Bianco e Noir - BruJel

 

“Bianco e noir”, Verona: una serie di racconti a puntate. Dagherrotipi e litografie, vecchie foto in bianco e nero: ovviamente Verona, due secoli fa.
Ogni foto nasconde un mistero: l’ispettore Mastino Giusti è il protagonista.
Il Cafè Noir è la sua base, la grappa e le api le sue passioni.
Di più non posso svelare, perché sennò fate i furbi e non leggete.

 

___________________________________________________________________________________________________________________________________________________
Gennaio 1882

Faccio scorrere le sbarre di ferro.
Entro in una stanza minuscola che conta solo una brandina, un lavandino e un buco per i bisogni nell’angolo.
La cella è vuota.
- Spariti nel nulla – mi dice il secondino.
- Spariti? – domando sorpreso.
- Entrambi. Il prete e la guardia.

L’Ispettore Martini non sa cosa dire.
L’agente Marogna mastica bestemmie.
Don Giudo Canossa l’avevo fatto metter dentro io. Un caso spinoso che mi era costato una quasi scomunica e gli sberleffi dell’intero corpo di polizia. Poi le vittime si erano fatte coraggio e avevano denunciato: il prete era uno strozzino.
Ma ora era sparito, scomparso nel nulla.
- Qualche informazione in più? Che mi dici della guardia? – domando scoraggiato.
- Nessun segno di fuga, l’agente Filippi era vedovo e a casa sua non c’è nessuno – mi risponde Martini.
- L’orologio del prete è sparito. – s’intromette il secondino - Non manca nient’altro.

Ho il viso e le mani congelate mentre cerco riparo sotto i portici.
Impugno la fiaschetta di grappa. Dalle mie labbra esce fumo, il tabacco mescolato all’aria gelida trasforma la liquirizia che ho in bocca in una fredda gemma.
Ci sono casse e fieno accatastati nel centro di Piazza Brà. Sfidano la gravità elevandosi per una ventina di metri da terra. Tra poco si brucerà tutto e la direzione che prenderà il fumo darà indicazioni sul nuovo anno. Un’usanza antica che c’entra poco con la città penso, mentre intorno a me si accalcano i notabili, la media borghesia e i militari.

Il brujel è un rito pagano e a me riti pagani piacciono parecchio.

La folla preme, i bambini scalpitano attirati da tutto quel circo, i poliziotti faticano a mantenere l’ordine. Scorgo Martini e Marogna e i loro volti rabbiosi. Mi fanno pena, quasi pena.
Sei tocchi di campana risuonano in lontananza mentre una debole luna appare tra nuvole erranti che seguono il moto dei venti.
Il fuoco viene acceso.
La folla batte le mani, la catasta ha preso fuoco senza indugi.
Alzo la fiaschetta in un cenno silenzioso al brujel e butto giù un gran sorso.
In quel momento urla paurose squarciano l’aria.

La folla arretra, le donne impaurite portano via i bambini, gli agenti scattano verso il fuoco. Mi butto avanti anch’io mentre i primi secchi d’acqua vengono buttati sulla catasta incandescente.
Tra le fiamme vedo un corpo o almeno quello che ne resta.
- Ho visto brujel migliori – sorrido all’agente Marogna.
Mi risponde smadonnando mentre deposita un corpo rinsecchito sui sampietrini. L’odore di carne bruciata è nauseabondo così mi porto un fazzoletto alla bocca mentre osservo i resti di un rosario appeso al collo della vittima. Ci sono due iniziali incise sopra – E’ il prete? – mi domanda Martini con la faccia annerita e le mani ustionate coperte da bende.
- No. E’ lo strozzino – rispondo.
Del prete, Guido Canossa, aveva solo il Don.

Sento che qualcuno mi sta osservando.
E’ da un bel pezzo che provo questa sensazione, diciamo da quando mi sono avvicinato alla vittima. Così mi alzo e mi guardo intorno, nella piazza ormai non è rimasto che qualche curioso. Uno di questi attira il mio sguardo, sta sotto il grande orologio dei Portoni e rigira nella mani un oggetto. Lo fa saltellare nella mano.

- Gran bell’orologio – gli dico fermandomi al suo fianco.
- Era di mia moglie – mi risponde l’uomo guardando alla piazza.
- Gliela hai fatta pagare - continuo mentre gli passo una sigaretta.
L’agente Filippi l’accende e mi consegna l’orologio, la prova di un amore e di un delitto.
- Ho fatto un sacco di debiti. Mia moglie si è tolta la vita per la vergogna: un marito malato dal gioco e un confessore strozzino. Quell’orologio – continua – Don Guido lo ostentava di continuo, era il suo modo per ricordarmi che ero nelle sue mani.
- Ora non più.
- Mai più.

SmokeySalmon 

biancoenoir