Salmoni che camminano
Qualche giorno fa, risvegliati dal tepore del primo sole di marzo, si è deciso di cogliere l' occasione per andare a camminare sulle montagne ancora coperte dalle nevi invernali; pedule, maglioni di pile, borracce e panini dal salumiere, poi via in salita verso i dolci pendii della Lessinia.
Ecco che, come sempre durante una passeggiata, la mente umana carbura a gran velocità ed inevitabilmente sorgono domande che spesso allontaniamo, questioni esistenziali della serie “chi sono? Da dove vengo e dove sto andando?”: una volta arrivati alla meta, con ogni probabilità la Malga di passaggio, si rompe il magico silenzio che avvolge la montagna e la voglia di condividere queste riflessioni la fa da padrona. Ed è proprio così che, birretta alla mano e panino con soppressa nell'altra, ci siamo chiesti quale ragione ci spingesse a camminare fino al tal rifugio per poi girare i tacchi, o meglio le pedule, e tornare in città, senza uno scopo apparente, senza riportarsi indietro un qualcosa di tangibile che giustificasse la nostra fatica ed il nostro tempo speso là.
Insomma, quale scopo, quale soddisfazione spinge l' uomo a caricarsi uno zaino in spalla e camminare?

Cominciamo delineando il contesto in cui è nato il camminatore moderno: fino al XVIII secolo si viaggiava a piedi solo per motivi religiosi o di lavoro; tutte le altre camminate di più giorni erano vagabondaggi. Poi subentrò una distinzione di classe: se vai a zonzo e sei di buona famiglia allora sei un eccentrico, un artista, forse addirittura un pensatore. Se invece stai per strada e sei del popolino, allora sei un criminale, un accattone, un fuggiasco. E' solo con il XX secolo, e specialmente dopo la Grande Guerra, che il camminare diventa uno svago per il tempo libero di tutti, compresi i ceti meno abbienti: ne sono un esempio i boy scout inglesi (1907), l' Unione Operaia Escursionisti Italiani (1911) o l' Associazione Proletari Escursionisti (1919). La Grande Guerra d'altronde è uno spartiacque culturale talmente importante che nemmeno la viandanza poteva sfuggirle: al termine di essa si impone in tutta Europa il modello economico capitalista e la ricostruzione dei paesi dilaniati dal conflitto è affidata ad una sempre più pervasiva attività industriale, nel segno della quale le grandi città rinascono profondamente cambiate sia sul piano urbanistico che su quello prettamente sociale. Così, mentre da un lato aumentano le tensioni sociali ed acquisisce sempre maggior rilievo il lavoro che permette di entrare di diritto nella nuova 'società dei consumi', dall'altra si fa sempre più evidente in ampi strati della popolazione europea un senso di malessere rispetto alle condizioni lavorative, alle effimere possibilità di svago presenti nelle nuove città, ai nuovi miti proposti nel mondo occidentale ormai del tutto secolarizzato.
Emergono così un nuovo culto del tempo libero ed una progressiva attrazione verso gli spazi ed i tempi che non hanno ancora subito le grandi trasformazioni dettate dall'uomo moderno: “Giova trovarsi in luoghi dove l'uomo è piccolo e Dio è grande: l'immagine della sua grandezza è impressa sul volto della natura. In città tutto è uomo, e uomo soltanto. Egli sembra muovere e governare ogni cosa, ed essere la Provvidenza delle città”. Queste le riflessioni del reverendo inglese Sidney Smith a cavallo tra XIX e XX secolo, nelle quali l'elemento religioso si fonde con una più generale insofferenza verso le città industriali, dove il tempo non è più scandito dal naturale alternarsi delle stagioni e di notte e dì, ma dagli orari di lavoro necessari per ottimizzare la produttività, dove le grandi costruzioni dell'uomo delineano lo spazio circostante celando l'immenso progetto architettonico che è la Natura. E' perciò per riappropriarsi di spazi a cui non apparteniamo più che noi topi di città sentiamo la necessità di rientrare in armonia, almeno sporadicamente, con la natura: è qui che, dimenticati gli smartphone, messe da parte l'ansia e le futili distrazioni di ogni giorno, riusciamo a riordinare le nostre priorità ed a renderci conto del poco che basta per vivere con serenità. Ma perchè non raggiungere il rifugio di montagna, il casale in collina, il faro sulla scogliera in automobile? Perchè camminare?

Rieccoci dunque ad affrontare il quesito di partenza, ed è il momento di abbozzare delle risposte: Charles Dickens scrisse che “nessuno può vedere, sperimentare, o pensare come chi viaggia contento con le proprie gambe”. Questa frase riassume perfettamente l'unicità ed il valore dell' esperienza del camminare: il viandante cammina perchè in questo modo si regala immagini dettagliate e con le giuste proporzioni, perchè sperimenta il funzionamento di tutti i sensi, tesi per registrare perfettamente ciò che sta attorno, ed infine perchè pensa, riflette più che in ogni altro contesto ( per obiezioni a quest'ultimo punto rivolgersi ad Aristotele ed alla sua scuola peripatetica). D'altronde camminare è un' azione insita all'uomo come e più che parlare, e se la storia della nostra evoluzione è segnata dalla decisione, consapevole o meno, di erigersi sugli arti inferiori e di porre un piede avanti all'altro significa che questo gesto ha un valore fondamentale nella nostra esistenza: guarda un uomo camminare, e guarda come egli rivela il proprio orgoglio, o la determinazione, la tenacia, la curiosità, o addirittura il proposito che ne guida l'incedere. Incontro al proprio destino non ci si può andare in treno, in macchina, ma solamente camminando; a questo proposito lo scrittore Paolo Cognetti ne Le otto montagne, libro per gran camminatori ed amanti della montagna, mette in bocca al giovane protagonista Pietro questa riflessione, a cui egli arriva durante un' escursione in quota: “il passato è a valle, il futuro a monte. Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa”. Ecco perchè, in definitiva, ci piace caricarsi uno zaino in spalla e camminare in montagna.
Il contouring perfetto ovvero consigli teatrali per il make-up dei salmoni
Salmon per Fucina Culturale Machiavelli
In parte veneti, di formazione milanese, i ragazzi di Domesticalchimia varcano finalmente le porte del nord-est padano per mettere in scena Il contouring perfetto.
Parla di blogger e make-up, a prima vista; a seconda vista può parlare di salmoni e di tutti noi. Difficile detto così: infatti conviene leggere l'intervista a Francesca Merli, la regista. Poi conviene vedere il video verso la fine, che è molto divertente.
Ho letto su «donnaclick.it» che il contouring è “una tecnica di makeup che permette di realizzare un trucco perfetto capace di minimizzare le imperfezioni sfinando i lineamenti del viso e valorizzando un ovale perfetto”. Voi siete degli esperti: è così?
È così. Anita, la protagonista dello spettacolo, è una blogger e parla molto spesso con alcune sue follower di contouring. In apparenza è una cosa frivola, in realtà è una metafora del nostro spettacolo, cioè di chi ricerca dei contorni perfetti per mostrare al mondo un’altra faccia, qualcuno che non è e che vorrebbe essere.
https://www.youtube.com/watch?v=lDdo6zDR8pw&feature=youtu.be
Cosa significa nello spettacolo il contouring?
All’inizio Anita sembra essere una blogger molto seguita. In realtà, il suo blog è un modo per condividere la sua e altre solitudini: c'è un anziano che la segue e che ha appena scoperto Internet, Tinder e via dicendo; una ragazzina insicura non riesce a conquistare il ragazzo al liceo; un ragazzo vuole chiederle un appuntamento. Anita si sta costruendo dei contorni perfetti dove poter vivere, all’interno del web. Ma è anche un personaggio molto vitale, è una tragicommedia questa. Semplicemente vive in un mondo suo, dove i pensieri si realizzano, le relazioni sociali non esistono, o comunque sono filtrate dal web.
Una cosa non così rara… Secondo te che ruolo ha il web oggi?
La storia parla anche della dipendenza dalle nuove tecnologie. Per lo spettacolo, infatti, abbiamo seguito un’associazione che si occupa di questo a Milano, Hikikomori Italia.
GIà, hikikomori…
Sono i ragazzi che si recludono in casa utilizzando come unica finestra sul mondo il web, e non serve andare in Giappone per vedere il fenomeno. C’è in Italia anche tra persone “normali”, che non hanno avuto la storia del nostro personaggio. È qualcosa che due anni fa, quando abbiamo iniziato a lavorare allo spettacolo, sentivamo molto presente.
Diresti quindi che lo spettacolo si rivolge ai giovani? Per quanto, in realtà, ci siano tanti adulti che scoprono i social network e si attaccano al pc…
Ormai l’abbiamo portato in diversi teatri, e abbiamo capito che sicuramente si rivolge ai giovani, quindi dagli adolescenti ai trentenni ma anche quarantenni. Poi si rivolge tantissimo anche ai genitori, perché viene rappresentato un rapporto conflittuale con la madre.
Come compagnia, cioè Domesticalchimia, vi definite “una compagnia teatrale che racconta storie scomode sul divano”: che ruolo ha il divano?
(ride) Come dice il nostro nome, i nostri progetti nascono dalle case. Siamo una compagnia mobile con sede legale a Milano, ma i nostri incontri migliori sono stati proprio nelle case di ognuno di noi, nei vari salotti e cucine.
Non ho capito se siete tre o quattro?
Come compagnia fissa siamo in tre: io che mi occupo della regia; Federica Furlani, sound designer; ed Elena Boillat, performer che cura i movimenti di scena. I drammaturghi fanno comunque parte della compagnia e sono Riccardo Baudino (drammaturgo di Il contouring perfetto, ndr) e Camilla Mattiuzzo.
Voi tre come vi siete conosciute?
All’interno della Scuola Paolo Grassi di Milano: io studiavo regia ed Elena teatro-danza. Federica invece ha fatto il conservatorio ed è stata chiamata da me per uno spettacolo ancora quand’era dentro all’accademia. Da lì abbiamo iniziato questa collaborazione.
https://www.youtube.com/watch?v=z3pqJkP6pdw
Su internet ho visto un video molto divertente in cui sponsorizzavate un crowdfunding per Il contouring perfetto…
(ride) Sì, era molto tempo fa!
…dove Federica, la veronese, chiede esplicitamente dei soldi. Com’è andato poi?
Molto bene… Erano gli inizi ed eravamo un po’ in difficoltà per la produzione dello spettacolo, poi per fortuna siamo cresciute. Siamo riuscite ad andare anche in teatri abbastanza importanti.
Per esempio?
Il contouring è andato all’Arena del sole, al Teatro delle Passioni, con il sostegno di Emilia Romagna Teatro. E sempre con il loro sostegno, siamo stati in residenza ad Armunia, a Castiglioncello. Questi direi che sono i più importanti.
Proponevate alcune cose tra cui l’evento domestico: ve l’hanno mai chiesto? (Colonna destra di questo link)
(ride) Sì ma non l’abbiamo ancora fatto…
E invece il tweet domestico da 5€?
(ride) Sono cose di due anni fa che ha gestito Federica, dovresti chiedere a lei, che è l’elemento nerd del gruppo.
Intanto ci basta sapere che esistevano... È la prima volta che venite a Verona?
Sì, infatti siamo molto felici e vorremmo ringraziare i ragazzi di Fucina Culturale Machiavelli. Sia io che Federica che la costumista dello spettacolo, Nadia Gini, altra veronese, siamo molto felici, perché è la prima data in Veneto e, da regista veneta (di Treviso, ndr), un po’ mi fa male far fatica a portare gli spettacoli in regione. Giriamo molto più facilmente in Emilia Romagna, in Toscana, in Lombardia.
Ah, fate fatica in Veneto?
In Veneto sì. Ma speriamo che sarà diverso. Nel prossimo spettacolo, Una classica storia d’amore eterosessuale, tutti gli attori sono veneti, per cui…
Dai, è la volta buona. Per concludere, perché i salmoni, che sono gente controcorrente, dovrebbero venire a vedere il contouring perfetto?
Per guardare con occhi diversi le varie solitudini che ci circondano e ignoriamo molto facilmente. Perché si può cadere, e non è una cazzata, si può cadere in dipendenze particolari che ti escludono dalla vita sociale, magari per superare tragedie difficili creandosi un’illusione.
Vero. Ma sai anche perché? Perché Salmon funziona semplicemente e puramente online, quindi i salmoni qualche domanda se la potrebbero fare.
Vedi?
A sabato.

RAL 3022 - ROSA SALMONE- Inversione a E
Stavo facendo due conti e pensavo che ormai, tra una primavera e l'altra, stiamo un po’ tutti girando attorno (o lo faremo a breve) alla boa col numero TRE ZERO. Ma tranquilli: non ho intenzione di parlarvi del dato numerico, delle abitudini che cambiano, della presunta fase discendente che dovrebbe iniziare dopo aver fatto un’inversione a U attorno al segnatempo galleggiante.
Quello che sento di volervi dire oggi, miei pesciolini, riguarda più che altro quello che viene prima, mentre nuotate più o meno affannosamente verso la boa e quello di cui dover tenere conto una volta svoltato l'angolo.
È chiaro che, quando incontrate qualcuno che ha suppergiù la vostra età, dovete fare pace col fatto che anche quell'essere squamato abbia un passato, un percorso, una nuotata incredibilmente felice o brutalmente faticosa alle spalle.
E qui veniamo al dunque, alla patata bollente, al nodo nella spazzola, al brufolo sul naso:
gli/le EX, perché poi alla fine è con quell* e coi detriti del loro passaggio che dovete fare i conti.
Sapete che dovete fare?
È semplice, accettateli.
Non fosse altro perché ANCHE VOI avete una vita precedente e perché ANCHE VOI, se siete lì, lo dovete ai vostri/e ex.
Eccovi che vi sento già obbiettare “Eh sì, ma, però il suo ex fa questo blabla..”. NO, non avete da obiettare nulla.
Quella è la sua vita, non la vostra.
Voi, dal vostro lato del mare, potete solo comportarvi al meglio delle vostre possibilità perché la cosa funzioni, se davvero vi interessa provare ad avere quell’essere squamato a fianco per qualche bracciata nelle acque blu dell’oceano.
E poi guardate il lato positivo: il salmone che avete davanti ha già attraversato sufficienti mari, laghi e oceani da aver conosciuto le faune terrene, acquatiche e anfibie di mezzo mondo e aver così scoperto cosa vuole. Il che è un bel vantaggio, in termini di economia di tempo.
Ora, io non dico di fregarsene, perché non è giusto, ma vi dico anche che impicciarsi una relazione in cui non si è stati inviati è estremamente controproducente e se quello che avete di fronte vuole tornare alla sue precedente vita, lo farà in ogni caso... ma non è una cosa che dipende da voi, né dall’ostruzionismo che farete.
Voi cercate solo di non farvi male.
In fondo, anche la seconda moglie di Albano era gelosa di Romina e cos’ha ottenuto facendo la pazza a reti unificate?
Direi nulla, a parte rendersi ridicola: Albano e Romina continuano a non stare insieme.
(Ma fanno un sacco di soldi fingendo di sì.)
Felicità.
Salmona Pastura
Cosi Dunci - Farm Cultural Park - parte seconda
'Cosi Dunci' che in siciliano significa cose dolci, sarà il titolo di questo diario che prende il nome da una tipica pasticceria alla quale faccio visita tutti i giorni da quando sono arrivata.
Cari lettori, per avere una maggiore comprensione dei fatti qui riportati, è mio dovere informarvi che per tutta la durata dell’esperienza alla Farm Cultural Park, sarò affiancata da una personcina a me ormai cara.

Lei è Ilaria, entrambe qui con lo stesso progetto, siamo arrivare insieme e pare che c’è ne andremo insieme. Viviamo sotto lo stesso tetto, fianco a fianco ogni sacrosanto giorno. Prima di mettere piede sull’isola io, a Ilaria, mica la conoscevo. Ci siamo incontrate all’aeroporto di Catania e abbiamo viaggiato insieme in autobus fino ad Agrigento. Lei ha dormito per tutto il tragitto mentre io guardavo fuori dal finestrino, non molto di compagnia ma cento volte meglio di una noiosa logorroica. Ilaria è della provincia di Avellino e si occupa di design e autocostruzioni - insomma una creativa vera, ama sottolineare che non è un architetto - con tutto il rispetto - dice lei. Io e Ilaria viviamo in una residenza dalla Farm Cultural Park, dietro la chiesa di San Vito proprio sotto il calvario a cinque minuti a piedi dai sette cortili. Si tratta di una piccola casetta ristrutturata open space. I vetri delle porte e delle finestre sono ricoperti da una pellicola magenta che colora l’ambiente sulla tonalità del rosa. Non vi nego che appena entrata ho avuto alcune perplessità a riguardo, che ovviamente non ho espresso, ma fortunatamente non è stato difficile abituarmici ed ora in questo mondo roseo ci sto addirittura bene. Il quartiere è abbastanza singolare, almeno per una lacustre veronese come me. Nulla di male davvero, diciamo che lo ritengo molto scenico, un set design interessante, sicuramente di ricerca.

Mi piace molto stare qui, anche dopo le raccomandazioni di Lorenzo, assiduo frequentatore dei sette cortili. Lorenzo partecipa alle lezioni della scuola di architettura per bambini con cui collaboro, ha 11 anni, pratica Parkour ovunque si trovi, si aggrappa tra una ringhiera e l’altra saltando sui tavoli e le panche dei cortili con un’agilità sovrumana. Mangia rigorosamente hamburger, pizza con la Nutella e taralli dolci, tifa Inter e quando parla in siciliano stretto io proprio non lo capisco ma ha una mente molto brillante, diciamo si fa voler bene un pò da tutti così da poterlo considerare la mascotte della Farm. Lorenzo ci racconta che a San Vito, come un pò in tutto il centro storico di Favara, si sono radicati ormai da molti anni una stirpe che si pensa provenire dall’est Europa, la gente del posto gli hanno attribuito il nomignolo di linticchieddi. Francamente non ho ancora ben inquadrato le caratteristiche di questi personaggi, Lorenzo nel descriverli è stato abbastanza vago, credo che la mia comprensione sia limitata anche perché alcuni termini io non li conosco. Lorenzo dice: ‘i linticchieddi fanno cosi tinte’ - ossia ‘cose cattive’ che vuoi dire tutto e niente, inoltre fino ad ora ho potuto sentire differenti versioni su questa popolazione quindi per l’occasione ho svolto alcune ricerche.

Il Giornale di Sicilia in un articolo scrive: ’In Origine questa etnia proveniva dalla regione di Ohrid, in Macedonia, a confine con l’Albania. Sembra che alcune famiglie della zona per sfuggire alle persecuzioni turche, si spinsero oltre l’Adriatico, stabilendosi nel territorio calabrese, nei pressi di Vibo Valentia. Queste famiglie vivevano essenzialmente di pastorizia, anche se non disdegnavano certe attività illecite e ladresche a discapito degli autoctoni, successivamente furono costretti ad abbandonare il territorio, su sollecitazione degli abitanti che mal tolleravano i loro costumi e i loro arrangiamenti. Così intorno al 1550 giunsero nella costa agrigentina, distribuendosi lungo le aree geografiche di Eraclea Minoa, Siculiana e Realmonte. Questa etnia perseverò ostinatamente nelle solite attività di arrangiamento poco gradite alle popolazioni del luogo, le quali reagirono isolandola ai margini della società.In seguito, intorno al 1572 si stabilirono definitivamente nelle grotte di S. Rocco, a circa 700 metri dal casale di Favara e dal castello di Chiaramonte. Circoscritti all’interno di tali grotte, conducevano un’esistenza ancora tribale, regolata da proprie norme e consuetudini, spesso aliene ad ogni logica di legalità. Si racconta che una sera, saccheggiando i magazzini del castello, adibiti a depositi di cereali, riuscirono con grande astuzia e maestria ad impadronirsi di decine e decine di sacchi di lenticchie. Dal momento che i sacchi furono ritrovati nelle grotte di S. Rocco, tutte le accuse caddero sui nuovi arrivati, i quali ricevettero dispregiativamente l’attributo di linticchieddi.’ Insomma, probabilmente questi signori non sono dei santi ma una cosa è certa, cucinano leccornie locali da sogno. Gli odori di carne al sugo, spezie, aglio soffritto e verze bollite fuoriescono dalle loro finestre tutti i giorni, deliziandomi l’olfatto, mentre percorro la via di casa.
Silvia Forese
Sockeye - Intervista a un gruppo di migranti gambiani

Grazie alla gentilezza e alla complicità di un amico, sono stato invitato a cena da un gruppo di giovani migranti gambiani, che si trovano nella nostra terra in attesa (spesso vana) che l’apparato burocratico che gestisce le loro vite si smuova e venga infine loro concesso un documento. Vista la tanta disinformazione su migranti, di clandestini e di difesa del territorio – complice anche la campagna elettorale - ho pensato che sarebbe stato utile andare a chiacchierare direttamente con i migranti stessi. Le mie intenzioni erano due: scoprire cosa siano venuti a fare qui, ossia misurare scientificamente il grado di minaccia che portano alla nostra società e, in un secondo tempo, recuperare - scroccandogli una cena - almeno un po’ dei 35 euro che rubano alle nostre tasse ogni giorno (non è vero, ovviamente, ma l’internet è un posto molto strano e mi vedo costretto a specificarlo).
Questo è il racconto della nostra cena.
In una freddissima serata mi sono immerso nella nebbia della provincia veronese fino a raggiungerne il confine sud. Tra fossi, capannoni abbandonati, campi e gruppetti di case, mi trovo ad un tratto in una corte. Sceso dall’auto trovo attorno a me solo buio e umido; in lontananza, però, ecco spuntare una finestrella luminosa dalla quale escono profumi intensi e tanto, tanto rumore.
Quando entro dalla porta principale vengo accolto in una stanza piena di gente. Una decina di ragazzi gambiani, di qualche anno in meno di me, sono seduti su due divani e su qualche sedia sparsa attorno al tavolo. Quasi tutti quanti hanno una cuffietta all’orecchio e il telefono in mano, per comunicare con amici e parenti sparsi per la provincia, per l’Europa e per l’Africa.
In quella stanza tutti conoscono il mio amico – che ora chiamerò G. -, lui di lavoro risolve i loro problemi. Quando entro io il rumore continua ugualmente ma noto in quei ragazzi un pizzico di timidezza: alcuni mi salutano ma guardano altrove, altri cercano di conoscermi e mi fanno sedere al tavolo. La comunicazione all’inizio è piuttosto difficoltosa, il mio inglese è arrugginito e il loro non è proprio quello che sentivo a scuola nelle cassette allegate ai libri. L’inglese, però, lo sapevano tutti, e tutti cercavano di attirare l’attenzione del mio amico per chiedergli notizie su documenti, medici, appuntamenti in tribunale.
Tra la confusione la loro attenzione era tutta focalizzata su uno splendido documentario su Alberto Sordi che davano su Rai 1.
“Cosa guardate?”, chiedo.
“Quello che c’è, vorremmo guardare il calcio ma G. non ci dà l’abbonamento a Sky”, ridono tutti. Rido anch’io, ma inizia ad assalirmi un problema enorme: ho fame. Due domande assillano la mia mente: come faremo a starci tutti attorno al quel tavolo minuscolo? Come avranno fatto a cucinare per dodici persone in quella micro-cucina?
Le mie domande hanno presto risposta, una risposta rivelata dalla più divertente situazione che mi sia mai capitata in queste interviste per Salmon: loro avevano già mangiato. Avevano apparecchiato solo per me e G. e ci invitavano caldamente a sederci e prepararci alla cena.
“Dov’è la cena?”, chiedo a G.
“Credo sia questa eh…”, risponde indicando una vaschetta chiusa con del riso, una terrina con una salsa scura e un cartone di una pizza in cartone.

A questo punto la mia curiosità cresce: “Che cosa si mangia?”
“Ecco questo!”, risponde uno di loro seduto al tavolo, apre la vaschetta contenente il riso bianco e mescola la terrina con la salsa avvicinandomela: sembra buonissima. Ora, una cosa sola sapevo per esperienza diretta sulla cucina degli africani: mangiano solo riso con carne. Sempre, in ogni forma e modo.
La regola anche stavolta non mi aveva deluso. La salsa da mettere sul riso bianco era uno strepitoso mix di pomodoro, cipolla, carne e burro d’arachidi. Sì, burro d’arachidi, piccante per giunta. Se qualcuno di voi fosse amante dei sapori forti, la consiglio caldamente.
Il pasto era questo piatto unico, un litro di salsa a condire due chili di riso: niente porzioni definite, niente acqua ma solo Pepsi Cola e decisamente niente fronzoli. Ma il meglio doveva ancora arrivare.
Queste mie interviste servono per scoprire le persone attraverso una chiacchierata con loro a casa loro, invitato (o auto-invitato a mangiare). Questi ragazzi gambiani hanno sbagliato entrambe le due regole base dell’intervista: hanno mangiato prima di me e… non hanno cucinato tutto loro.
“Ci sentiamo in colpa che abbiamo fatto solo questo e allora vi abbiamo ordinato una pizza!”, mi dice uno di loro seduto accanto a me, mentre apre il cartone e mi presenta davanti una pizza calda fumante con il salamino piccante e i funghi. Rimango basito subito e sbalordito poi, sono riusciti in pochi minuti a distruggere i due binari che regolavano le mie interviste: mi hanno lasciato aperta una porta per incamminarmi in un sentiero completamente libero e da esplorare. Hanno preso una pizza perché volevano farci felici, e perché, mi ha spiegato G. solo successivamente, sentendosi in colpa per non poterci cucinare maiale l’hanno comprato.
Deve essere un grande popolo questo, ho pensato. Le cose divertenti però da lì a breve sarebbero iniziate a sfumare, nessuno aveva ancora realmente parlato con me, nessuno mi aveva ancora raccontato nulla delle loro vite.
Verso la fine della pizza, ormai pienissimo di salsa piccante e Pepsi, sono riuscito a prendere confidenza con loro: abbiamo parlato di calcio, scherzato sulle ragazze e commentato Alberto Sordi in tv. Chiedo a G. di focalizzare l’attenzione su di noi e quando lui riesce a chiedere ai ragazzi di ascoltarmi e raccontarmi di loro sento calare il silenzio, la timidezza e l’imbarazzo. Non avevo mai sentito tanto silenzio in quella stanza.

Il problema è semplice: loro non capiscono bene chi io sia e trovano inconcepibile che uno sconosciuto voglia parlare della loro vita - gli unici a farlo finora erano stati militari, medici e cooperanti.
A tratti in quel momento mi sono sentito in colpa, colpevole di aver voluto rovinare quella normale serata per loro. Per fortuna si è trattato soltanto di un attimo, piano piano uno di loro ha iniziato a parlarci (a parlare con G., in realtà) e poi gli altri si sono accodati e hanno tutti colto la naturalezza del mio interesse. Verso la fine erano addirittura infervorati, si interrompevano tra di loro per raccontarmi il loro passato, il loro presente e il loro futuro.
Dai loro racconti ne sono uscito scosso, non riuscirò a rendere i loro occhi parole:
“In Gambia eravamo per lo più studenti, in un paese governato da una dittatura di 23 anni, di Yahya Jammeh. Di certo non morivamo di fame, ma il clima politico era di totale repressione di ogni libertà e di ogni tentativo di dissenso, attraverso violenze ingiustificate, squadroni della morte e prelievi casuali di persone, venivano a prenderti a casa senza reali motivi e non sapevi bene perché…
Il clima poi è peggiorato, nel 2016 c’è stata un’elezione la cui vittoria non è stata inizialmente riconosciuta dal dittatore…questo ha provocato una tensione interna che ha portato all’aumento dell’ondata repressiva, è stata occupata militarmente la sede delle commissioni elettorali, sono state chiuse varie radio private. Ha tentato di imporre coprifuoco, compiere arresti indiscriminati e quant’altro…il tutto mentre tentava di mantenere un’apparenza di facciata e normalità con la comunità internazionale.
Il Gambia non è un paese particolarmente povero e ufficialmente non è né in guerra né sotto dittatura. Ma ti assicuro che aver lasciato il mio paese verso l’ignoto, significa che, davvero, non potevamo più vivere lì. Non avevamo più le condizioni umane basilari per poter proseguire tranquillamente le nostre vite, o per mancanza di libertà o per vere e proprie minacce di morte.”
E quindi avete preferito il viaggio attraverso il deserto e poi la Libia, per sperare nell’Europa. Cosa pensavate sarebbe successo?
“Non avevamo idee precise, alcuni di noi non volevano nemmeno raggiungere l’Europa ma altri stati africani, altri si sono messi in viaggio per ricongiungersi con parenti o amici. Sapevamo solo di voler andare verso nord, in un modo o l’altro ci saremmo riusciti.”
Qui ad un tratto si fanno ancora più cupi, mentre mi invitano a finire la pizza, ci sono alcune cose che non vogliono raccontare fino in fondo, come la Libia. Lo stato nordafricano, da quando Sarkozy ha abbattuto il regime, è diventato un inferno: terra di fazioni opposte e vere e proprie bande di trafficanti di uomini, e assassini che, oltre a combattere tra di loro, hanno creato un impeccabile sistema di commercio di esseri umani.
Qui scopro una cosa su cui non avevo riflettuto molto prima: arrivati in Libia non si può tornare indietro.
“Molti di noi viste le condizioni trovate in Libia avrebbero voluto ritornare ma non ci era possibile. Avevamo affrontato mesi nel deserto in un viaggio di sola andata – non ci sono mezzi che fanno la rotta inversa – e la Libia è un sistema strutturato di prigioni, torture, violenze di ogni genere in un percorso che si conclude ad un certo punto in un spiaggia…”
Il mio interlocutore si siede accovacciato sul divano, per mostrarmi come stava nel camion che l’ha portato in Libia, e inizia a raccontare la Libia.
“Sono stato per sette notti nel deserto, eravamo in dodici e solo uno di noi parlava arabo. Ad un certo punto abbiamo incontrato delle milizie che ci hanno fermato e che ci ha chiesto se sapessimo il Corano e, che abbiamo scoperto dopo, erano della polizia. Noi sapevamo che dovevamo stare lontani dalla polizia: la polizia vende le persone in Libia. Ci hanno portato in prigione, e di questo non vorrei parlarne…
Sentivamo spari tutta la notte, vedevamo bambini sparare ad altri libici con le mitragliatrici, avevamo addosso dei numeri e c’erano delle liste di chi poteva uscire o no. Ma per uscire bisognava pagare…Alcuni di noi avevano paura a farlo, verso il mare se non sei arabo non puoi andare in giro… ti fermano, ti denudano e ti uccidono. Molti giovani maschi vengono anche usati come schiavi sessuali…”
E come sei arrivato al mare?
“Ti ci portano loro, ad un certo punto ti ritrovi in spiaggia con la gente che ti punta un fucile per farti salire su una barca, pagando. Volevo anche io tornare indietro a quel punto, ma non era fisicamente possibile, la rotta è stata costruita dall’uomo, ed è una rotta a senso unico.”
Mentre finisce di raccontare della Libia cala il silenzio, uno di loro mi prepara un tè nero fortissimo, si chiama Ataya, e mi dicono essere il corrispettivo del vino, per loro. Mi offrono anche quello che per loro sono “vitamine”, una ciotola di riso bianco e zucchero.
L’inferno della Libia è stato talmente intenso che ora possono condividere una stanza pur appartenendo a fazioni diverse, fazioni che si sarebbero fatte la guerra in Gambia.
E ora come vi trovate qui?
“Qui stiamo bene, nessuno ti uccide almeno…” Mi parla un altro ragazzo, più grande, vestito in abiti tradizionali per la mia visita. E mi spiega una semplicissima cosa: sono in un limbo burocratico che sanno benissimo non si risolverà, e questo tiene in sospensione le loro vite in un’impasse esistenziale altrettanto violenta.
“Qui mangiamo e dormiamo, e a volte riusciamo perfino a lavorare. Ma non vogliamo soldi, dei soldi non te ne fai niente…l’unica cosa che ci serve è un documento. Senza di quello siamo come in prigione.”
Si agita nel parlarmi del documento, è un’aspirazione che in Italia diventa spesso un incubo. G. è sempre bravo nello spiegare a tutti la situazione, cosa stia facendo per loro, cosa devono fare e cosa non, per aumentare le possibilità di riceverlo. Spiega anche come difendersi dal caporalato, che nella provincia di Verona incombe, anche se non se nessuno ne parla mai.
“Non riusciamo a parlare di come stiamo, come non stiamo e cosa vorremmo fare…vorremmo solo che lo spiraglio di un futuro, una variazione della nostra posizione, accadesse…”
Com'è il vostro rapporto con la gente del posto?
“Bene! Non ci danno fastidio… A volte ci fanno ridere perché quando siamo in giro ci chiedono cosa stiamo rubando! Non capiamo perché!”
Il piccolo e sporco razzismo italiano, promosso istituzionalmente da alcuni partiti candidati alle elezioni, li fa sorridere rispetto a quello che hanno passato in Gambia e, poi, in Libia.
Mentre torno a casa, pieno di Pepsi Cola che hanno continuato a versarmi, percorro le normali stradine di provincia di tutta la mia vita. Sono abbastanza emozionato e scosso, mi ha turbato la loro normalità. Come hanno fatto a parlare con me di ragazze, di calcio e ridere tantissimo mentre mi sporcavo con la pizza, dopo aver passato quello che hanno passato in Libia? È stato come parlare con un sopravvissuto ad un campo di concentramento, figure solamente ascoltate in video o lette nei libri di storia, figure lontane. Per loro era uguale, ne sento parlare al telegiornale, leggo le loro storie, ma poi parlando con queste persone ho scoperto che non c’è niente di diverso da me nel loro modo di rapportarsi.
Se possono vivere con quel peso dentro e rapportarsi normalmente a me significa che quel peso è anche mio, che riguarda la mia vita, che la violenza nascosta dentro di loro e una violenza anche mia perché io, in due ore, a loro mi sono unito come con qualsiasi amico o persona incontrata.
Sono banalità? Sì, ma sono queste le banalità da recuperare. Se non possiamo salvare il mondo possiamo iniziare a andare a parlare con loro mentre sono qui. E lo dico per me e per tutti quelli che sono stati presi dalla narrazione fascista, violenta e razzista messa in atto in questi ultimi anni. Percorso fatto da un certo tipo di comunicazione è chiaro: allontanare le vite di queste persone dalle nostre, creare opposizione binaria tra noi e loro. Creare gli italiani e gli immigrati, i bianchi e i neri, i buoni e i cattivi, i ladri e le vittime.
Mi sono sempre chiesto come smontare questa narrazione ormai consolidata, questo successo del senso che ha categorizzato queste persone allontanandole da noi dal loro essere umani cosicché potessimo odiarli senza sentirci in colpa. La soluzione non è nella retorica, non è nelle parole o nel pensiero. Non convincerete mai chi è in quest’ordine di idee e non vi convincerete mai voi stessi.
La soluzione è andare a parlarci per due ore, da soli, in modo che si aprano con voi. Vedrete che sono esseri umani come tutti, alcuni fanno schifo e altri sono meravigliosi. Non potete cambiare le politiche di migrazione internazionali, potete forse lamentarvene - quello che invece potete cambiare è la vostra persona e il vostro rapporto con loro.
Sembrano frasi stupide e semplici, il problema è che sono costretto a ripeterle ancora e ancora, perché non sono più scontate né a Verona e né nel resto d'Italia.

DISCO DEL MESE - “Tutti su per terra” di Eugenio in via di Gioia
Caro lettore, per prima cosa non parlo di un solista ma di un gruppo. Gli “EUGENIO IN VIA DI GIOIA”, dopo aver evitato una tua inutile domanda, posso dedicarmi al mio racconto personale, legato all’ascolto di “TUTTI SU PER TERRA”. Le contraddizione mi piacciono tantissimo, il titolo quindi mi colpisce subito. Album, il secondo per loro, che ho tenuto sotto controllo. Non mi piace recensire contestualmente all’uscita, preferisco cucinarlo bene, sentirlo, usarlo ed ascoltarlo a fondo.
Ci sono contraddizioni, tematiche distruttive trattate con ironia ma acuta attenzione. C’è una timbrica che mi ricorda “Cristicchi”, non so sinceramente se sia un bene o male per la band. Ci sono tanti altri paragoni e similitudini che vorrei fare, ma poi non è corretto. Ogni artista, ogni gruppo è un percorso che parte da qualcosa per finire altrove, almeno per me questo è il senso. L’unica cosa, nella canzone “La punta dell’Iceberg”, la parola composta “TURBO-LIBERTA”, spero fosse un omaggio ai “TURBONEGRO”, ma non credo proprio. Detto questo, c’è un suono internazionale nella costruzione dei brani, la voce è chiara, limpida.
L’ascolto è veloce, quasi quanto girare in centro la domenica mattina. Pensandoci bene è un album da domenica mattina. Magari con il sole che sta uscendo dopo un veloce rovescio. E’ un album pensato. Lo trovo più diverso che simile a molte cose di questo stampo. Mi piace: non posso nascondere l’evidenza che mi piaccia davvero. Alcune ballate, altri pezzi più diritti. E’ passato tanto tempo da Agosto 2017, l’ho recensito solo ora! Perché? Perché c’è tanta ironia, tanta teatralità in questo album. Due elementi bellissimi, che mi mancavano nella canzone Italiana. Ci sono riusciti loro da Torino. Per chi fosse estraneo al loro suono ed ai loro testi, è tempo di rimediare: arriva la primavera. Pessimismo ponderato, sana ironia e bei suoni, sono la cura ottimale alle prime allergie. Ah, stavo dimenticato. Nelle loro canzoni c’è il folk, voluto, non voluto non lo so, ma quando c’è è sempre una cosa bella.
Lo ascolti qui: https://open.spotify.com/album/3yHF1lIYRFWAVk4HpBeGWl
Tommy in Salmon
RAL 3022 ROSA SALMONE - I fucking love Verona in Love
Questo weekend nuoticchiavo su e giù per le anse dell’Adige e mi sono accorta di un’epidemia di strane macchie rosse sulle rive, per le strade, sugli alberi.
Non capivo, ma d’un tratto : epifania! Quelle strane figure rosse erano CUORI.
Sapete questo che significa?
Che siamo nell’anno di Poseidone 2018… e ancora stiamo qui a festeggiare San Valentino.
Senza offesa per il martire che – poverino - è finito decapitato in una fredda notte di febbraio, dopo aver celebrato un matrimonio tra due che la legge e le consuetudini non avrebbero lasciato sposare. Capiamoci, tutto sommato era anche un figo questo Valentino da Terni: uno dei primi che - pur senza saperlo - ha combattuto per la causa dei diritti civili, perché “love is love” e tutto quello che sappiamo.
Io mi stupisco che siamo ancora qui a festeggiare il “Valentino da Perugia”, quello dei Baci, delle rose, dei cuscini a forma di cuore e di tutte quelle imposizioni tipiche di ogni festa comandata.
Il fatto è, miei piccoli pesciolini, che per quanto uno possa non crederci e sostenere che questa sia una festa voluta della lobby dei cioccolatieri e dei fiorai, il 14 febbraio se ne frega e arriva ogni anno che Poseidone manda in mare, pardon .. in Terra. Così come arrivano il 25 dicembre, il compleanno o il venerdì gnocolar. E non ditemi che, anche se voi non volete festeggiare e tra siete quelli che “a me del compleanno non me ne frega niente”, non ci rimanete male se i vostri amici si scordano di farvi gli auguri.
Come sopravvivere alla festa di “Valentino da Perugia”, allora?
Come sopravvivere a questa festa soprattutto se siete tra quelli che non ci credono, non sono innamorati o che lo sono ma non sono ricambiati (o un'altra tra le infinite casistiche dell’amore sfigato)?
(Ve lo dico adesso, che mancano ancora 360 giorni così potete prepararvi)
Immagino che per Voi, Salmoncini e Salmoncine che avete la fortuna (o la sfortuna) di nuotare e vivere tra le vie della più famosa “Città dell’amore”, il tema sia particolarmente caldo. Non deve essere facile sfuggire alle molteplici attività di marketing turistico, alle promozioni di coppia, alle luminarie a forma di cuore … a meno che non vi infiliate in un bunker almeno fino a fine febbraio. Ma vi assicuro che la televisione prende anche laggiù e quando, per noia, vi ritroverete a vedere San Remo, manifestazione in cui almeno il 74% della canzoni in gara parla d’amore, sarà stato inutile anche il bunker.
E allora? E allora arrendetevi.
Arrendetevi al fatto che tutta questa strana cosa dell'amore ESISTE:
come fate con la rotondità della Terra, anche se guardandola dal vostro balcone vi sembra una tavola da surf;
come fate davanti alla vivacità delle descrizioni di Emilio Salgari, anche se la storia ci dice che lui non ha mai lasciato l'Italia;
come fate con la gravità, anche se ogni tanto vi capita di volare.
Non ho le prove, perché sono solo un misero pesce di fiume, ma vi assicuro che l'amore è esattamente come la rivoluzione copernicana: prima è il cuore che gira attorno al cervello, poi arriva un tale che ribalta tutto.
Ed incredibilmente si scopre che ha ragione lui.
Salmona Pastura
Cosi Dunci - Farm Cultural Park
'Cosi Dunci' che in siciliano significa cose dolci, sarà il titolo di questo diario che prende il nome da una tipica pasticceria alla quale faccio visita tutti i giorni da quando sono arrivata.

‘Alla Farm Cultural Park c’è il primo parco turistico culturale aperto in Sicilia, esempio tangibile di riqualificazione urbana.’ Cosi scrivono i giornali e i blog nel web, ma in realtà la Farm, anzi Favara, il paesino in cui è collocata, in provincia di Agrigento è molto di più.
Ho partecipato a un open call e grazie a questo progetto sono arrivata alla Farm Cultural Park.

Mi presento, mi chiamo Silvia e mi occupo di arte visiva. Lavoro con lo spazio creando installazioni in site specific. Assemblando segmenti di nastro adesivo creo grandi figure sulle pareti. Lavoro come set designer, disegno patterns principalmente per carte da parti e piastrelle. Il link tra me e la Farm è la ricerca di nuovi materiali per progetti di rigenerazione urbana e interior design.
Il posto è a dir poco straordinario. Questa comunità si sviluppa in sette cortili a Favara, dove arte, cultura, architettura e design hanno caratterizzato questo posto, che sette anni fa, avrebbero dovuto radere al suolo per il cattivo mantenimento. La cosa affascinante di Favara è la mescolanza tra il vecchio e il nuovo. Le strade sono caratterizzate da questi vecchi edifici decadenti, grossi portoni con all’esterno transenne dove è vietato l’ingresso, strade dismesse, marciapiedi inesistenti. Camminando per le strade di Favara la sensazione potrebbe essere quella di percorrere una Beirut degli anni ’90 se non fosse per questi strepitosi interventi di riqualificazione urbana. Storici palazzi completamente ristrutturati, ristorati, bar, pasticcerie tipiche e poi la Farm che rendono il paese un’attrazione turistica molto ambita, dopo la Valle dei Templi a pochi chilometri di distanza da qua. Per questo consiglio a chi si trovasse nelle zone di visitare questo posticino, preparandovi a vivere un luogo davvero singolare e ovviamente ad assaggiare pietanze culinarie da capogiro.

Il mio ruolo qui è principalmente quello di tutor nella Scuola di Architettura per bambini - SOU. Mettendo a disposizione la nostra esperienza nel campo dell’arte visiva e progettazione, io, insieme ai mie colleghi, tutte persone preparatissime e competenti, lavoriamo con le nuove tecnologie, applicate all’architettura. Grazie a sofisticati programmi come Minecraft, Scratch e Arduino, i ragazzi danno vita allo spazio intorno a noi, senza limite, se non quello della fantasia. Lo scopo è la crescita culturale ed emozionale. Inoltre la Biennale di Architettura a Venezia ospiterà quest’anno il progetto Farm nel padiglione Italia.
Sono molto contenta di essere parte di questo team di professionisti, persone squisite e coinvolgenti. Aspettando un poì di sole siciliano in queste giornate di febbraio umide e piovose spero di avervi introdotto abbastanza di quello che sarà la mia esperienza qui. Vi invito a vistare il website www.farmculturalpark.com
Un caro saluto Salmoni ;) a presto nuovi aggiornamenti.
Silvia Forese
BOOK_ONCINI - Atti osceni in luogo privato di Marco Missiroli
Il libro del nostro eden prosaico e caciarone dove sorgono, a volte, alcune "architetture del sollievo" tipo le carezze
Lui: "Atti osceni in luogo privato" di Marco Missiroli (2015, Feltrinelli)
Pagine: 249
Dedica: A Maddalena, c'est toi.
Dedica/2: Alla fine uno si sente incompleto ed è soltanto giovane. (Italo Calvino)
Tempo di masticazione: due sere in mezzo alla settimana
Da provare: quando ci sentiamo privati di qualcuno
Indicato per: chi, anche se non l'ha detto, l'ha provato
Sapore: forse, quel Mc menù mangiato di nascosto da se stessi e taciuto a tutti gli altri
Assaggio:
"L'osceno è il tumulto privato che ognuno ha e che i liberi vivono. Si chiama esistere e, a volte, diventa sentimento".
Perché:
Dovevamo parlare d'altro, dell'Arminuta di Donatella Di Pietrantonio, per dirne una, in ossequio a quella cosa che chiamano "essere sul pezzo" e spesso e volentieri vuol dire, semplicemente, fare gli indolenti e scopiazzarsi con grazia. Noi parliamo di un libro che è stato il caso del 2015. Sarà anche laniccia nella vostra memoria ma, ai tempi, le montagne le aveva mosse quella fessura di sedere sbattuta in copertina per fare man bassa di lettori occasionali tra gli scaffali della Giunti. A me il libro l'hanno regalato qualche settimana fa, forse, proprio per questo. Il mio donatore è stato condotto all'acquisto dal richiamo sirenesco di due chiappe appena interrotte dal titolo in rosso. E benedetti i suoi ormoni, mi vien da dire. "Atti osceni in luogo privato" è così magnetico che lo inizi il martedì sera e ci pensi al lavoro scalpitando sul pc fino al mercoledì notte, quando lo chiudi, ti guardi intorno e ti chiedi da dove, da che lato, da che dannato angolo iniziare a raccogliere su, e mettere in un sacchetto la polvere della tua vita così ferma da apparire stanca. Dentro queste 249 pagine c'è tutto, ovvero le tre cose che importano davvero: l'amore, la morte, il tempo.
Sesso quanto e come:
Non è altro che la storia di Libero Marsell, ragazzino italiano traslato a Parigi e ripiombato a Milano da uomo. C'è sua madre che si fa beccare, come direbbero gli americani, in flagrante delicto, mentre fa un pompino all'amante. Poi c'è suo padre, uomo grandioso, costretto alla schiavitù melanconica non tanto del tradimento, quanto del rimpianto. Non serve che vi dica che il libro è diviso in sezioni (Infanzia, l'Adolescenza, la Giovinezza, Maturità, Adultità) perché basta andare ovunque sul web e vi svelano la solita tiritera del romanzo di formazione. Ma voi credeteci fino ad un certo punto perché il sesso, come ogni altra forma di conoscenza, è sempre friabile e perduto il giorno dopo che si è creduto di stringerlo. Il tempo scorre e anche per Le Grand Liberò, come lo chiama l'amica bibliotecaria che gli farà vedere le tette soavi una volta sola e poi mai più, arrivano gli amori pensati e poi quelli consumati. La grande fregatura dei sensibili è che il corpo, per quanto corra, è sempre secondo: la testa è già lì da ore, che fabbrica futuri immaginati. Per lenire gli strazi Libero ci va giù pesante con Camus e il suo "Straniero", Buzzati, Sartre ma con moderazione, Mentre "Morivo di Faulkner" e pure una valanga di film di Truffaut.
Missiroli regala frasi intere alle citazioni, e così finisce per sembrare un intelligente demiurgo capace di rimescolare le urla sublimi della letteratura nella sua sintassi elegante, certosina nel lessico, perfetta nell'architettura che invita a sottolineare, a sottolineare ancora e poi a farle scendere quelle due lacrime. A tanti feroci lettori questo aspetto non è andato giù, a noi, invece, è piaciuto. Perché è un esercizio intimo evocare le letture, i film, le musiche che ci hanno determinato. Si tratta dello stesso identico pudore silenziato che circonda la nostra carne quando raggiunge le sue cime, a furia di carezze.

Una specie di morale:
"Perché in fondo la gioventù è più solitaria della vecchiaia", ci dice Libero con la voce di Missiroli ad un certo punto. E così, condannati da "quella particolare attrazione per le grandi speranze", deambulanti a malapena, o solo stanchi, ripassiamo con la memoria tutti i nostri affetti marciti, gli slanci affievoliti, gli amori frantumati, sperando di venire a patti con tutta quella tenacia impiegata per non sostituirli. Un giorno, senza annunciarsi, farà capolino il momento atteso da una vita con intermittente consapevolezza, quello in cui conosceremo la devozione. La forma più stupenda di oscenità.
Salmonita
Tre parole, giusto tre, su Homicide House
SALMON PER FUCINA CULTURALE MACHIAVELLI
Sabato 10 febbraio Fucina Culturale Machiavelli ospita Homicide House della compagnia MaMiMò di Reggio Emilia, per la stagione teatrale #PaesaggiUmani. Lo spettacolo è arrivato sulla scena vincendo il premio Tondelli nel 2013 e da quattro anni gira l'Italia ininterrottamente.
A noi, più che la fama, stuzzica il titolo. Quindi abbiamo scambiato tre parole con il regista Marco Maccieri. In giallo-salmone dorato il nostro inquisitore.
Homicide House: puoi descrivermelo in tre parole?
È una fiaba noir contemporanea che parla della conoscenza fra le persone e del ruolo della verità nella vita di ognuno di noi.
In realtà, intendo: se dovessi proprio scegliere tre parole?
Direi, sicuramente, “verità”, “società” e “contemporaneo”. In realtà, poi le unirei tutte in un’unica parola, cioè “coscienza”.
Importante...
Sì, perché io vedo questo spettacolo come se fosse un dialogo fra le parti della nostra coscienza.
E quali sono?
Una parte è la narrazione dell’amore romantico: amore, vita di coppia, famiglia si uniscono tutte in un unico idillio. C’è una parte più cinica, la parte del rapporto professionale, che non guarda in faccia a nessuno ma guarda al successo e ai risultati. Poi c’è un’altra parte, quella vile-utilitaristica che ci fa scendere a compromessi anche molto bassi pur di ottenere vantaggi personali. E poi c’è l’ultimo personaggio, quello coi tacchi a spillo, quel fondamento della nostra coscienza che vuole rimanere a tutti i costi fedele a se stesso, alla sincerità e alla verità; si sente impuro quando tradisce questo ideale. Questi sono anche i quattro personaggi della pièce.

C’è una scena di cui sei registicamente molto soddisfatto?
Per rendere tutto questo, la difficoltà era non cadere nel realismo, non fare diventare quotidiana la vicenda. Quindi abbiamo sfruttato il linguaggio del fumetto e, dal punto di vista della regia, la scena in cui si entra nella Homicide House, cioè a casa dei tacchi a spillo, è stata una bella trovata. Insieme allo scenografo e al tecnico delle luci luci abbiamo realizzato la scena come fosse una graphic novel. Cioè: [spiegazione che abbiamo deciso di non spoilerare]. Questo momento thriller diventa così non solo un fatto realistico, ma anche concettuale.
Anche se in parte hai già risposto, quali riferimenti avete?
I riferimenti sono dai più alti ai più pop. I più pop, appunto, sono il linguaggio del fumetto, della graphic novel, dei colori molto saturi, perché avevamo bisogno di lavorare sui cliché: non su persone ma su personaggi, quindi archetipi come la femme fatale o lo strozzino, che diventa una specie di Joker di Batman. Questo riferimento riguarda soprattutto l’estetica e la forma del racconto. L’essenza e la drammaturgia sono legate, invece, ad altre forme. Per esempio il dialogo platonico: noi indaghiamo i concetti di cui ti parlavo prima attraverso la formula del dialogo filosofico. I personaggi attraverso la storia si interrogano su che cos’è l’amore o cos’è la verità, cosa vuol dire conoscere una città. E lo fanno attraverso dei dialoghi in cui mettono in campo ognuno un punto di vista differente, per cercare poi una verità che si deve creare da sé.
Interessante. Tra l’altro io ho studiato filosofia e mi sono trovata spesso a pensare che i dialoghi platonici potrebbero tranquillamente essere messi in scena.
È così. Io ho fatto un lavoro col maestro Vassiliev di messa in scena dei dialoghi platonici, nel 2010. Lui aveva fatto una scuola di pedagogia teatrale e usava quel materiale per insegnare le strutture nascoste, fondamentali, di molta della drammaturgia contemporanea. È molto bello soprattutto che nei dialoghi di Platone si nomini tutto tranne quello che è il concetto. Quindi è come se tu togliessi al pubblico tutto quello che quella cosa non è, per lasciare dentro la sensazione di ciò che è.
E voi avete fatto così?
Sì, c’abbiamo provato. È chiaro che siamo un po’ più pop di Platone, ma in senso buono, cioè di provare ad abbassare, in modo che un bambino possa leggere tutto questo, che non diventi qualcosa di solamente intellettuale ma di molto concreto. L’ultimo atto, infatti, prende un po' i toni della commedia, con un finale aperto, per lasciare al pubblico la responsabilità di scegliere, di decidere per sé.
...personalmente non considero Platone così inaccessibile, anzi. Poi come tutte le cose interessanti ha tanti livelli di lettura.
Sono d’accordo.
E come va la vita di questo spettacolo?
Benissimo. È il quarto anno che siamo in tournée. Abbiamo vinto il premio nel 2013, poi siamo partiti nel 2014… è già il secondo anno che diciamo: “Beh magari se non ci sono più recite lo archiviamo”; invece continuano a venire fuori date. Adesso la novità è che ci hanno preso al Franco Parenti a Milano e al Festival di Asti, quindi lo spettacolo continua a farci delle sorprese, come se fosse un figlio che ci fa gli scherzi. Siamo molto contenti anche perché in questo momento è lo spettacolo che più ci rappresenta in giro per l’Italia, mentre a casa nostra, a Reggio Emilia, ne abbiamo fatti diversi.
Direi una gran bella vita...
Sì. Il pericolo è che poi veniamo identificati solo con questa drammaturgia, ma è anche una cosa bella, perché racchiude molta della nostra poetica, del nostro sapere, del nostro gusto. È uno spettacolo del 2014, quindi siamo andati avanti nel frattempo. Ma anche questo è bello perché in questi quattro anni siamo cresciuti insieme allo spettacolo. Ed è cambiato: secondo me chi lo vede da un anno all’altro lo trova decisamente cambiato.
Cosa vi aspettate da Verona? Cioè: come se ne parla nel mondo teatrale, se se ne parla, o invece, se non se ne parla, cosa vi immaginate?
Il biglietto da visita di Verona è che è una città molto colta.
Davvero??? (Mi scappa una risata)
Sì sì.
Noi veronesi non la pensiamo sempre così.
Come i reggiani dicono a loro stessi che sono dei campagnoli... Ci aspettiamo di avere un pubblico più critico di quello emiliano, che magari è un po’ facilone e aderisce di getto a quello che succede. Ci aspettiamo, appunto, di avere un pubblico critico e curioso. Io stesso sono molto curioso. Perché in ogni luogo in cui andiamo lo spettacolo è diverso a seconda di chi c’è in sala, di come il pubblico reagisce. Essendo uno spettacolo aperto al pubblico, che si fa insieme al pubblico piuttosto che in quarta parete, è stato diverso farlo a Sassari, a Napoli o a Torino.
E voi capite qualcosa della città attraverso lo spettacolo?
Non tanto qualcosa di logico ma sicuramente una sensazione, un clima, una coscienza particolare di quel luogo.
Dovrete farci sapere allora...
(Ridendo) Anche voi.
