Martina racconta è Cucina
Proseguendo nel nostro intento di conoscere e far conoscere le realtà che popolano il quartiere di Veronetta, siamo andati a fare due chiacchiere con Martina, proprietaria con il marito Alessandro di “è Cucina”, scuola di cucina coi fiocchi in via XX settembre. Ecco cosa ci ha raccontato...
Ciao Martina! Prima domanda classica: quando e come avete aperto?
Siamo aperti da 10 anni, abbiamo festeggiato da poco il decimo anniversario dal primo corso di cucina. Abbiamo iniziato con due corsi a settimana, ora abbiamo 130 corsi a semestre! Inizialmente eravamo mio marito, mio fratello ed io, è una passione di famiglia perché il nonno era pasticcere; tutti e tre venivamo da lavori diversi, mio fratello è architetto, la mia grande passione è sempre stato ballare, sono stata ballerina qui e a Parigi e poi sociologa, mio marito Alessandro invece è arredatore di interni e in effetti è lui che ha messo le mani nel locale; un giorno siamo passati qui davanti, la falegnameria era in vendita, abbiamo sbirciato dentro e ci è saltato in testa di partire con questo progetto. Quando l'abbiamo visto la prima volta era distrutto, ma era ampio e molto luminoso e si è deciso di ristrutturarlo.
Ballerina, sociologa, pasticcera...
Si, sempre lavori creativi, manuali, dove è implicato il corpo. Per me dalla danza alla cucina il salto è stato dolce, spontaneo: pensa che ho fatto una performance di danza-cucina con cui ho vinto un premio ed ho partecipato ad un festival a Edimburgo. Nella pratica eseguivo una ricetta danzando, vestita da cuoca, e durante questa ricetta il corpo gradualmente prende vigore e danza, questa volta con il tutù; la ballerina che viene fuori dal cuoco...nel mio caso, dentro la cuoca c'è sempre la ballerina.

È interessante questo legame tra danza e cucina attraverso il corpo: avete mai provato a riproporlo qui?
Si, ci abbiamo provato per qualche anno: una sala era adibita alla danza, c'è ancora lo specchio al muro; purtroppo gestire una scuola di danza ed una di cucina contemporaneamente era davvero troppo impegnativo. Ai tempi eravamo un'associazione culturale, poi abbiamo deciso di continuare solo l'attività della scuola di cucina. In quel periodo abbiamo proposto delle cene a tema, ricordo ad esempio quella volta in cui si ballava danza del ventre e di là si preparava cous cous marocchino!
E qui a Veronetta? È stata una casualità aprire qui?
Noi viviamo qui in Veronetta, ci piace molto, anche se in realtà negli anni abbiamo cercato altri posti perchè come sai è stata un po bistrattata, il tratto qui in fondo verso Porta Vescovo in particolare; però ultimamente da Interrato dell'acqua morta e piazza Isolo qualcosa sta cambiando, il problema è che a livello di clienti ti senti dire che non c'è parcheggio, che è pericoloso, le solite cose che vengono fatte risaltare mediaticamente. Io personalmente amo Veronetta e alla fine non siamo mai riusciti a spostarci, alla fine l'anima di è Cucina è anche il luogo.
Spiegaci la ricetta dei vostri corsi: come suddividete gli aspiranti cuochi?
Beh, intanto tendenzialmente su 100 studenti 60 sono donne, anche se il numero di uomini è in aumento soprattutto nei corsi che riguardano carne e pesce. I corsi sono tematici, di tre ore o di più lezioni, c'è pasticceria, pizza e tanto altro. Quando abbiamo iniziato eravamo in due cuochi con pochissima attrezzatura, si parlava ancora di corsi per le casalinghe; ora, per fortuna, non se ne sentono più. Oggi tante persone stanno imparando a interessarsi di cucina, tanta gente se ne intende e di conseguenza i corsi non sono più basici, il livello è molto cresciuto.

E questa febbre da Masterchef ha fatto la sua parte? Tanta gente segue i talentshow di cucina...
Si, hanno giocato il loro ruolo, sia in bene che in male! In tanti hanno un idea un po' astratta, romantica della cucina; in realtà il cuoco, come dice Alessandro, è uno scaldabistecche! Siamo cuochi, artigiani che usano le mani, credo che quest'idea dello chef come una star sia un po' montata. Certamente ha contribuito al boom che ha avuto la cucina negli ultimi anni, ne sono convinta.
Tra l'altro so che fate gare aziendali di “team building”, in cosa consistono?
Si, organizziamo gare di team building nella sua versione di “team cooking”: domani per esempio abbiamo una gara di pizza, i giudici sono i nostri cuochi che valuteranno la pizza migliore.
Come attività abbiamo i corsi, facciamo servizi di cuoco a domicilio, adesso inizieremo a produrre qualcosa in laboratorio con la nostra pasta madre: per il momento abbiamo venduto i panettoni e le colombe. Mio nonno ci ha lasciato la ricetta di una focaccia molto particolare e la stiamo ristudiando, in modo da produrla e venderla. Abbiamo uno spazio adibito a laboratorio, siamo appassionati di lievitati e di cucina vegetariana e vegana: io sono specializzata in vegetariana e vegana a Milano, Alessandro si sta perfezionando in pane e lievitati!
Qual è il corso che va per la maggiore?
Banalmente mi viene in mente il sushi! È uno dei primi corsi che abbiamo inserito, abbiamo sempre collaborato con dei cuochi giapponesi. Vanno alla grande i corsi di coppia, in cui si cucina insieme alla stessa postazione: l'ultimo che abbiamo proposto, “Sex and the Kitchen”, è stata una bella esperienza, l'età è molto varia e le coppie si divertono molto. A noi interessa sviluppare maggiormente i corsi con i ragazzi: abbiamo infatti due Accademie per ragazzi, uniche in Italia a quanto ci risulta: la Junior Chef Academy e la Junior Bakery Academy!Quest'anno abbiamo avuto una ventina di giovani dai 9 ai 12 anni, vorremmo far crescere questi corsi che insegnano ai ragazzi le basi della cucina professionale e li educano ad ampliare la gamma di ingredienti, solitamente scarsa e monotona, che utilizzano. Sono impegnativi, si parte dalle basi della cucina e si giunge al traguardo in cui i ragazzi a fine corso cucinano per le famiglie, anche per 50 persone.

In che modo procedete alla selezione dei prodotti?
Negli anni ci siamo evoluti e abbiamo preso posizione: stiamo intraprendendo un percorso per diventare scuola di cucina ecosostenibile e biologica, per questo motivo i nostri partner sono NaturaSì, che ci permetterà di avere più del 70% di prodotti bio, Cà Magre, che ci rifornisce di prodotti bio del territorio, collaboriamo con slowfood, utilizziamo la Grisa della Lessinia ed i prodotti dei presidi. Il fatto che ci piace la cucina vegetariana non significa che non utilizziamo carni, purchè la scelta sia etica: la macelleria di fiducia Carlo Alberto Menini ci fornisce carne di un certo tipo, carne Grass Fed; in questo percorso di presa di coscienza siamo riusciti anche ad eliminare la plastica, usiamo solo materiale compostabile!
Ed i clienti? Tornano a salutarvi come si faceva a scuola?
Abbiamo tanti clienti affezionati che ci seguono da anni, ti racconto un aneddoto divertente. Il primo anno non riuscimmo a far partire neanche un corso, ed una signora aveva già pagato per frequentarlo; da quel momento a quella nostra prima cliente regaliamo un corso ogni anno!
RAL 3022 ROSA SALMONE - Di quando facciamo come le libellule
Ieri risalivo fino al Delta del Po, sapete quella zone leggermente acquitrinosa non troppo lontana da Verona in cui moltissimi nonni vanno in vacanza? Ecco, lì.
Lì, oltre ad una discreta rappresentanza delle più svariate versioni di zanzare dalle basic alle deluxe, vive una colonia di libellule. Osservando i loro voli e masticando un po’ di libellulese ho evinto che le libellule femmine hanno un metodo infallibile per sfuggire alle avances spinte dei loro corteggiatori maschi: si fingono morte.
L'ho trovato geniale da un lato, leggermente sadico dell'altro … ma a conti fatti straordinariamente efficace. E poi pensavo: non è la stessa cosa che fate anche voi umani?
Non tanto quando dite di avere il mal di testa, ma quando, se qualcun* vi marca stretto, voi fate quella cosa che vi piace chiamare ghosting. E non sono certo qui per condannarvi, ci mancherebbe: quella di sparire è una fine arte, frutto dell'equilibrio tra doppie spunte blu, mancati accessi ed infinite notifiche lasciate pendenti.
Sappiamo che libellule lo fanno con i corteggiatori con i quali non hanno nessuna intenzione di accoppiarsi, ma sappiamo cosa pensano i libelluli rimbalzati con questo duedipicche così teatrale?
No, ma credo di potervi dire cosa pensano gli esseri umani:
che grandissim* stronz*!
E ve lo dico perché, anche se sono solo un pesce, l'ho pensato un sacco di volte anch'io. Ma sbagliavo.
Non era esattamente uno stronzo, era che avrei dovuto capirlo al secondo messaggio andato a vuoto che non gli piacevo … e lui non aveva abbastanza squame sullo stomaco per dirmelo.
Credetemi, avrete risolto almeno il 73% dei vostri problemi se al posto di incaponirvi su qualcun* che chiaramente non vi vuole, penserete: "Ma sono scem* io a darti ancora retta".
SALMONA PASTURA
Intervista al Circolo Cañara
Proseguendo nel nostro intento di conoscere e far conoscere le realtà che popolano il quartiere di Veronetta, siamo stati a fare due chiacchiere con Claudio, Oscar ed Ale del Circolo ARCI Cañara, tappa obbligata nel racconto della fauna del quartiere. Per comodità ed a scopi evocativi, immaginate che le loro parole si siano fuse per dare vita a quelle del Signor Cañara, vero interlocutore della nostra intervista...Ecco cos'è saltato fuori!
Cañara anno zero: raccontateci come tutto è iniziato...
Beh, quando siamo partiti non c'era nessuna base politica o di discorsi complessi, l'intento era quello del gruppo di amici che si trovano per una birretta: si suona, si gioca a calcetto, dinamiche proprio da compagnia, da aperitivo tranquillo senza paranoie. Niente di diverso dal trovarsi in garage da Oscar o in taverna da Ale. A livello personale potremmo definirci apolitici e l'ingrediente segreto della nostra ricetta è che siamo una grande famiglia. Per quanto riguarda le nostre proposte, siamo molto eclettici: si gioca a calcetto e a risiko, si assiste ad un live jazz o rock’n’roll o si ciacola al banco... insomma il cliente si deve trovare a proprio agio e fare un po' quel che vuole. Siamo tutti appassionati di calcio, in caso non si fosse capito.
Quando avete aperto?
Nel 2010, dopo un paio di mesi di lavori di ristrutturazione: siamo subentrati all'Esposta, associazione culturale molto diversa concettualmente dalla nostra. Eravamo tutti disoccupati, quindi si è deciso di aprire quest'attività insieme, una bella squadra. Siamo partiti che avevamo 27-28 anni. Con gli anni c'è stata una grande evoluzione: l'età media, dall'inizio, si è abbassata di almeno 10 anni! Per starci dietro, per riuscire a ringiovanire un po' il target, abbiamo coinvolto altri due ragazzi, Sam e Lorenzo, che organizzano il Mercoledì al Cañara, l'aperitivo Black and White, con buffet e concerto. Abbiamo fatto incontri con i ragazzi di One Bridge to Idomeni, cene culturali, tante nuove attività. Un'attività che ci rende orgogliosi è la collaborazione con Box 3:36am, nuova realtà sorta in seguito al terribile terremoto del centro Italia del 2016: è una rete di associazioni veronesi sensibili al dramma del terremoto, raccogliamo fondi tramite eventi e donazioni.

Siete un'associazione culturale, una delle poche qui in città...
Si, siamo un circolo Arci, contiamo più o meno 600 tesserati. Il problema è che a Verona siamo gli unici, quindi la gente storce il naso per fare la tessera perchè la utilizzi solo da noi. In realtà la tessera è importante, perchè intanto diventi socio dell'associazione Cañara ma poi dai un contributo all'Arci a livello nazionale. Son 10 euro ben spesi, anche perché l'Arci ha convenzioni con musei, cinema, fiere in cui entri a prezzi scontati.
Rispetto al 2010, in che modo si è trasformato il Cañara?
Intanto a livello interno, dei 4 fondatori siamo rimasti in due, Oscar e Claudio. Con il tempo si sono aggiunte altre persone come Chris, Ale e Lorenzo che hanno portato nuove energie e questo è importantissimo, perché riusciamo a rinnovarci ed a trovare stimoli. A livello musicale, inizialmente eravamo indirizzati molto al jazz. Ora abbiamo allargato la proposta, il sabato live è diventato un appuntamento fisso: spazia dal rock al jazz, dal folk all'elettronica, i nostri unici limiti sono lo spazio e i volumi. Come da copione iniziale si gioca a biliardino, a risiko eccetera; di recente abbiamo sistemato ed aperto il piano superiore, con tavoli e poltrone per giochi di società.

Il cliente del Cañara è cambiato negli anni?
Direi di sì. Le nuove generazioni hanno peculiarità diverse. Sono tanto distaccati da determinate proposte: noi vogliamo mantenere il nostro stile, non ci dimentichiamo di essere un associazione culturale, quindi non ci adattiamo passivamente al target “alcool e dj”. Cerchiamo piuttosto di coinvolgere i clienti giovani in attività diverse, come le serate teatrali che ricevono sempre una grande risposta.
E per il futuro avete qualche progetto, qualche sogno?
Anni fa era nata tra noi l'idea di proporre un festival estivo del Cañara, e nonostante le difficoltà burocratiche riusciamo ancora a portarla avanti. Abbiamo fatto due anni di FuerteCañara al bastione San Francesco, la scorsa estate il Santeria Sound Festival assieme a l'Accademia e BogOn: questa è stata una bella realtà, abbiamo ospitato tanti gruppi validi e si facevano mille ingressi a serata, con tanto di articolo sull'Arena. Segnatelo sul calendario, lo riproporremo anche quest'estate. Quando ci mettiamo sotto siamo buoni organizzatori, una gran squadra.
E andando oltre il discorso Cañara, che ne pensate del quartiere di Veronetta?
Ogni città importante ha il proprio quartiere bohemien, Veronetta lo è di Verona. Vediamo nascere sempre più spesso nuovi locali e attività interessanti e ciò ci rende consapevoli e orgogliosi che il quartiere è in crescita. Crediamo che Veronetta debba avere la possibilità di vivere nel rispetto sia di chi ci vive sia di chi ci lavora. In generale i locali sono già tutti chiusi alle 2, non vediamo situazioni di disagio esagerate.
Continuare ad associare Veronetta al degrado, all'abbandono e allo spaccio è ormai un preconcetto superato. Veronetta è il quartiere interculturale di Verona, con i suoi pro ed i suoi contro, ed è bello che sia così! Di situazioni da migliorare ce ne sono, ma la volontà è tanta e le risorse umane e culturali non mancano..siamo sicuri che il tempo ci darà ragione.
Oltretutto ci sembra che negli ultimi anni questa "riqualificazione" stia già avvenendo dal basso, con la conseguenza che molta più gente frequenta il quartiere, compresi i turisti.
D'accordissimo Signor Cañara, hai citato i turisti: ce ne sono anche tra i vostri clienti?
Si, ce ne sono! Chiaramente la tessera è un limite, da noi più che altro vengono tanti giovani in Erasmus. Noi vorremmo collaborare con le associazioni Erasmus e con l'Università, per rilanciare un attimo un qualcosa di culturale, di diverso dall'andare a bere e basta. Anche a livello di turisti comunque, secondo noi il Cañara è il top perché è un ambiente informale in cui chiacchierare e conoscere la città, con la possibilità di parlare in tante lingue diverse. Per i turisti il progetto della mappetta è potenzialmente fighissimo, perché molti stranieri visitano Verona guidati e consigliati dalle guide ufficiali, e finiscono per perdersi i veri locali e le attività autentiche veronesi!
Giovanni Cobianchi ci racconta il suo viaggio in Nicaragua

Abbiamo fatto due parole con un Salmone davvero tosto: il fotoreporter veronese Giovanni Cobianchi, appena rientrato da un viaggio in Nicaragua. Cosa sta succedendo in quel piccolo paese del Centro America? Perché guerra civile? Cosa lo ha spinto da quelle parti? Perché questo suo viaggio è durato meno del previsto? Cosa lo aspetta ora?
4 minuti del vostro tempo per capirne qualcosa. Buona visione!
[tutte le foto in questa pagina sono di Giovanni Cobianchi]

Oje Como Va?
Oje como va?
Muy bien, hermano!
Ormai è più di 2 mese che siete via. Cosa ve ne pare?
In sintesi?
Siamo felici!

2_Ma spiegateci un secondo; perché siete partiti? Una bella casetta, 2 bei lavori, tanti amici, tante belle passioni… perché mollare tutto e andare in cerca di qualcosa di meno sicuro, che addirittura mette in dubbio le vostre certezze?
M: È ben difficile conoscere il mondo rimanendo a casa propria (cit. Voltaire), anche se casa ci piace. Quindi, prima ragione: la curiosità. Siamo due salmoni di Verona curiosi di conoscere luoghi, persone, culture di altre correnti. Puoi tenere a bada la curiosità per anni, ma poi scoppia, come una bomba ad orologeria... ed è meglio affrontarla ai 30 anni che trascinarsi in là i rimpianti, no?
2° ragione: i sogni sono un affar serio! Viaggiare per un periodo senza vincoli è un desiderio che ci stava alle calcagna da anni, non scherzo. Quando abbiamo chiuso casa e abbiamo impilato i libri negli scatoloni, tra le mani mi è capitato “L’arte di viaggiare” di Alain De Botton. L’avevo regalato a Bri, non so per quale occasione, e nella prefazione c’era scritto: “A quando la partenza?” Era datato nel 2008! Dai, dopo 10 anni, abbiamo preso coraggio. Precisiamo: non si tratta di fuga perché entrambi facevamo un bel lavoro a cui dobbiamo molto, che ci ha fatto crescere parecchio e che ci dava soddisfazioni. Senza contare che abbiamo avuto la fortuna, non scontata, di lavorare per anni nel campo in cui ci siamo formati. Io come coordinatrice di un Onlus veronese attiva localmente e nel campo della cooperazione internazionale, Bri come web designer per una delle migliori agenzie d’Italia. Però il lavoro, anche se ci manca, si prendeva la maggior parte del tempo e avevamo bisogno di riappropriarci delle ore, di un modo nuovo di vivere le mattine, i pomeriggi, le sere (3° ragione). Stare più in strada, tra le persone e la natura, e meno davanti al computer (4° ragione).
Lasciare una bella casa? Con un po’ di fortuna, si ritrova! Gli amici? Le relazioni vere non soffrono il tempo e lo spazio, vero hermano? Certo a volte la distanza fa salire la malinconia, ma mica non ci si vede più! E poi siamo salmoni digitali. Non è stato facile abbandonare le certezze, ma rinunciare all’ordinario per lo straordinario può dare molta energia.

B: L’idea è di viaggiare ma anche di tornare. Le nostre radici sono in Italia, non è nelle nostre intenzioni ricrearle in un posto nuovo. Non è stato facile organizzare tutto, mollare il lavoro, la casa, gli amici, i giradischi ma dopo qualche giorno in Messico avevamo capito di aver fatto la scelta più giusta, almeno per noi. L’altro giorno abbiamo conosciuto una coppia di insegnanti tedeschi, trentenni, che sono in viaggio da diversi mesi, tra Asia e Americhe, sfruttando il loro “gap year”. In Germania gli insegnanti, e non so quali altre professioni, hanno diritto ad un anno sabbatico all’interno del loro contratto di lavoro. Durante l’anno il loro stipendio è ridotto, ovvio, al rientro però, hanno di nuovo il loro posto di lavoro, nuove energie e un’esperienza in più alle spalle. Nel 2016 andai al KIKK Festival (festival di arte, design e comunicazione) a Namur (in Belgio), grazie ad Aquest (l’agenzia web per cui lavoravo e a cui devo tantissimo), e ascoltai lo speech sul concetto di bellezza di Stefan Sagmeister, uno dei migliori Graphic Designer contemporanei. Per vivere a pieno e sviluppare la creatività diceva che è fondamentale “staccare la spina”. Il suo studio di New York, ogni 5 anni, chiude per un anno. Anno in cui lui, e tutti i colleghi dello studio non lavorano ma semplicemente viaggiano, fanno nuove esperienze, per poi ritrovarsi 365 giorni dopo con nuovi spunti e idee. Questo per dire che se solo il sistema riconoscesse questi valori non avremmo dovuto mollare tutto per viaggiare qualche mese.

3_Qual è il piano del vostro viaggio?
M: L’idea è quella di alternare momenti di pure viaggio a momenti di stop. Da Verona siamo atterrati a Città del Messico, dove ci siamo fermati un paio di settimane. Poi ci siamo mossi parecchio, con ogni mezzo, per il nord del Messico fino arrivare negli Usa, in California. Ora siamo di nuovo in Messico, a Oaxaca, dove ci fermiamo per un mese, per non bruciare tutti i risparmi.
B: In questo mese lavoriamo, io ho la fortuna di poterlo fare online. Poi il programma è quello di andare a Sud, in Chiapas (Messico) e poi Guatemala, magari con un furgoncino che qui sono a buon prezzo.

4_Per ora solo vacanza o anche altro?
M: Ci piace usare la parola viaggio, perché la vacanza richiede una data di fine, che al momento ancora noi non sappiamo. Ovviamente per quanto il viaggio sia low budget, più ti muovi più spendi. Quindi l’idea è di trovare qualche lavoro online o soluzione alternative per non spendere, come volontariato o workaway.
5_Cosa vi manca di più dall’Italia?
M: la pizza, ovvio, gli affetti, e… mettere i tacchi!
B: i dj set, gli amici, la pizza.

6_Siete dei senza fissa dimora in questo momento. Come ci si sente? Rispetto al tuo lavoro, spesso proprio con dei senza dimora, che riflessione ti viene da fare al riguardo? Esistono i nomadi anche in Messico? E qualcosa tipo gli “zingari”?
M: Essere nomadi ha il suo fascino, hai una camera da letto, una colazione, una vista diversi ogni giorno! Vivere alla giornata richiede anche pazienza, capacità di adattamento e di improvvisazione (per esempio in Usa abbiamo trasformato la macchina in camera da letto e sala da pranzo per 6 giorni a causa dei prezzi folli della California). Chiaro che un conto è viaggiare on the road perché si ha la fortuna di poterlo fare, un conto è vivere per strada perché non si hanno risorse. Nomade per scelta e senzatetto per costrizione, sono due concetti ben diversi. In Messico, seppur povero, non ho notato particolarmente la presenza di senzatetto, presenza invece nettissima negli Stati Uniti, aspetto che mi ha a dir poco sconvolto. A Los Angeles, per esempio, sono 58.000 gli homeless che vivono per strada. 1 su 3 soffre di malattie psichiche. Li abbiamo sentiti imprecare davanti alle entrate del McDonald’s o di Starbucks... Paiono rifiuti che hanno smesso di produrre e consumare. Ci insegnano, lasciandoci le pinne, che quel sistema è ben più folle della loro follia. Questo mi ha fatto capire come sia prezioso il welfare e il privato sociale all’Italiana che, rispetto ad altri sistemi, cerca di attutire, seppur con le proprie difficoltà, le disuguaglianze sociali.

Per quanto riguarda i rom (“zingari” è un termine improprio che è bene non utilizzare), grazie a Medici per la Pace, l’associazione per cui lavoravo, che mi ha dato i contatti, siamo stati accolti a Salinas, in California, da un nucleo di famiglie rom rumene che prima abitavano a Verona e ora si sono trasferite negli Stati Uniti, dove lavorano bene anche se illegalmente. Si tratta tuttavia di comunità stanziali. In Messico la parte dei Rom, intesi come i più discriminati, la fanno gli indios. Ma è tutt’altro discorso.
7_E tu Bri, da un punto di vista grafico, cos’hai visto in giro? Esiste un’estetica messicana o c’è tanta influenza dei gringos? E i famosi colori messicani?
- B. Esiste un’estetica messicana, più marcata in certe città, in altre quasi assente. Qui, a Oaxaca è fortissima. I colori sono accesi, forti, acidi, luminosi, sono la prima cosa che salta all’occhio. Tutte le case sono colorate, sembra quasi che ognuno se la sia colorata, con scala e rullo, in base al proprio gusto, e con il proprio stile, non curandosi troppo dei dettagli, degli angoli e della polvere. La strada è di tutti e i muri sono spazio di espressione della città. Le tipografie e le stamperie indipendenti, che sono moltissime, incollano liberamente sui muri i loro manifesti di eventi culturali e di propaganda politica. Sono manifesti spettacolari. Quasi tutte serigrafie e xilografie, con caratteri movimentati, curvi e spessi. Vorrei strapparli tutti dal muro e portarli a casa. Per non parlare dell’artigianato... stoffe e ceramiche stupende. E’ un’estetica magica, viva, anarchica e orgogliosamente anti gringos.

8_E sul fronte musicale cosa dici? Idem come sopra?
B: Al momento mi sto concentrando più sull’occhio che sull’orecchio. Posso dirti però che per strada puoi vedere e ascoltare le bandas e mariachi, con i lori grossi ottoni e i forti rullanti. Nei locali si sente l’influenza cubana, colombiana e tropicale. Non mancano i karaoke dove i messicani danno sfogo al loro pop-romantico e hit latine.

9_La percezione, qua in Italia, è che il Messico sia un paese più indietro al nostro. Corrisponde anche alla vostra percezione? Se sì in cosa, se no altrettanto?
M: No so, dipende dalle prospettiva. Ti direi si, è più indietro per quanto riguarda le infrastrutture, la tecnologia e la tutela dei diritti umani, per esempio. Ma è più avanti di noi nella gestione del tempo, qui nessuno ti liquida perché è di fretta. Qui mi pare che ci sia più tempo per gli affetti, la famiglia, la comunità. Del Messico ci piace molto anche il fatto che l’arte è politica, si dà molto peso alla cultura. Ah, altro aspetto, il Messico, è un paese giovane mentre in Italia la gerontocrazia non molla.

10_Si racconta tanto, e ne ha tanta paura anche, della criminalità messicana. Cosa dite voi, adesso che siete lì?
M: Siamo partiti impauriti, terrorizzati, dai moniti dei familiari e dalle notizie della Farnesina. La percezione del Messico che si ha in Italia è spaventosa. Esci dall’aereo e ti sparano. Beh, non è proprio così. Sì, è vero, il Messico è un paese caratteriale, inteso sia in bellezza che in violenza. Soffre di molti tumori: le sparizioni forzate (ad oggi sono 35.000 i casi documentati di persone scomparse), le uccisioni violente (pensiamo ai giornalisti), la corruzione e i cartelli della droga. I narcos sono di una violenza brutale e si fanno guerra tra di loro, ma sono rari i casi in cui vengono attaccate le persone comuni. Anche se ultimamente la situazione è peggiorata, soprattutto al nord. Noi, tuttavia, non abbiamo mai percepito, fino ad ora, una sensazione di pericolo, anzi, abbiamo incontrato un Messico affettuoso e rilassato. Basta stare all’occhio.

11_Sono veramente così pigri come dicono?
B: No, non direi, non lavorano 60 ore a settimana come i loro vicini, ma comunque hanno le loro attività, i loro traffici.
12_Siete stati negli States: prima, anzi primissima impressione?
M: Tornare subito in Messico! No dai, l’impatto, arrivando dal Messico, è stato tosto, ma per fortuna poi abbiamo imparato un sacco di cose negli Usa, dalla natura, maestosa e imponente, da Los Angeles, multiculturale e mondana, da San Francisco, bella e ribelle.

13_Parliamo di Ter-ra, il vostro blog, che si trova dentro?
B: Prima di partire abbiamo deciso di creare un blog, qualcosa che stimolasse la creatività di entrambi, un pretesto per fotografare, raccontare o registrare. Ci piace l’idea di documentare il viaggio, condividerlo e farne un ricordo per il futuro. E’ nato così Ter-ra, che raccoglie storie, itinerari e paesaggi che raccogliamo per strada, sotto forma di fotografie, racconti, consigli. Si trovano anche registrazioni audio, video e playlist.
M: Innanzitutto, Ter-ra è una cosa che ci piace fare. Il viaggio, passione comune, stimola passioni diverse (io per la scrittura, B. per l’immagine e la musica) che Ter-ra mette assieme. E’ una forma per comunicare ciò che viviamo, dentro e fuori. In questi due mesi alcuni amici ci hanno scritto che Ter-ra fa viaggiare pure loro, niente di più bello. Per i salmoni curiosi questo è link www.ter-ra.it, qualsiasi commento o suggerimento a noi fa solo che piacere!

Intervista in galleria Isolo17
Proseguendo nel nostro intento di conoscere e far conoscere le realtà che popolano il quartiere di Veronetta, siamo stati a fare due chiacchiere con Giovanni, restauratore d'arte proprietario della galleria Isolo17. Ecco cosa ci ha raccontato...
Ciao Giovanni! Parlaci un po' di te, dell’identità che cerchi di dare a Isolo17…
La galleria riflette un po’ me stesso, cosa intendo io oggi per arte: sono restauratore quindi il rapporto che ho con l'arte antica è particolare e non posso discostarmene. Non puoi fare una cosa se prima non la studi: in generale vale per un ingegnere, un medico, lo stesso vale anche per l'artista. L'artista è una professione che, come le altre, va studiata: non solo la tecnica ma anche la cultura generale, perché questo poi permette un certo tipo di flessibilità, di creatività, dà insomma la possibilità di abbordare l'arte con più linguaggi. Non è un caso che io lavori con molti artisti di origine cubana, non solo perché io stesso sono cubano, ma perché a Cuba i ragazzi escono dalla scuola preparati a 360 gradi, sono pittori, scultori e fotografi. Ovviamente poi si specializzano, ma hanno delle competenze trasversali. È più facile investire su una persona preparata da più punti di vista, perché ha più frecce al proprio arco.
Hai parlato di investimento: lavori coi giovani?
Fondamentalmente sì. All'artista che collabora con me dico sempre che stiamo facendo un percorso insieme, un percorso di crescita; è importante che si instauri un rapporto in cui ci si condiziona positivamente a vicenda. Siamo un gruppo formato da curatori, grafici, videomaker, fotografi, pubblicisti, collaboratori e tutti devono essere sincronizzati e coinvolti in maniera giusta. Ho avuto la fortuna di trovare le persone giuste.

Per te la galleria è proprio un business o un qualcosa al di fuori del lavoro?
È un po’ tutte e due le cose: sono prima di tutto restauratore ma la galleria comunque deve anche vendere qualcosa. C'è poco mercato, di nicchia e si fa sentire ancora la crisi in questo settore. Ovvio, è un lavoro, ma nasce come passione e la vivo come tale, lavoro come e con chi piace a me. La selezione è molto accurata, rigorosa e richiede una continua fase di ricerca e scouting. E poi, naturalmente, alla fine deve anche piacermi. Ho dei gusti abbastanza generici: un'opera deve essere tecnicamente fatta bene, concettualmente ben pensata, deve però avere anche una collocazione estetica.
Quando hai intrapreso quest’attività? Raccontaci com’è avvenuta la gestazione…
Tutto è iniziato nel 2009, un anno che è stato per me un banco di prova: era il centenario del futurismo ed io mi sono messo in testa che dovevo categoricamente proporre una mostra sul tema. Perché? Perché uno degli artisti più rappresentativi di Cuba, Marcello Pogolotti, colonna portante dell'arte moderna cubana, nonché figlio di italiani emigrati, era un futurista. Pogolotti, mosso da ideali socialisti, ha creato un quartiere intero a l'Havana, Barrio Pogolotti, un quartiere operaio per la gente de l'Havana. Io volevo far conoscere la storia di quest'artista, che è poi divenuto anche un intellettuale di spicco a Cuba: abbiamo quindi organizzato questa mostra, intitolata Futurismo nelle Americhe, un omaggio a Pogolotti in cui alcuni amici cubani hanno disegnato delle opere futuriste: il progetto è stato prima approvato in Comune e poi presentato nella Sala Birolli qui a Verona. Da lì è iniziata questa avventura. Inizialmente dovevo affittare i locali per le piccole mostre, poi ho sentito la necessità di avere uno spazio mio e ho trovato questo, Isolo17: da 2 anni, siamo in uno spazio grande e funzionale alle nostre esigenze, dove addirittura possiamo realizzare residenze di lavoro per gli artisti.
Quindi tu sei di origine cubana?
Si, sono qui in Italia da 20 anni. Dal 2009 ho deciso di fare da ponte tra questi due paesi nell'ambito di cui sono appassionato. Io penso che l'arte cubana abbia molto in comune con quella italiana: ad esempio i grandi registi cubani sono spesso venuti in Italia a studiare il cinema ed il neo-realismo, addirittura l'istituto superiore d'arte di l'Havana è stato fondato e costruito da architetti italiani. In generale l'arte cubana ha spesso preso spunto dal metodo italiano. Pensa che a Cuba fanno la settimana della cultura italiana, ed è una grande festa in cui prendono vita tante iniziative artistiche e culturali.

Ma quindi il nome Isolo17 non è solamente per la posizione della galleria…
Quando dovevo decidere il nome della galleria è stato complicato, gli amici non volevano aiutarmi perché era una gran responsabilità, allora ho optato per isolo17, che richiama il concetto di isola, Cuba: Verona è agli antipodi dei Caraibi. Qui di Cuba si conosce solo la storia della rivoluzione socialista di Castro ed io volevo far conoscere anche altro, volevo sottolineare il legame artistico con l’Italia. Ora non lavoro più solo con i Cubani, lavoro con un artista canadese, con un messicano, a breve inizierò a collaborare con un israeliano; anche questo pittore canadese, ad esempio, è molto indebitato con l’arte rinascimentale italiana: questo è il legame che mi interessa evidenziare, il fatto che pur vivendo in Alaska o agli angoli del mondo si possono trovare dei collegamenti culturali attraverso l’arte. L’altro motivo per cui ho scelto questo percorso è che secondo me i giovani italiani si sono dimenticati della storia del loro paese, guardano all’esterno e vogliono imitare questo e quello; il mondo intero invidia l’Italia per il patrimonio culturale, sociale, artistico e le nuove generazioni non se ne interessano. È paradossale.
Ci vuoi parlare delle prossime mostre che ospiterai qui in galleria?
Ora è in corso, dai primi di Maggio, una mostra collegata ad un evento teatrale alla ex-dogana e di cui ospiteremo le scenografie originali. Poi a Settembre proporremo una mostra di scultura, non posso darti altre anticipazioni perché stiamo ancora organizzando i dettagli con il curatore. Ti posso dire che saranno opere di due giovani ragazzi che concepiscono le loro sculture in modo molto diverso, molto particolare: Fabiano De Martin e Noa Pane.
Infine a Novembre realizzeremo una mostra con l’artista piemontese Serena Gamba. Ecco, volevo precisare che negli ultimi mesi collaboriamo molto con artisti italiani: stiamo facendo un lavoro di ricerca e selezione di giovani talenti italiani, che siano in sintonia con il nostro operato, con cui lavorare in maniera permanente. Queste due ultime mostre sono il risultato iniziale di questa selezione.

Ci hai già incuriositi! Insomma, giovani artisti e artiste, qualcuno che crede nel vostro lavoro c’è, nel cuore della città!
Esatto, mi interessa molto l’arte contemporanea, come dicevo prima non nella declinazione esageratamente concettuale, ma nel senso di novità giovanile. Ti faccio un esempio: il veronese visita il museo di Castelvecchio una volta e poi non ci rientra mai più, le opere esposte sono le stesse da sempre. Ma perchè nessuno propone di aprire un’altra sala dedicata all’arte contemporanea? Una sala in cui esporre dei progetti collaterali curati da giovani artisti che dialogano con l’arte antica presente nel museo. Così si fa “girare l’aria” in questi musei, dove di aria fresca non ne entra mai!
OPEN CALL PER ARTISTI E SCRITTORI! Per il blog online della Biblioteca di Sona
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