Non Temere Antropos - La musica secondo Salmonello
Che cos'è Non Temere Antropos?
Un gruppo eterogeneo, come amano definirsi i componenti.
Un focolaio di post-modernismo, come preferisco vederli io.
Più precisamente sono Lorenzo Visco alle chitarre e basso, Giacomo Dal Forno basso e chitarra, Riccardo Scaioli al sax e Tiziano Girardi alla batteria.
Ho sempre ammirato quelle band che sono state in grado di trovare un compromesso fra la propria identità e i gusti delle masse.
Il bassista dei Red Hot Chili Peppers, Flea, riferendosi alla propria band, ha dichiarato "dopo la morte di Hillel Slovak (ex chitarrista) entrarono John Frusciante e Chad Smith. (...) Con questa formazione, diventammo quattro parti di un qualcosa completamente diverse fra loro ma tutte con lo stesso desiderio. Se ci fossero stati quattro poli sulla Terra ognuno di noi verrebbe da uno diverso rispetto all'altro".
Incuriosito da questo melting pot musicale, ho deciso di passare con loro una giornata per conoscerli meglio, approfondire i loro gusti e carpire quale desiderio comune li spinge verso un'unica meta.
Oltre alla droga, intendo.
Partiamo a mezzodì in macchina per avviarci verso quella che sarà la location delle riprese del videoclip, nonché casa della nonna di Valentina, la ragazza di Niccolò, il produttore musicale dell'album dei Non Temere Antropos. Sposato con Brooke, ex di Ridge, già nuora di Quinn.
Dobbiamo arrivare sul Monte Cucco, a Sezano: il tragitto è lunghetto, ed io non sopporto la macchina.
A distrarmi dal mal d'auto ci pensano le chiacchere di Nic che mi parla dei suoi progetti musicali e di un piccolo festival che vorrebbe organizzare. Inoltre, ad attenderci, c'è l'ambito caffè di nonna Imelda: leggenda narra che per macinarlo ci voglia la forza di mille uomini e che i chicchi provengano dalle lontane Indie, luogo di perdizione e di selvaggi uomini dalle teste bitorzolute.
Non appena arrivati nascono i primi problemi:
"Ma non avete pranzato?"
"Se l'avessi saputo sarei venuto già mangiato!"
Giammangiato, un film di Maccio Capatonda.
"Ma non avete portato l'amplificatore da chitarra?"
"Non lo dovevo portare io..."
Forse un po' sbadati, ma musicalmente eccellenti: vedere per credere.
https://www.youtube.com/watch?v=bq6LcDO_cSU&feature=youtu.be
Dopo aver girato il videoclip, smontato il palchetto e esserci rifocillati con il delizioso farro alle zucchine preparato da Valentina, registratore alla mano e parto con l'interrogatorio.
Cosa fanno gli NTA?
Non Temere Antropos produce musica eterogenea, perché è eterogeneo ed ogni componente introduce le sue influenze ed i suoi trascorsi musicali.
Come mai vi chiamate Non Temere Antropos?
-È il nome del wi-fi del mio vicino, che viene puntualmente bistrattato dalla moglie che lo chiama stronzo, lo mena pure... lei è super-mega avvocato di estrema destra; lui è impiegato di banca e lo vedo uscire tutte le mattine,e sta male, nella sua utilitaria in giacca e cravatta, arrabbiato che non sa perché va al lavoro... E l'unica cosa che ha potuto scegliere è il nome del wi-fi che è Non Temere Antropos, un'esortazione a sé stesso: in questo mondo in cui vai a casa, ti prendi le parole...
-... e non sei sicuro, non sei minimamente felice nemmeno a casa tua.
- Non Temere Antropos vuole essere un'evasione.
... E pensate che questa storia sfocierà in un omicidio?
-Non lo so, ma un posto nel freezer lo tengo sempre libero per un pezzo di moglie.
Con una parola a testa, potete dirmi da quale genere provenite? Così cerchiamo di mettere insieme i pezzi del puzzle.
-È più complesso di così... Però diciamo che vengo dal progressive metal e rock.
-Io suonavo alt rock italiano.
-Ambient. E anche classica.
-Una sola parola? Grunge.
Una band progressive alternative ambient grunge.
Nemmeno il più esperto degli alchimisti sarebbe in grado di mescolare questi generi.
Questo è il bello della musica. Abbatte le barriere, appiana le divergenze ed unisce i cuori verso un'unica meta.
SALMONELLO
RAL 3022 ROSA SALMONE #07 - E il corteggiar m'è dolce in questo mare
La rubrica di Salmon che parla DI, AL e CON quello strano organo pulsante che sta tra le branchie e la vescica natatoria e spesso confonde le acque limpide del mare interiore.
Da pinna a pinna, da branchia a branchia,
sempre Vostra
Salmona Pastura
salmonapastura@gmail.com
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Questo mese, miei amati salmoncini, la temperatura si è alzata anche qui nei mari movimentati del sud dove vivo io e - come ogni anno - si assiste allo spettacolo felice del corteggiamento. (Ho detto corteggiamento, non accoppiamento!)
Il cavalluccio marino maschio, ad esempio, si impegna ogni mattina in una “danza nuziale” al sorgere del sole a seguito dalla quale la ballerina prescelta passa dall’arancio sbiadito ad bel color carota fluorescente (che poi sarebbe il loro modo di arrossire, ndr). Se poi il ballo è gradito, i due filano affiatati e complici come Fred Astaire e Ginger Rogers, fino a che non decidono di appartarsi dietro la prima alga … e quel che succede, succede.
Ora mi domando, pesciolini: perché voi no? Cioè dai, ce la fanno i cavallucci marini, che in tutto l’Oceano non brillano certo per essere quelli con la scatola cranica più piena, e voi no? Eh lo so, qualcuno ve lo deve dire.
Cari salmonidi umani, io le sento le ragazze che si lamentano perchè non incontrano qualcuno che le faccia andare in brodo di giuggiole. Ma state tranquilli che zia Salmona è qui apposta per lasciare i sassolini sul vostro cammino e farvi arrivare dritti al secondo appuntamento. E dico secondo, perché forse al primo ci arriviamo tutti, anche solo per curiosità o asfissia, ma è MERITARSI il secondo che fa la differenza. Quindi, prendete carta e penna, perché adesso potrei aprirvi le porte dello stargate che vi traghetterà oltre l’Acheronte del fallimento amoroso.
Andiamo per punti, cari pesciolotti:
1. MAI e ripeto MAI fatevi venire a prendere sotto casa, siate cavalieri e offritevi sempre di andare a prendere la vostra sospirata bella. Se lei per caso non gradisse rivelarvi il suo indirizzo, proponetevi di trovare un punto d’incontro che sia perlomeno equidistante tra i vostri rispettivi punti di partenza.
2. Se non vi incontrate in maniera romanticamente ottocentesca a piedi o in bicicletta, un capitolo va dedicato all’auto.
Musica a palla: NO, sembra non la gradiate sentir parlare.
Canzone alla radio, a tutti e due scappa di canticchiarla: PRENOTA LA CHIESA.
Auto tirata troppo a lucido: NO, crederà sia l’auto di vostro padre che dovete rendere entro mezzanotte
Auto normalmente disordinata: SI, anche lei lo è. Si sentirà compresa e non penserà che vi piacciono più le auto delle donne.
Mano sulla coscia al secondo semaforo: NO, calmatevi.
3. Cosa fare è fondamentale. A meno che non siate riusciti a strapparle un Sì con un specifico pretesto, che perciò dovete assolutamente rispettare, io consiglio di partire già con qualche idea ben chiara in testa.
Quindi:
NO a mercanteggiamenti di mezz’ora a suon di “Decidi tu, no dai tu, no ma dai come vuoi tu,…”
Sì a “Senti, ho pensato una cosa: che ne dici se andiamo .. ?”
4. Siate sorridenti e anche se sapete che i vostri occhi stanno dicendole che è a dir poco meravigliosa con quel vestito e i capelli le stanno benissimo così .. voi respirate, salutatela e scegliete una sola cosa dire, un ciao e un complimento solo, non di più.
Poi, se tutto va bene, le cose dovrbbero venire da sé.
La lista delle cose da fare e dei consigli che vi posso dare è ancora estremamente lunga ed articolata, credo dovremmo riprenderla dopo le vacanze. Nel frattempo esercitatevi su questi pochi e semplici punti. Buon lavoro pesciolini, che l’estate vi sia propizia!
SALMONA PASTURA
Disco del mese - Clap!Clap! - A Thousand Skies (LE SONORITA’ DEL MONDO)
(La giusta dose di musica a tranci da conservare durante il mese)
Sarà che in tempi di crisi c’è bisogno di mettere da parte più cose possibili, per questo e per altri mille motivi futili, vi consigliamo un disco ogni mese da stivare con cura vicino alle conserve della nonna!
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Oggi vi descrivo, il nuovo album, di uno dei pochi artisti Italiani che mi rende fiero di essere nato in questo paese. Non che questa informazioni vi possa interessare più di tanto, ma fino a prova contraria scrivo quello che mi va di scrivere.
Da una buona parte del clubbing Italiano è conosciuto come “DIGI G’ALESSIO”, oppure come “BRUNO VESTAX, BRUCIO BATTISTI, WOJTYLA SUNRISE”. Con qualsiasi nome voi lo conosciate, oppure no, lui è Cristiano Cristi e da qualche anno porta avanti un progetto bellissimo che si chiama “Clap!Clap!” . A dover di cronaca, o semplicemente per regalarvi informazioni che tanto da soli non avreste mai capito, questo progetto parte con uno degli ultimi lavori rilasciati sulla label “LUCKYBEARD” di “PHRA (Crookers)”. Il primo vero cambio di sonorità lo si è notato con “IVORY - EP”. Un ep passato sottotraccia, perchè in quel momento anticipava tante sonorità, troppe per tutti noi. Non erano di certo produzioni che si aspettavano da lui in quel preciso contesto storico. Ma Cristiano, ci ha sempre abituato ad essere troppo veloce per tutti noi e per il mercato Italiano. Ha fatto la trap e la bass ancora prima che “Hudson Mohawke” arrivasse nel nostro soundcloud. Ha anticipato la ghetto techno, il future pop, qualsiasi cosa vi venga in mente, lui l’ha fatta prima di tutti e prima di tutti si è stancato. La sua definitiva consacrazione, perchè senza una dannata consacrazione non si arriva da nessuna parte, è stato l’album “Tayi Bebba” per la stessa label “Black Acre” per la quale ha rilasciato anche “A Thousand Skies”.
Se il nome di questa label non vi dice nulla, allora cari ragazzi, vi consiglio di smettere di leggere, e digitare il sito “Amici” per dedicarvi a qualcosa che vi appartiene realmente. Cristiano ha fatto tanta strada, senza mai staccarsi dalla terra e dalla natura. Sempre legato morbosamente al contesto che lo circonda, nel suo percorso artistico, con la stessa semplicità con la quale “Curry” scartella da tre in “NBA”, ha saputo coglierne tutti i frutti. Amante del campionamento, delle linee di drum spezzate, ricercatore metodico di suoni e perfezionista, Cristiano è sempre stato anticipatore di sonorità senza mai dimenticare le sue origini. Da “IVORY” a “A Thousand Skies”, c’è una linea sottile che viene mantenuta, migliorata ed ampliata. Da Firenze ai remoti luoghi dell’Africa, passando dalla Sardegna e mettendoci dentro anche qualche goccia di Sesto San Giovanni. L’album scorre veloce, è facile perdersi al suo interno. Vi consiglio di ascoltarlo più e più volte. La passione di accurate stesure come in “Ar-Raquis”, la sua follia più pura presente in “Nguwe” fino a sonorità più “warpiane” presenti in “Witch Interlude”. Un lavoro complesso ma allo stesso tempo lineare. Il produttore Fiorentino sa sorprenderci, mettendosi sempre in gioco con tanta autoironia ed estrema professionalità.
Auguriamo una lunga vita artistica a chi di gavetta ne ha fatta davvero tanta. E’ partito dal basso con fatica, giorno dopo giorno ha saputo infondere l’amore verso la musica ed il mondo in ogni sua produzione. Che sia per passione, per ozio o per meritato interesse, il progetto “Clap!Clap!” va ascoltato e sostenuto. In un mercato musicale chiuso da limiti e standard, la follia diventa l’unica soluzione per produrre qualcosa di davvero innovativo.
Senza sapere il suo prossimo nome, senza legarci troppo al suo passato artistico, Cristiano saprà sicuramente portare la nostra mente in giro per il mondo, solamente schiacciando play.
Vi consiglio di smettere di perdere i vostri soldi in inutili aperitivi infra settimanali per recarvi ad un suo live solista o con band in queste prossime date:
21/07 MusicalZoo, BRESCIA (IT)
30/07 Live Band \ WOMAD Festival, WILTSHIRE (UK)
05/08 Mish Mash Festival, MILAZZO (IT)
08/08 Farm Festival, CASTELLANA GROTTE (IT)
11/08 Le Printemps De Bourges, BOURGES (FR)
15.08 Live Band \ Musikfestwochen, WINTERTHUR (CH)
18.08 LOWLANDS Festival, BIDDINGHUIZEN (NL)
25.08 Bussey Building, LONDON (UK)
27.08 SHAMBALA Festival, NORTHAMPTONSHIRE (UK)
31.08 Live Band \ Home Festival, TREVISO (IT)
22.09 La Niut Tropique, UTRECHT (NL)
23.09 Koninklijke, DEN HAAG (NL)
Tommy in Salmon
Gran Gala' della morte - parte seconda
Parte seconda.
La prima parte la potete trovare qui.
Febbraio, 1882.
L’uomo è riverso sulla poltrona di velluto rosso, in una delle prime file.
La dama al suo fianco si asciuga le lacrime con un fazzolettino bianco che fa pendant con il cappellino dal dubbio gusto. C’è anche un dottore, un omino magro dal naso a punta e gli occhialini da miope che rendono i suoi occhi due enormi sfere dalle tonalità di grigio. C’è pure l’Ispettore Martini in alta uniforme. Appena mi vede alza gli occhi al cielo e maledice gli affreschi.
Ci siamo tutti al gran galà della morte, trastullati dalle viole di Brahms.
- Infarto – certifica il dottore con una voce che risuona un pochino antipatica.
Il volto della vittima è una smorfia di dolore.
- Si è lamentato durante il concerto? – domando io alla donna che continua ad asciugarsi le lacrime.
Vedo con la coda dell’occhio che l’amico Salgari prende appunti sul suo taccuino.
- Si è comportato come sempre – mi risponde la nobile – Gli bastavano due minuti di musica per mandarlo nel mondo dei sogni. L’ho lasciato fare e mi sono goduta il concerto. Solo al riaccendersi delle luci mi sono accorta che qualcosa non andava.
Mi avvicino al cadavere.
Non gli tasto il polso, non serve. Vedo il dottorino guardarmi di sottecchi, invidioso e pronto a far polemica. Ci stiamo sui coglioni, siamo pari insomma.
- Si chiamava Enrico Simoni – mi sussurra Salgari – Uno dei primi notai della città.
- Segni particolari? – gli domando, facendomi sentire dall’Ispettore Martini che manca ancora una volta l’appuntamento con il destino: quello cioè di far bene il suo lavoro.
- Non gli piaceva quella cosina là… - lascia intendere il giornalista con un sorriso malizioso.
Il notaio è stato avvelenato.
Espongo il mio pensiero e il dottorino salta su come il demonio.
Lo tengo a bada e gli propongo di avvicinarsi alla bocca della vittima.
- Qualche odore particolare? – gli domando lanciando la sfida a chi ce l’ha più lungo.
- Non sento niente – risponde lui improvvisamente paonazzo.
- Sarà il raffreddore – lo giustifico io leggermente malizioso – Mandorle.
Uguale cicuta.
- Articolo bomba – accenno a Salgari mentre torniamo nel foyer gremito di gente e di curiosità.
- Meglio dei pirati e delle tigri – mi risponde lui accennando ad uno dei camerieri che serve bollicine nei flùte di cristallo.
Questo ci vede e si ferma di colpo.
La sua faccia conferma la sua colpa mentre la dama alle nostre spalle stramazza al suolo.
L’uomo fa per scappare.
Ci lancia addosso il vassoio con i bicchieri che si frantumano e il loro liquido schizza su pantaloni e calze di seta. In quel momento accade qualcosa d’incredibile: Martini sbuca dal nulla e con uno spintone spedisce il fuggitivo contro il muro. E’ una botta così forte che lascia l’uomo a terra, intontito.
Frughiamo nel taschino della sua giacca e troviamo la fialetta che conteneva il veleno.
Idiota ed assassino!
E’ quello che gli urla anche la gran dama ripresasi dal collasso, anche se non ricordo l’ordine dei complimenti. So solo che è una pessima attrice. Il richiamo della carne da una parte e l’avidità dell’altra hanno trasformato questi due scemi in assassini da quattro soldi.
Faccio un cenno all’Ispettore Martini e lo ringrazio.
Lui ricambia mandandomi a fanculo.
E pensare che trovavo queste serate di una noia mortale.
Smokey Salmon

Book_oncini - La figlia oscura di Elena Ferrante
Libri che ti servivano, e neanche lo sapevi
Leggere, se vogliamo, è l'ultimo atto intimo che ci è rimasto. È pure tempo rubato, va bene. E allora, via, una volta al mese, derubiamoci.
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Main dish: "La figlia oscura" di Elena Ferrante (2006, edizioni e/o)
Pagine: 139
Tempo di masticazione: due ore qualsiasi che diventano due ore di senso e non si capisce bene come
Da provare: quando non andiamo al lago o al mare o a trovare nostra madre da troppo tempo
Indicato per: chi si sente sempre segretamente un impostore nel suo mestiere o nelle sue relazioni
Sapore: un'arancia sbucciata con amore
Assaggi:
- "Stavo solo attenta - quando mi tiravano per la gonna, quando dicevano che avevano fame o volevano un gelato o pretendevano un palloncino dall'uomo dei palloni che era lì ad un passo - a non urlare basta, me ne vado, non mi vedrete più, esattamente come faceva mia madre quando era disperata. Lei non ci lasciò mai, pur gridandocelo; io invece lasciai le mie figlie quasi senza annunciarlo".
- "Che senso aveva polemizzare con lui, dirgli: sono stata dentro un'onda di donne nuove, ho cercato di essere diversa da tua moglie, forse anche da tua figlia, non mi piace il tuo passato. Perché mettersi a discutere, meglio questa calma nenia dei discorsi abusati".
- "Mi cercavano spesso anche loro, in particolare Bianca che aveva con me un rapporto più imperiosamente esigente, ma soltanto per sapere se le scarpe blu stavano bene con una gonna arancione, se potevo rintracciare certi fogli lasciati in un libro e spedirglieli con urgenza, se ero sempre disposta a lasciarmi scaricare addosso le loro rabbie, le infelicità, malgrado i continenti diversi e il cielo lungo che ci separava."
Perché:
Innanzitutto perché si legge da solo. Un libro prezioso che ti squarcia nella fessura di un pomeriggio. E' la storia di Leda, donna colta di origini napoletane che va in vacanza al mare. Ci va da sola, visto che le figlie sono grandi e vivono dal padre in Canada. Quei giorni di spiaggia spesi a guardare la giovane vicina di ombrellone alle prese con la sua bambina, si tramutano in una giostra di sorprendente dolore, o meglio di frantumaglia. Se masticate Elena Ferrante da un po', questa parola ha già preso cittadinanza nel vostro dizionario, quindi perdonate la sosta formativa che impongo a tutti gli altri. Tra le pagine de "La figlia oscura" è messa in scena la psicopatologia perfetta della frantumaglia, un sentimento di malinconica contraddizione che è la cifra dell'autrice e pure una piccola ruberia al vocabolario di sua madre. «Lo usava per dire come si sentiva quando era tirata di qua e di là da impressioni contraddittorie che la laceravano. Diceva che dentro aveva una «frantumaglia». La parola per un malessere non altrimenti definibile rimandava a una folla di cose eterogenee nella testa, detriti su un’acqua limacciosa del cervello». In buona sostanza è una melma emotiva che non conosce età o estrazione. Tutte le donne della Ferrante, fiorite e sfiorite romanzo dopo romanzo, ne sono afflitte. La volete semplice? Si tratta di quel faticoso istante in cui ti senti una persona meschina in ogni tua innocenza. Ti accusi, ti colpevolizzi e inizi a martoriare quello che sei stato o come lo sei stato. Non si scappa da quei giorni. Quelli nei quali ti rendi conto che abiti una vita che ti è accaduta, non tua. Eppure ti ricordi esattamente il momento in cui l'hai scelta.
Note tecniche o lì in giro:
La Ferrante ripete l'aggettivo opaco continuamente (volevo mettervi il preciso numero di volte ma l'indolenza estiva mi ha fermato al 24). L'opacità è il terrore di Leda eppure è anche l'unico modo in cui sa amare. Dietro questa parola, forse, si cela anche la segreta ansia dell'autrice così attenta a tenere i suoi romanzi lontani dalla sua esistenza "per un desiderio un po' nevrotico di intangibilità". Nessuno sa, anche se le ipotesi con tanto di prove a supporto si sprecano (qui l'intervista di Nicola Lagioia all'ombra della scrittrice che solo in casi eccezionali risponde alle email) chi si nasconda dietro lo pseudonimo di Elena Ferrante, la certezza la stringe lei e forse qualche fortunato editor di e/o. Dopo il suo capolavoro L'Amica geniale, che il mercato internazionale ha non solo accolto ma consacrato, tutti si sono messi alla febbrile ricerca della sorgente narrativa di quelle righe, per certi versi, indimenticabili. In tutte le vetrine delle librerie americane c'era (e c'è) la Ferrante.

Scrive romanzi di donne controverse e umanissime che camminano su suoli piccoli e soffocanti come possono essere certi paesi - come può essere una certa Napoli - e gli americani li ingoiano, uno dopo l'altro. Forse perché senza ipocrisie, la Ferrante, con un costante e innamorato omaggio ad Elsa Morante, ti fa sfilare davanti tutte le femminili infelicità, dicendoti con rara sensibilità, che va bene così, che l'imperfezione non è l'eccezione ma la regola terribile e dolce della realtà. Che a tutti si frantuma il cuore, una volta o l'altra.
Una specie di morale
Leda, come ogni madre, è mitologica agli occhi delle sue figlie soprattutto per gesti quotidiani. Sbuccia l'arancia come fosse un capolavoro di arte semplice. "Fai il serpente" le dicono le bambine porgendole un coltellino da frutta, un'ora prima che lei le abbandoni. Toglie la buccia per l'ultima volta con la meccanica della normalità e poi esce dalla loro vita "perché ero troppo piena di me per essere madre". Deve correre in quell'altra vita possibile, quella dove poter essere una persona e non una funzione. Uno spazio di mondo dove tra lavoro, amori e luoghi, godere "dell'autonomia delle mie qualità". Perché è un bel miracolo un figlio, ma è anche un arabesco di rinunce. Bisogna domandarsi quanto la responsabilità di un altro che dipende da noi, abbia il diritto di ridisegnarci. Senza affrontare questo interrogativo - forse il più scabroso della storia, perché fa a pezzetti ogni tentativo di sublimare la maternità - ci si riduce per anni al ciglio della propria persona oppure, al contrario, ci si infila in giochi di specchi tardivi e si finisce per fare cose inspiegabili e piuttosto tragiche. Ci si trova così a rubare una bambola ad una bambina conosciuta in spiaggia - come ha fatto Leda - per avere qualcuno o qualcosa da accudire e soprattutto per far tacere il pesante pensiero di una "mancanza inconfessata". Quella di aver amato con una tenerezza distratta.
Salmonita
Sockeye - L'ecovillaggio Cascina Albaterra
Intervista a Mattia Cacciatori

Avevo già intervistato Mattia Cacciatori qualche anno fa, era stato arrestato in Turchia mentre fotografava gli scontri di Gezi Park, all’epoca avevamo parlato di rivolte e fotografia; un paio di settimane fa abbiamo invece parlato del suo ecovillaggio.
Appena sopra le colline di Soave, ora, Mattia vive servendo in una comunità e impiega le sue giornate per costruire qualcosa di grande, e qualcosa di buono, un ecovillaggio. Per adesso, le sue attività principali sono: mungere caprette, lavorare i campi e imparare dai contadini delle valli vicine tutto quello che può essere utile quando si decide di ritornare ad avere un rapporto concreto con la natura.
La storia del passaggio dai fotoreportage a questa nuova realtà è tutta in quest’intervista.
Appena incontro Mattia, in mezzo ad un vigneto, mi dice che dovrò pazientare un attimo perché deve recuperare un alveare.
“Vuoi aiutarmi?”
“Non credo… fai pure, poi parliamo”, rispondo, mentre rimango a debita distanza e fingo di fare una telefonata e di non poter essere disturbato.
Poco dopo, alla fresca ora del tramonto, Mattia mi fa accomodare sull’erba e iniziamo a chiacchierare, intensamente come sempre, come sono abituato a fare con lui in quasi dieci anni di amicizia.
In grassetto le mie domande.
La vera prima domanda, di cui abbiamo già parlato a lungo, è questa: perché abbandonare tutto? Perché mettere da parte un talento come il tuo, decidere di non raccontare più le storie di tutto il mondo, per decidere di fermare tutto e tornare alla natura, ai suoi ritmi e ai suoi segreti?
“Ho vissuto dentro il sistema informazione per molti anni, ed è un mondo che ad un certo punto non ho sentito più mio. Non riuscivo più a vederne la genuinità: per poter fare fotografia di reportage devi impegnarti a conoscere le persone giuste, andare nei posti giusti, vivere delle esperienze che ti cambiano profondamente e poi provare a vendere, letteralmente, le tue storie al miglior offerente. Come in tanti ambiti, anche lì, quasi tutto passa dalle relazioni e le conoscenze e dalla capacità di fare marketing su foto che rappresentano vite e sofferenze.
Molte delle storie che volevo raccontare non venivano valorizzate come avrei voluto. Ai magazine, ai giornali di tutto il mondo, interessano soltanto le cose più truci: andare in Siria per fotografare la vita di un clown è un’operazione dispendiosa e che non porterà a nessun interesse da parte degli editori, almeno fin quando quel clown non morirà. Se venisse ucciso la storia sarebbe vendibile.”

Non ti sentivi più a tuo agio nel vendere storie che parlavano di vite vere.
“Certo, a me è sempre interessato solo raccontare storie, e le mie storie venivano rovinate da necessità editoriali e dalla velocità del mondo dell’informazione. Così ho deciso di smettere.”
Qui il mondo è molto più lento, devo lavorare tanto ogni giorno, ma i ritmi sono diversi. Adoro produrre io stesso le cose che mangerò, e imparare pian piano a fare il miele, il formaggio e via dicendo.”
Però, conoscendoti, questa necessità di cambiamento, questa sensazione che nella società e nei suoi ritmi ci fosse qualcosa di radicalmente sbagliato da cambiare l’hai sempre avuta, già dall’università, questo lo capisco, una cosa però ancora non mi va giù: perché hai smesso di fare fotografie anche per conto tuo? Per te?
“Non ho abbandonato tutto decidendo di costruire un ecovillaggio, sono passato da una comunità prima. E questo si lega alle storie e alla fotografia: la macchina per me è un mezzo per fare foto e raccontare storie, cercavo in ogni momento qualcosa da narrare alle persone che mi stanno vicine. Ora che so chi sono io sento che non ho più bisogno di farlo, al posto di raccontare le storie posso cambiare dal di dentro le storie delle persone, anche se poter raccontare la vita degli altri rimane qualcosa di incredibile.
Quando sono entrato nella comunità ero accerchiato di persone che avevano dei bisogni concreti, persone che al posto di dire: “fammi una foto”, chiedevano: “devo andare al SERT, mi accompagni?”. E allora prendevo il furgone e andavo al SERT, e andava bene così. Mi sembrava fosse più giusto quello.”
Raccontami di più, sulla comunità.
“Avevo bisogno di rallentare, e di mettermi a disposizione del prossimo. Per il primo periodo non ho fatto altro che servire, fare tutto quello che mi veniva chiesto e che c’era bisogno di fare. Mi davano vitto e alloggio e in cambio mi hanno insegnato a vivere veramente insieme, dispensando e ricevendo amore come unica base dei rapporti umani.
Dopo un certo periodo ho pensato che sarebbe stato interessante fare il giro del mondo a piedi: ho trovato lavoro in un ostello a Capo Horn, ho cercato una barca per l’Antartide e iniziato a scalare montagne di quattro mila metri. Ma lì, con due turisti che mi accompagnavano, sul crinale della montagna, decido di abbandonare tutto e tornare a casa. Ero stufo di stare da solo, avevo appena scoperto cosa voleva dire stare con le persone, amare, nella comunità e volevo, dovevo tornarci.”

Anche scalare da soli delle montagne è un ritorno alla natura, mi pare. Vorrei ripercorrere con te, brevemente, il sentiero che parte dal giro del mondo in solitudine e giunge fino al cercare di costruire un ecovillaggio. Di fondo è un sentiero che segue una sola grande direzione: il modo diverso di intrattenere un rapporto con la natura.
“Il bivio fondamentale è stato la comunità. Tornare alla natura significa o chiudersi un eremo da soli, che è una scelta che condivido pienamente, oppure provare a creare una rete sociale, un ecovillaggio. Io, quando ero in comunità dovevo pensare non più solo per me stesso, ma per 17, 20 persone contemporaneamente. In quei momenti ho iniziato a pensare a come potessimo tutti insieme produrre da soli quello di cui avevamo bisogno. Mi sono chiesto come si fa la pasta, come si fa il formaggio, eccetera… ho trovato poi questa terra, e ho scoperto che forse la mia idea non era così utopica, forse tutto era possibile.”
Mi sembra di capire una cosa: hai iniziato a pensare all’ecovillaggio quando la tua necessità di ritorno alla natura si è fusa con l’idea che sarebbe stato meraviglioso tornarci in tanti, tornare insieme: più persone con più necessità, ma anche con più potenzialità. Io l’idea di ecovillaggio me la figuro così: un ritorno alla natura comunitario. Sbaglio?
“C’è molto altro, ma sì, l’idea di ecovillaggio è quella di un vero e proprio villaggio dove ognuno ha una casa, separata dalle altre, e crea una rete sociale e produttiva che riesce, più o meno, ad autosostenersi. A me piace definirlo così un ecovillaggio: un luogo dove le persone più disparate vivono in comunità intenzionali nel rispetto reciproco, nel rispetto dell’ambiente che le circonda e del contesto che le ospita
Poi, ovviamente, nessun ecovillaggio è uguale ad un altro: ogni gruppo va a sviluppare il modello di vita che più gli si confà. La filosofia di fondo è quella di cercar di vivere insieme, uscendo dal paradigma dello sfruttamento ed entrando in quello di prendersi cura.”
Ma questo non lo vedi, un po’, come un ritiro dalla società? Come un rifiuto di volerla cambiare per ritirarsi in un idillio dove tenere i problemi all’esterno?
“Per alcuni forse è così ma noi vogliamo fare qualcosa di diverso: noi abbiamo scelto di vivere nel tessuto sociale di cui facciamo parte, anche per questo siamo così vicini a Soave. Scegliamo di essere parte di questo mondo e non di fuggire, scegliamo di stare tra le persone e di regalare a chi vuole un luogo dove imparare a lavorare la terra, a fare il formaggio, ad avere a che fare con le api…
Noi vogliamo trovare un modo diverso per stare insieme, tutti, non per ritirarci in solitudine.”
Ma se io, domani, decido di costruire un ecovillaggio, non ho idea nemmeno dove iniziare a fare in modo di produrre qualcosa dalla terra. Come hai fatto tu?
“Subito è stato un dramma in effetti, mi hanno dato in mano la gallina e io ho cercato di capire dove avrebbe fatto l’uovo. Quando ho comprato delle capre sapevo che avrei fatto il latte, ma come si munge una capra? Come si nutre una capra perché faccia proprio il latte che vuoi tu?
Anche qui, la risposta la dà la comunità: ho iniziato a provare da solo, poi sono andato a prendermi il latte per fare il formaggio, ho iniziato a chiedere a questo e a quel contadino come facevano loro a risolvere gli stessi problemi che avevo io. Tutti sono stati gentilissimi e tutti mi hanno dato consigli essenziali. Già all’inizio, forse, mi sentivo parte di una comunità… oggi sono in grado di farmi il formaggio da solo, quasi un chilo al giorno. So portare le capre al pascolo, gestire le api, e molto altro… tutto questo studiando e parlando con chi prima di me e da sempre faceva questo lavoro.”

Ok ma di queste cose tecniche io non ci capisco niente, ho bisogno di fare della filosofia, di capire cosa sta dietro a tutto questo: qual è, per te, lo scopo finale di tutto quello che stai provando a fare con Cascina Albaterra? E perché stai meglio ora che quando facevi foto?
“Perché reputo che questo sia importante per me, ora. Preferisco alzarmi alla mattina alle sei e dover fare il latte, studiare e dover conoscere tutti i nomi delle piante – ti assicuro che è molto impegnativo – tutta questa consapevolezza di quello che prima mi sembrava non esistesse nemmeno, mi dà molto di più della macchinetta.
Lo scopo ultimo? Credo siano sempre e comunque le persone. Adoro vedere gente che viene a vedere, ad aiutare, ad imparare qualcosa. Vorrei insegnare alle persone a far entrare la natura nelle loro vite, anche piccole cose, non c’è bisogno di fare scelte radicali: che imparino a coltivarsi i pomodori nel poggiolo. Chi viene qui può liberamente imparare tutto quello che facciamo. Vorrei e vorremmo cambiare le vite a partire da questi piccoli gesti.”
Il 30 luglio Cascina Albaterra terrà una giornata di open day, in cui sarà possibile scoprire la realtà che sta divenendo. Vi consiglio di venire, noi di Salmon ci saremo di sicuro.
Perché?
Perché tutti abbiamo una vocazione e una necessità di ritorno alla natura, le gite in montagna, al mare, le immersioni al lago, le foto dei fiori, i tramonti che amiamo assaporare, tutti questi sono segni di questa necessità che riusciamo a sfogare solo a piccole dosi.
Due sono le strade che abbiamo per tornare all’essenzialità della terra: perderci dove finisce la società, oppure imparare a gestire e rispettare il crescere degli esseri viventi vegetali o animali dalla natura stessa. Imparare, o re-imparare, un sapere che l’umanità è stata costretta a creare nei secoli e che, grazie alla settorializzazione della società, ci siamo permessi di dimenticare.
Se sentiste la necessità di seguire questa seconda strada sappiate che ora avete una spalla su cui appoggiarvi, che si chiama Mattia e che si chiama Cascina Albaterra.
E, credo, non sono mai stato tanto vicino dal sentire fisicamente il brivido di una rivoluzione che ha inizio.
