20 anni di pane: Panificio Maragno.

Non è un’ associazione culturale, non è un collettivo di artisti, non è un centro sociale tantomeno una museo di arte contemporanea. Di questi ultimi due, a dir la verità, a Verona non c’è neanche l’ombra.

E’ un panettiere. O panificio. Chiamatelo come volete.

IMG_7609

Sabato ha festeggiato i 20 anni.

Vent’anni di sveglie alle 2 del mattino, 6 giorni alla settimana, 11 mesi all’anno.

Tiziano con Erica da vent’anni in via Marsala a fare il pane. A, sottolineiamo, FARE il pane.

Ce ne sono sempre di meno che fanno il pane, e ce ne sono sempre di più che riscaldano panetti surgelati: sembra niente, in realtà fa tutta la differenza di questo mondo.

 Panificio Verona

Sabato hanno imbadito 2 tavoli all’aperto è in un attimo hanno fatto il pienone. Come tutti i sacrosanti giorni dell’anno. Dove c’è passione, dove c’è sostanza, dove c’è impegno si fa sempre il pienone. Anche in Valdonega, anche in Via Marsala. Anche a Verona, la città in cui fare il pienone per uno spettacolo teatrale, per un djset, per un concerto o una mostra d’arte contemporanea per tanti sembra essere un’impresa non banale, loro hanno fatto sold out.

 

L’equazione?

Che qua da noi anche i panettieri sono i veri motori di una cultura che a volte non viene riconosciuta come tale. Che piaccia o meno, sono anche questi i luoghi dove si fanno accadere cose e dove si diffonde un messaggio piuttosto che un altro. Un messaggio sottile, silente e poco appariscente. Che rappresenta uno spicchio importante della nostra realtà. Che non è quella di Berlino, nè quella di New York e tanto meno quella di Catania. E’ questa. La si può apprezzare o no. Ma è questa e per migliorarla o ampliarne le prospettive, bisogna partire da qua. E fare i complimenti a Tiziano. 20 anni di dedizione, quella che serve per fare cultura. Forza Tiziano!

 Panificio Verona

L’auspicio?

Siamo tutti un po’ più panettieri, gente della notte tanto quanto i dj.

 

Non è un’opinione, è una constatazione.

Verona è questa. IMG_7608

 


Salmon by Tocatì: regola numero 5 - se c'è la musica è anche meglio

Regola numero 5, ovvero la regola più bella: "se c'è la musica è anche meglio".

E allora è meglio che vi lustriate orecchie e occhi con questo video.

 

 

Grazie a: Bridge Film Festival - BFF
#tocamessico #tocatì2014 #followthesalmon #veronaeventi #bff
www.salmonmagazine.com


Salmon by Tocatì: regola numero 4 - aprire le porte di casa è bello

Guadiamo e questo video e stiamo da panico.

Che bellezza: altrochè pubblicità progresso. Guardatevi questa.

https://vimeo.com/107804624

Grazie a: Bridge Film Festival - BFF
#tocamessico #tocatì2014 #followthesalmon #veronaeventi #bff
www.salmonmagazine.com


Concorso: Salmon & Vaggimal Records present: il Primo Soppressa Prize!

Salmoni,

Ecco per voi il primo concorso "Soppressa Prize", in occasione del Vaggimal Records party dell'11 Ottobre:

http://www.salmonmagazine.com/event/verona/cosa-fare/evento/sincity-5-vaggimal-records-birthday-party/

Ecco come funziona:

1) Vai alla pagina Facebook di Salmon Magazine (qui)

2) Cerca il post sul Soppressa Prize, e schiaffaci un "mi piace"

3) Commenta spiegando per quali ragioni vuoi vincere il Soppressa Prize

4) Invitate i vostri amici a fare mi piace sul vostro commento, perché il più "piaciuto" VINCE!!!!

 

>>>>> I PREMI <<<<<

Al primo: UNA SOPRESSA 100% MADE IN VAGGIMAL (LESSINIA) e un biglietto per il Vaggimal Party

Dal secondo al quarto: un biglietto per il Vaggimal Party

 

In massonico accordo tra Salmon Magazine & Vaggimal Records

CHI NON GIUOCA NON VINCE!

 


Salmon by Tocatì: Per giocare contro i messicani bisogna essere preparati

Eccoci qua.

Mettetevi sereni e tranquilli, e guardatevi il video.

Tutti Salmoni, tutti Messicani tutti a giocare!

Lunga vita al Tocatì e ci vediamo tra un anno.

 

Grazie a: Bridge Film Festival - BFF
#tocamessico #tocatì2014 #followthesalmon #veronaeventi #bff
www.salmonmagazine.com

 


Salmon by Tocatì: regola numero 2

Nel gioco è importante bere.

Le messicane se la tirano a manetta, si fanno desiderare e devi letteralmente corrergli dietro.

Pensavamo non fosse facile la vita del ragazzo veronese, poi abbiamo scoperto che in Centro America non se la passano tanto meglio.

O abbiamo capito male?

 

Tocatì by Salmon & BridgeFilmFestival: nel gioco è importante bere. from SalmonMagazine on Vimeo.

 

 

Nel dubbio, abbiamo smesso con gli aperitivi, gli spritz e le birrette. Da oggi solo acqua del sindaco e tanti km da macinare dietro a quell'idolo di Marco Pajusco.

Ore 18.45 alle Santini. E poi conquisterete anche le messicane.

Bere è importante però. Ricordatevelo.

Cordiali Saluti

Salmon Lebon


Salmon by Tocatì: regola numero 1 - Topotek

Non è così semplice giocare a palla

Non è detto che se sei al Tocatì tu sia capace di giocare a palla.

Ma al Tocatì nessuno fa differenza. Tutti liberi di giocare liberi nel libero centro storico di Verona.

Anche se le palle sembrano delle tette giganti o dei mega wurstel e sono state progettate e realizzate da un famigerato aggregato di architetti berlinesi: Topotek . Molto creativi, qualche dubbio sulla scelta del colorino, ma sicuramente politically correct: quote rosa rispettate e pari opportunità mantenute.

Tocatì by Salmon & BridgeFilmFestival: non è così semplice giocare a palla. from SalmonMagazine on Vimeo.

 

 

E bambini impazziti come poche altre volte.

Anche perché cose così allucinogene era da un po' che non si vedevano nel sempre più congelato conservatorio.

Però i Salmoni sono norvegesi, sono nordici, sono precisi. Hanno bisogno di punti fermi. 4 regole per 4 giorni di sopravvivenza al Tocatì.

E si sono divertiti come i matti.


Tocatì by Salmon: Intervista a Pino Cacucci

Ti trovi con il Tocati e decidi che vuoi di comunicare tutti gli eventi collaterali che vengono organizzati. Giuseppe e Sara di AGA ti indicano quelli che sono i personaggi più adatti per Salmon.
Da bravo ignorante, non ne sai molto di nessuno di loro.
Tra questi ti parlano di Pino Cacucci. Annuisci con la testa e ti fai dare il numero di telefono.
Lo chiami e risponde una persona dai modi gentilissimi e umilissimi: è in coda alla cassa del supermercato e ti chiede un po' di pazienza.
Gli mandi velocemente le domande, perché i tempi sono sempre stretti.
Ne parli con un paio di amici dall'occhio un po' più lungo del tuo e...
scopri che è un personaggio descritto così da Fellini: "Cacucci è un artigiano, un costruttore di trame, di atmosfere e di personaggi."
Signore e signori, domani Sabato 20 ore 18.00 in Biblioteca Civica, andate a trovarlo.

 

Ciao Pino, Comincio dal farti una domanda tanto banale quanto spontanea.
1) In Messico non ci sono mai stato ma ogni volta che parlo con persone che ci sono state o ci hanno vissuto me ne parlano come fosse la Terra Promessa, l'El Dorado vero e proprio.
Ogni volta ne rimango sorpreso; è incredibile come sembra esserci un'opinione unanime riguardo al Messico. Direi che ci sono pochi altri posti al mondo che lasciano questa idea di sé. Solo il Brasile, mi viene da pensare...
Mi sai, in 2 parole, spiegare il perché? Com'è possibile?– Non so se l’opinione sia “unanime”, dipende dalle sensibilità ed esperienze di ciascuno, però anch’io, negli oltre trent’anni di frequentazione del Messico, ho notato innumerevoli volte come gli “stranieri” (e in particolare tanti italiani) si sentano a proprio agio, provino emozioni altrove rare, instaurino facilmente la comunicazione con le genti del luogo... E poi c’è la forte sensazione di libertà, dovuta al fatto che i messicani, nella stragrande maggioranza, rispettano le diversità e quindi non ti senti mai giudicato per come appari o cosa fai, ma essenzialmente per come sei dentro. Forse è proprio questa sensazione che da almeno un secolo attira stranieri da ogni luogo del mondo.Pino Cacucci2) La mia idea di Messico è anche molto malinconica, nostalgica... ultimamente ci stanno vendendo anche un Messico violento e pericoloso. Esiste una dimensione del Messico che sia anche futuro, prospettive, modernità e innovazione?– Infatti l’indole delle genti messicane è più malinconica che allegra, e pervasa da nostalgia, da un senso di perdita, ma al contempo di fierezza per la propria storia e di orgoglio. Certo il Messico può sembrare “schizofrenico”: da un lato si avverte una grande generosità e facilità di rapporti umani, dall’altro, sa essere spietato e occasionalmente violento. Purtroppo la cosiddetta “guerra al narcotraffico” ha devastato socialmente alcune zone, in particolare al nord verso la frontiera con gli Usa (che hanno il problema di essere i primi consumatori al mondo di droghe, ma la guerra la fanno fare in Messico...). Ma è un paese straordinariamente proiettato nel futuro, culturalmente vivacissimo (in particolare la capitale, Città del Messico, enormemente migliorata negli ultimi anni sotto ogni punto di vista, compresa la sicurezza e la viabilità), dove le innovazioni convivono in inspiegabile armonia con tradizioni del passato e un’anima profonda (la “mexicanidad” che Octavio Paz ha mirabilmente tentato di narrare nel suo “Il labirinto della solitudine”, per esempio) che per mia fortuna continuo a constatare ogni volta che ci torno, cioè tutti gli anni per almeno un paio di mesi.3) Il Messico è anche stato il pretesto, il collegamento, per arrivare a lavorare fianco a fianco con Gabriele Salvatores, un premio oscar. Cosa significa, concretamente?– Innanzi tutto, la realizzazione del film è stata l’occasione di vivere in amicizia ogni sua fase, e il rapporto con Gabriele, Diego Abbatantuono, Claudio Bisio, Valeria Golino, Enzo Monteleone, il produttore Maurizio Totti e gli altri è stato il risultato più bello di tutto ciò: viaggiare in lungo e in largo per il Messico con loro rimane tra i ricordi migliori, si formò una “banda” più che una troupe, un gruppo che condivideva curiosità e imprevisti, appassionamenti e preoccupazioni. Gabriele, e gli altri che ho citato, sono persone sensibili che hanno immediatamente sviluppato con i messicani rapporti schietti e rispettosi, e questo era il dettaglio che più mi stava a cuore. Poi, ovvio, il film mi ha portato una notorietà che ha permesso di trasformare una passione – scrivere – in un mestiere di cui riesco a campare (unitamente alle traduzioni dallo spagnolo, certo).

Pino Cacucci Puetro Escondido

4) Vivere di libri e di cinema parlando di Messico. Quindi donne, sesso, spiagge, sole, droghe
E' il sogno di chiunque.
Giusto?
Immagino sia così... O la realtà è un'altra?
Che consigli hai per chi, come te, vorrebbe vivere di queste passioni: scrittura, cinema o viaggi?

– Beh, hai citato una serie di stereotipi... Sesso, spiagge e droghe si trovano in mille posti del mondo, il Messico offre molto di più: ha dato e continua a dare (malgrado l’epoca scellerata che viviamo) occasioni di vivere meno stressanti e meno frustranti, a riscoprire piccoli dettagli del quotidiano che ti fanno stare meglio, ma in molti casi ha anche respinto, cacciato via chi si credeva più sveglio e più furbo, perché guai a sottovalutare i messicani e trattarli in base a certi stereotipi... Credo che in Messico ti perdonino tutto tranne l’arroganza, e allora, la paghi cara.

 

5) Il Tocatì. Che impressione ti ha fatto questa iniziativa? E l'attività di recupero e narrazione dei giochi vecchi, meno vecchi e giovanissimi?
Quanto conta il gioco nella tua vita?

– Non vedo l’ora di viverlo “in diretta” il Tocatì, e sono molto curioso, visto che quest’anno è dedicato al Messico. Inoltre, Verona è da anni una città dove ricevo grandi soddisfazioni, per me è un ritorno tra amici, l’occasione per riabbracciarli.
Qualsiasi attività di recupero della memoria che rischia di perdersi è encomiabile, specie se si tratta di giochi, cioè di occasioni che gli esseri umani hanno inventato per “compartir”, per stare insieme, per sfidarsi giocosamente evitando dispute (è il caso della tradizione della pelota maya e azteca, un vero culto, a cui spesso si affidavano gli esiti di dispute molto più importanti del gioco in sé). Nella mia vita il gioco ha sempre contato, in varie forme. Oggi continuo ostinatamente a giocare a racchettoni (beach tennis, ma in Romagna si chiamano ancora racchettoni due contro due, se si è in tanti, allora è torneo) e lo pratico con cari amici, un buon pretesto per vederci ogni settimana e stare insieme. Poi c’è la bicicletta, anzi le 5 bici che ho a seconda dei percorsi, ma quelle sono più “solitarie”. Riguardo attività di gioco sedentarie, non amo affatto i giochi d’azzardo (magari da giovane giocavo a poker, ma tra amici e senza traumi al portafoglio...) però gioco spesso a burraco ancora adesso, dopo una gioventù irta di Risiko e altri giochi simili...

pino cerveza corona_mahahual copia_1

6) Al Tocatì, inoltre, si parla di giochi in strada. Riflessioni rispetto la strada?

– La strada è una maestra di vita, sulla strada si impara a stare al mondo, camminando si incontrano persone che ti arricchiscono moralmente ed emozionalmente, per me la strada è simbolo di viaggio, esperienze e conoscenze. Ed è un peccato mortale che i bambini di oggi abbiano ben scarse occasioni di giocare in strada, dove un tempo si cresceva all’aria aperta e si socializzava. Oggi si vive la strada più come una fonte di pericoli, e mi sembra davvero un “crimine contro l’umanità” aver intasato le strade di veicoli potenzialmente assassini.
Un altro aspetto che andrebbe valutato è il gioco in strada come palestra di vita per bambini e ragazzi nel senso di tenere sotto controllo l’individualismo sfrenato che sfocia nell’egoismo: nel gioco è insita la sconfitta, senza drammi, chi ne faceva veniva deriso anche dai perdenti e apprendeva a non lagnarsi troppo (o almeno è stata questa, la mia esperienza da bambino), e il primo insegnamento è accettare la sconfitta anche per poter tentare la rivincita. Oggi, temo che prevalga una subcultura del vincente a tutti i costi, e del disprezzo per i vinti. Ne consegue una serie catastrofica di “effetti collaterali”, dall’arroganza contro i più deboli (salvo essere poi deboli con i forti per ingraziarseli, sviluppando così la viltà) fino al rifiuto assoluto dell’abbandono... E si arriva ai ragazzini che diventati uomini pestano le donne o addirittura le uccidono perché non sanno affrontare il rifiuto, l’esclusione, cioè, la sconfitta.
Non si possono semplificare certi paragoni, ma sento che in Messico sia ancora viva la cultura – o la civiltà – del gioco comunitario, possibilmente di strada o cortile (certo, nelle metropoli non è facile, ma sempre più che da noi), e in quanto alla violenza... è molto meno diffusa di quanto lascino credere le notizie terrificanti sui narcos. Poi, va detto che nelle comunità indigene l’infanzia dura poco: occorre guadagnarsi da vivere e cominciare a lavorare fin da giovanissimi, e quindi non ci sono situazioni da idealizzare, neppure il Messico è una “terra promessa”. Ma nella sua storia come nel suo presente, ci sono esempi di sconfitti che non hanno mai perso la dignità, restando integri e coerenti fino alla fine, preferendo “una fine spaventosa allo spavento senza fine” dei rassegnati e degli asserviti. Ecco, questo sì: il Messico ha sviluppato un grande rispetto, quasi mitizzato, per gli eroi sconfitti, tutti i suoi esseri umani migliori sono andati incontro alla sconfitta, e vengono ricordati per la dignità con cui l’hanno affrontata.

Salmon Lebon

Tocatì by Salmon: Intervista a Mauro Vanetti - Collettivo No Slot

Giovedì, ore 15.00, in Biblioteca Civica (vedi evento )  si parlerà di una dimensione "alternativa" del gioco.

Un gruppo di matti ha deciso di portare a galla un underwater diverso da quello di cui parliamo di solito. Ma con il quale siamo pienamente allineati.

Tanto per cambiare abbiamo chattato un po' anche con loro. Leggetevi quello che hanno da dire.

 

Salmon Lebon: Comincierei con un classico "presentati". Al telefono tradivi un accento emiliano. Me lo sono sognato?

Mauro Vanetti: Sì, te lo sei sognato. :) Sono Mauro Vanetti, l'unico nato a Pavia del Collettivo Senza Slot. O meglio: l'accento pavese assomiglia agli accenti emiliani. Ho 35 anni, di mestiere faccio il programmatore e da sempre mi interesso di politica. Senza voler fare il sociologo da strapazzo, abbiamo notato che la città stava ricollocandosi in una nicchia economica basata su alcuni elementi molto... discutibili: la speculazione edilizia, l'economia mafiosa ('ndrangheta), il gioco d'azzardo liberalizzato.

Senza Slot

Salmon Lebon: wow!! Mi stai covincendo che Verona in realtà a Copacabana! Quindi...?

Mauro Vanetti: Diciamo che a me e ad altri, in particolare il mio amico Pietro Pace che ha avuto originariamente l'idea, è venuta voglia di fare qualcosa per contribuire al movimento di rifiuto della penetrazione del gioco d'azzardo liberalizzato nella città. Per questo motivo abbiamo fatto questo sito, www.senzaslot.it, per raccogliere segnalazioni di bar e caffetterie che non hanno le slot machine. Ce ne sono arrivate così tante, e da tutta Italia, che il sito sta cominciando ad avere problemi tecnici e infatti dovremo cambiarlo. Siamo intorno alle 2500 segnalazioni.

Salmon Lebon: Cosa segnalano?

Mauro Vanetti: Quei posti che resistono senza le macchinette mangiasoldi.  L'idea banale di partenza è questa: non vogliamo più prendere il caffé in luoghi che normalizzano la speculazione sulle spalle della povera gente.

Salmon Lebon: ah interessante, quindi segnalate i bar virtuosi! Dì la verità che ti sei bruciato un po' di migliaia di euro con le slot machine e ti stai vendicando.

Mauro Vanetti: Per fortuna, nessuno di noi è un giocatore d'azzardo compulsivo, ma quelli che ci sono passati e si sono resi conto di cosa hanno subito qualche volta in effetti diventano dei "vendicatori"... Non so se hai visto il video di quel giocatore compulsivo che armato di ascia è andato a demolire una mezza dozzina di macchinette in un bar?

Salmon Lebon: Ah no, mi manca.

Mauro Vanetti: https://www.youtube.com/watch?v=v8cVO_ybHTo

Salmon Lebon: Però fammi capire una cosa. Il tutto è legale, giusto? Ed è risaputo che le macchine sono progettate per non perdere soldi.

Mauro Vanetti: Ebbene, sì. Questa è la prima domanda che ci hanno fatto ogni volta che siamo andati a parlarne in una scuola. I ragazzini non si sono ancora abituati all'idea che la legge possa essere così. Ovviamente, sono progettate per far vincere il banco. Addirittura, in Italia *per legge* devono restituire "almeno il 74%", che tradotto in soldoni vuol dire che fanno perdere il 26%. Ma non è tutto qua. Come hanno dimostrato diversi studi neurologici, psicologici, sociali ecc. queste macchinette e tutto il sistema pubblicitario sono progettati coscientemente per far ammalare di gioco d'azzardo patologico. Il gioco d'azzardo compulsivo non è un "effetto collaterale": è il core business.

Salmon Lebon: Che soluzioni vedi all'orizzonte?

Mauro Vanetti: Non deve essere ammesso fare lucro sul gioco d'azzardo di massa. Perché incentiva la ricerca di meccanismi sempre più patogeni. In questo contesto ha molta importanza la promozione pubblica del gioco sano e intelligente.

Chiaro che è una battaglia difficile perché stiamo dicendo che bisognerebbe non solo colpire dei privati che fanno molti profitti e sono molto potenti ma anche che bisognerebbe togliere allo Stato una fonte di entrate e costringerlo invece a *spendere di più* per promuovere il gioco.

Salmon Lebon: E naturalmente la criminalità organizzata ci si è buttata a capofitto.

Mauro Vanetti: Sì, perlomeno questo è quanto ha scritto la Direzione Investigativa Antimafia.

Salmon Lebon: Belllo bello bello. Belle prospettive. Concretamente, cosa fare? Cosa intendete fare?

Mauro Vanetti: Per ora abbiamo fatto una mappa online, un blog con le nostre riflessioni, una manifestazione a Pavia il 18 maggio scorso, un libro ("Vivere senza slot") e una trentina di presentazioni del libro in tutta Italia. Si sta creando una rete. Noi siamo convinti che sorgerà un movimento popolare vasto per abolire la liberalizzazione dei giochi d'azzardo.

Salmon Lebon: Ma è il proibizionismo la strada?

Mauro Vanetti: Secondo noi no, perchè favorisce la creazione di un mercato  clandestino. Inoltre è culturalmente nocivo perché lancia un messaggio esclusivamente negativo e in qualche modo "contro le tentazioni e i vizi". Noi pensiamo che lo Stato debba stroncare il mercato sia legale sia clandestino affiancando alla giusta repressione di questo business la creazione di spazi alternativi dove si possa praticare il gioco sano... e anche il gioco malsano

senza slot

Salmon Lebon: Dimmi... cosa ci fate al Tocatì?

Mauro Vanetti: Ci ha invitato Dario De Toffoli, un esperto di giochi, che sembra abbia apprezzato il nostro libro.

Salmon Lebon: ...ma del libro non mi hai detto nulla!

Mauro Vanetti: Ah giusto! Abbiamo scritto questo libro in quattro l'estate scorsa. Si chiama "Vivere senza slot. Storie sul gioco d'azzardo tra ossessione e resistenza". Ci hanno aiutato anche altri come Alessandro Villari e Luca Casarotti, quest'ultimo è ormai parte integrante del Collettivo. Sono molte piccole storie autobiografiche che raccontano cosa abbiamo combinato e cosa abbiamo imparato su questo argomento.

Salmon Lebon: Autobiografie ? Di chi?

Mauro Vanetti: Nostre, o meglio: di quel che ha fatto il Collettivo nel corso del 2013.  Spesso si tratta di incontri, con persone che hanno vissuto il problema o che lottano per risolverlo e qualche volta anche... che lottano per non risolverlo. Per esempio il libro si apre con un incontro sgradevole: quello tra noi e la lobby dell'azzardo, che sta cercando di portarci in tribunale..

Salmon Lebon: ...a titolo personale, qual è il gioco della tua infanzia? C'è un gioco do strada particolare?

Mauro Vanetti: Palla prigioniera!! Ho provato a rigiocarci da adulto, in università, nei corridoi del collegio.

Salmon Lebon: E da quando ti interessi di azzardopatia?

Mauro Vanetti: Dall'anno scorso.

Salmon Lebon: ah è recentissimo. Perché uno ci finisce dentro?

Mauro Vanetti: Di solito all'inizio è un miscuglio di curiosità, noia e illusione di poter guadagnare qualcosina. Molti terapeuti e molti malati ci hanno raccontato che l'innesco della dipendenza è quasi sempre in seguito a una vincita. Si comincia a pensare che si può vincere ancora, oppure che è un passatempo innocuo perché un po' vinci e un po' perdi, oppure si fanno sragionamenti del tipo "Questi soldi li ho vinti, quindi è come se non fossero miei, posso rigiocarmeli e al massimo mi rimetto a pari". Ovviamente si inizia a perdere, tanto e allora inizia il meccanismo della "rincorsa" (catch up).

Salmon Lebon: ...e da lì a farla diventare una "dipendenza"?

Mauro Vanetti: Diventa una dipendenza molto molto velocemente. Si dice che le slot machine sono "il crack dell'azzardo" nel senso che hanno un tempo rapidissimo di insorgenza della dipendenza, come fumare il crack apppunto.

Salmon Lebon: Il profilo del "giocatore" medio?

Mauro Vanetti: In generale ci sembra che a essere colpita sia soprattutto la classe operaia-impiegatizia o anche più in generale la "povera gente". Molti immigrati, molti pensionati.

Salmon Lebon: Modi di uscirne?

Mauro Vanetti: Esistono terapeuti, comunità di aiuto, gruppi di auto.

Noi crediamo che il problema vada risolto soprattutto socialmente, prevenendolo e anche curandolo in modo collettivo.

Salmon Lebon: Quindi convincerai il Tocatì a impiantare anche un po' di slot machine per gli anni prossimi e pagarsi il festival!?

Mauro Vanetti: Tipo il Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione. Dopo che pezzi di mondo cattolico hanno chiesto di sospendere la sponsorizzazione hanno detto gli organizzatori che non potrebbero tenerlo senza i soldi di SISAL e Lottomatica. E’ una gran cosa che Tocatì con un'iniziativa del genere si "blindi" invece in senso no slot

Salmon Lebon: Ci sei mai stato al Tocatì?

Mauro Vanetti: No, è la prima volta.

Salmon Lebon: Come si svilupperà il vostro incontro?

Mauro Vanetti: Ci saremo noi, il ludologo e autore di giochi Dario De Toffoli,  diverse figure di spicco della UISP che ha un approccio simile al nostro nel contrapporre lo sport all'azzardo, alcuni politici che si sono dichiarati sensibili all'argomento (noi su questo siamo sempre moooolto scettici) e Maurizio Fiasco, un sociologo che ha scritto cose illuminanti sul tema.

Salmon Lebon: Porterete una slot machine da provare? O una slot machine sezionata per far vedere il funzionamento? O sviscerete i meandri del software per mostrarne la logica diabolica?

Mauro Vanetti: Non è una brutta idea, ma questa volta non lo faremo. Sarà per la prossima!

A proposito: http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/09/13/giochi-al-tocati-di-verona-si-parla-anche-dellazzardo/1117894/

 


Tocatì by Salmon: intervista ad Ale d'Emilia - Le Lepri di Misurina

Tocatì by Salmon: Le Lepri di Misurina from SalmonMagazine on Vimeo.

Slackline e Tocatì

Dalle trincee del monte piana al Fiume Adige. Dei Salmoni che si fanno chiamare Lepri, intervista ad Ale D’Emilia.

dal Monte Piana (Misurina, BL) il nostro inviato Salmon Salar.

ATTENZIONE! PER LEGGERE QUESTO ARTICOLO DEVI SAPERE COS’E’ LA DISCLIPINA DELLA SLACK LINE!

More info here: http://it.wikipedia.org/wiki/Slackline
Alla faccia di risalire le correnti. Sono salito fino a 2500 metri, sopra il lago di Misurina, abbracciati dalle Dolomiti per arrivare sul monte Piana, teatro del più importante raduno italiano di Slack Line, L’Highline Meeting.

Sforzo non indifferente per un pesce da underwater e acque basse, ma atto necessario, al fine di scambiare due parole con chi realizza questo evento che chiama sportivi da tutto il mondo e rappressenta a tutti gli effetti una figata incredibile.
Parlo di Lepri di Misurina e A-team composto da Alessandro dʼEmilia, Armin Holzer, Aldo Valmassoi e Niccolò Zarattini. Saranno protagonisti, un paio di loro sono anche salmoni veronesi doc, di una passeggiata sull’Adige nei giorni del Tocatì.
L’atmosfera sul monte Piana è incredibile. Si parla inglese, visto che gli stranieri superano in numero gli italiani, il panorama è incredibile, le slack posizionate su strapiombi da paura, gente che fa yoga, parapendii che ti sfiorano la testa e il campo base in cui si può mangiare e godere di concerti decisamente più accogliente del salotto di casa.
A pane, burro, marmellata e ciaccole a telecamere spente, capisco come le Lepri e l’A-team siano dei veri malati di questa disciplina che a detta loro “ti cambia la vita”. E come non capirli in effetti: in equilibrio a 2500 metri camminando su un nastro largo pochi centimetri, solo natura intorno, cellulari che non prendono, aria pulitissima e ritmi scanditi da sole e dolori muscolari.
Sono così in stato di trance esistenziale e piacevolmente a mio agio in questo paradiso dello sport, che quasi mi dimentico il motivo della mia visita: parlare con i ragazzi di Tocatì dell' attraversamento dell’Adige su slack.

Nella mia mente si crea un mashup tra centro storico di Verona e speroni rocciosi del Monte Piana. Una cosa incredibile, mi serve chiarezza.

Ecco il video della mia chiaccherata con Ale D’Emilia, il Salmone giusto al momento giusto.