch che proponiamo ogni prima domenica.

L’idea di promuovere la cucina nord americana è geniale, in Italia abituati come siamo alle nostre prelibatezze, non pensiamo mai possa essere una
cucina interessante...
Verissimo, e invece è proprio così: la cucina tradizionale canadese è molto buona, anche se molti pensano ancora che in america si mangi solo da McDonald. Io sono cresciuta con mia mamma che cucinava sempre tutto in casa: da zuppe a ottimi dolci, stufati e brunch pieni di piatti buonissimi…
Che sostanzialmente è quello che si trova a The Kitchen, no?
Esatto!
Il locale è in una zona molto bella di Verona, ma ti manca il Canada?
Sì molto, Verona è di certo molto carina. Vancouver però è piena piena di verde e di parchi. Avete quella bellezza storica che apprezzo tantissimo, mi manca molto la mentalità con cui vengono fatte e gestite le cose in Canada. Anche per aprire questo locale la burocrazia è stata molto pesante. Credo che questo problema, comune a tutti, disincentivi l’entusiasmo di chi vuole intraprendere nuove attività imprenditoriali ed è un vero peccato.
