Intervista a Mr&Mrs Pedrotti
Proseguendo nel nostro intento di conoscere e far conoscere le realtà che popolano il quartiere di Veronetta, siamo stati a fare due chiacchiere con Nicolò e Jennifer, proprietari dello storico Pedrotti, locale di Via Venti Settembre.
Com'è nata l'idea di aprire il locale? E come mai qui in Veronetta?
Una botta di culo: avevamo adocchiato il locale e poi, pace all'anima sua, il proprietario è deceduto e si è presentata la possibilità di acquistarlo. Eravamo convinti che il bar si chiamasse Pedrotti, ma in realtà l'insegna si riferiva semplicemente alla marca di caffè: il bar si chiamava solo Bar! Dal momento che per tutti era ormai il bar Pedrotti, abbiamo voluto rimarcare il concetto.
Al di là di questa gag, è da quando siamo ragazzini che gravitiamo intorno al quartiere di Veronetta perché c'è un substrato culturale diverso dal resto della città, più giovanile ed aperto: quindi chiaramente il bar lo volevamo aprire qui e ormai siamo aperti da due anni!
Una delle caratteristiche che saltano all'occhio entrando al Pedrotti è che, a differenza di altri locali, non è una ricostruzione di un ambiente che non c'era...si può dire che avete mantenuto integra la storia del locale?
Si hai ragione...questo è un locale storico, aperto dal 1962; prima, negli anni '40, c'era una bottega di alimentari e, prima, ancora di “decorazioni e pitture”. Insomma, se hai un bar che vive da così tanti anni è da stronzi sfigurarlo per metterci il bancone bianco e gli sgabelli rossi dell'Ikea. Ci piaceva mantenere una linea di continuità con la storia del locale, è anche una questione di nostro gusto personale: hai visto la Lancia Beta coupé marrone parcheggiata fuori? È la mia!!!
Non è comunque stato facile, perché c'era pure del brutto e noi abbiamo cercato di aggiungere solo cose in stile: trovare la lampada anni '70, le locandine dei film, l'arredamento in stile è stato difficile.

Da cliente, entrando nel locale si può notare una sottile discrepanza tra il vostro stile, lo stile del locale e la musica che mettete su...sono io che non capisco niente o siete d'accordo?
In realtà ti assicuro che dipende dai giorni! In generale sì, mettiamo spesso su del sano punk-rock e non vestiamo anni '70 semplicemente perché a livello anagrafico non siamo cresciuti in quegli anni: c'è però un filo che unisce queste scelte ed è che rientrano tutte nel nostro gusto, in effetti un po' eclettico.
Si, eclettico rende bene il concetto...e chi sceglie gli alcolici? Qual è l'idea di bar che volevate proporre?Siamo soci e ci dividiamo i compiti a seconda delle competenze ed i gusti che abbiamo. Per esempio, Jennifer si occupa del vino e delle grappe, del whiskey che a me proprio non piace, io magari vado a cercare il Gin...l'unione fa la forza! Il nostro lavoro è sì servire e fare cocktail, ma c'è anche tutta la parte di ricerca sull'alcool: non abbiamo un solo fornitore per tutti gli alcoolici. Ci sbattiamo, ci informiamo, assaggiamo per trovare i migliori fornitori con le loro peculiarità!
L'idea è di avere un bar bello, accogliente, dove noi serviamo le cose come ci piacerebbe fossero fatte a noi, mantenendo un prezzo decente pur avendo una grande scelta, senza le pretese di un gran cocktail bar che se la tira: come serviamo i punk e gli anti-fascisti serviamo l'avvocato in giacca e cravatta, allo stesso modo.

Più di qualcuno, ad esempio, viene qui perché vuole bere la Delirium Tremens, famosa birra belga: non ce l'hanno in tanti, e voi sì… Un'altra “botta de culo”?
No dai, questa è stata una scelta ragionata: abbiamo trovato il fornitore e la birra ci piace molto. Colgo l'occasione per raccontarvi un altro sketch: durante queste vacanze di Natale, l'importatore italiano della Delirium è venuto fino a qui per capire come mai un baretto così piccolo ne consumasse così tanta. Fatalità quella sera ha incontrato i due maggiori consumatori locali di Delirium Tremens, e la serata si è conclusa con il fornitore, il signor W., che rincasava barcollando! Queste sono grandi soddisfazioni!
E il dj set? Ogni quanto lo proponete?
A caso! La nostra idea è tenere sempre i piatti disponibili: chiunque può portare i dischi e suonarli...e sarà nuovamente così non appena ripariamo la console: pure voi salmoni, se mi dite che volete venire a suonare ben venga, unici generi non tollerati metal e house!
Non solo, qui di fianco al mixer abbiamo legato la macchina fotografica del popolo, a disposizione di chiunque voglia catturare un momento di ubriachezza molesta al Pedrotti!
Grandi! Vi prendiamo in parola, eh! Secondo voi il fatto che negli ultimi anni stiano aprendo parecchi locali qui nei dintorni vi penalizza in qualche modo?
Assolutamente no, anzi! Per esempio lo Speziale ha aperto qui davanti e noi paradossalmente lavoriamo di più perché abbiamo pubblici diversi, con abitudini differenti che spesso, ad esempio, vanno per aperitivo da loro e poi da noi! Che poi l'obiettivo non è farci concorrenza spietata, ma lavorare tutti: se la gente si sposta in questa zona perché aprono posti interessanti, va a vantaggio di tutti! Siamo molto contenti che aprano nuovi locali. La fortuna qui in Veronetta è che tra commercianti ci conosciamo e siamo tutti amici, quindi collaboriamo molto: addirittura ogni tanto lasciamo solo il nostro dipendente e andiamo a bere una birretta al Malacarne e poi torniamo a lavorare...questo è il rapporto che si è instaurato tra di noi: “mi serve la tonica? Toh!”, “Ti serve il Martini? Toh!” È bello perchè riuscire a collaborare fa la metà del lavoro, perché ce la viviamo bene tutti e apriamo sempre con serenità!
Tutto vero, i buoni rapporti con gli altri commercianti sono indispensabili, ma per aprire con serenità è fondamentale anche che voi due non vi lanciate dietro gli sgabelli: dopo due anni riuscite ancora a sopportarvi?
Non ci crederete ma abbiamo cioccato di brutto solo una volta, quest'inverno: durante le vacanze di Natale abbiamo lavorato senza sosta e per due settimane siamo stati insieme 15h ore al giorno. Alla fine, scarichi, per una cazzata, è venuto giù il finimondo ma siamo amici da tanti anni e contiamo di essere amici e soci ancora a lungo!
Andrea Ballini: gelateria in Veronetta
Proseguendo nel nostro intento di conoscere e far conoscere le realtà che popolano il quartiere di Veronetta, siamo andati a fare due chiacchiere con Andrea, proprietario della Gelateria Ballini in via Santa Maria Rocca Maggiore e ormai punto di riferimento per tutti i golosi. Questo è quel che ci ha raccontato.
Ciao Andrea! Prima domanda, quando hai aperto il locale?
Ciao salmoni! Ho aperto ormai 7 anni fa, nell'aprile 2011. Non ci sono altri soci, ho tirato su tutto da solo.
Prima esperienza con il gelato?
No, la prima esperienza l'ho avuta nel 2001 in Svizzera, ho poi aperto una gelateria a San Pietro in Cariano ed infine sono tornato qui in città.
Ah quindi sei veronese?
Sì sì, sono un veronese tornato all'ovile con un bel bagaglio di esperienze.
Beh, la passione del gelato ce l'hai sempre avuta o è venuta col tempo?
È stata una necessità quando ho aperto il primo locale in Svizzera: avevo dei parenti che facevano i gelatai e ho chiesto loro di insegnarmi quest'arte. Dalla necessità è nata ed è cresciuta una passione e quindi cavalco ancora l'onda.
Hai aperto qui perchè hai trovato l'occasione o puntavi proprio a questo locale?
Probabilmente è stato un mix di elementi: il posto mi piaceva, il locale andava bene, l'occasione era favorevole.
Parliamo dei gelati: ho visto che i gusti sono ricercati, particolari. In che modo li scegli?
Cerco di utilizzare solo la frutta di stagione al momento di massima maturazione, al di là dei gusti classici che non possono mai mancare come fragola e limone. Per le creme prendo spunto da varie idee che mi passano per la testa, cerco un po' di copiare, un po' di sistemare, un po' di inventare: ad esempio, il gusto bandiera è stata proprio una mia invenzione e direi che la gente lo apprezza.

Quali sono i gusti che funzionano di più?
Beh i soliti, i grandi classici: nocciola, cioccolato, stracciatella attirano sempre. Senza dimenticare le granite!
E la clientela? Riesci a intercettare anche dei turisti?
La clientela è chiaramente la più disparata, dai bambini agli anziani (spesso in coppia nonni-nipotini).
Fortunatamente abbiamo un bel giro di turisti stranieri, siamo stati citati su un paio di guide, come la famosa guide routard, e dunque molti turisti vengono proprio alla ricerca della nostra gelateria!
In generale, la maggior parte dei clienti è ormai un gruppo di fedelissimi, tutti abitanti del quartiere.
Per quanto riguarda il quartiere in se, riesci a fare rete con gli altri commercianti della zona?
Si, c'è un interscambio di prodotti prevalentemente da consumatori: gli altri commercianti vengono qui per un gelato, io magari vado in piazza per aperitivo o per prendere il pane. Non abito qui nella zona, quindi questa relazione è comunque limitata.
Beh, parliamo di Veronetta: il quartiere sta vivendo dei cambiamenti molti forti negli ultimi anni, li vedi in maniera positiva?
Sicuramente positiva: mi sembra che dopo alcuni anni un po' difficili Veronetta si stia veramente tirando su in maniera rapida e molto originale. Stanno crescendo delle attività che danno valore alla zona, è un piacere farne parte.
È un piacere anche per noi amanti del gelato! Progetti per il futuro?
Beh, tendenzialmente ragiono giorno per giorno, quindi direi intanto finire bene quest'anno:
ora che sta arrivando l'estate non ci fermeremo un attimo!
C'era una volta in Veronetta
Proseguendo nel nostro intento di conoscere e far conoscere le realtà che popolano il quartiere di Veronetta, siamo stati a fare due chiacchiere con Romesh, giovane srilankese proprietario di C'era una volta, il barber shop vecchio stile in via S.Nazaro. Ecco cos'è saltato fuori.
Ci sono tanti barbieri tradizionali a Verona che sono in crisi, chiudono perché non ci sono clienti... secondo te qual è il problema?
Si, è vero, ci sono parecchi barbieri vecchio stile in crisi. I problemi sono sempre tanti, in primo luogo il fatto che una volta c'era molta più disponibilità: è per questo che io apro molto presto,alle 7 della mattina, di modo che i clienti possono farsi la barba e i capelli prima di andare al lavoro. I ritmi di lavoro di oggi non sono quelli degli anni '60: una volta i barbieri iniziavano già Domenica mattina, così la gente prima di andare in chiesa andava a radersi la barba. In generale oggi i barbieri non vogliono questi ritmi per cui i clienti vanno da chi dà disponibilità.
In questo siete innovativi, è un mix tra tradizione e innovazione...
Si, questo è il nostro intento: se qualcuno vuole trovare un barbiere è facile trovare noi, perchè siamo sempre aperti. La mia squadra segue il cliente in ogni momento: noi non mandiamo mai via la gente, diamo sempre grande disponibilità. Poi soprattutto facciamo la barba! Ormai nessuno si occupa più di radere la barba.

Perché credete nello stile di una volta?
Vedi, io penso che nel mondo le mode continuino a girare. Per cui non c’è nulla di veramente nuovo! Le novità ci sono ma hanno vita breve; prendi la musica, le nuove canzoni da hit-parade: durano una settimana, un mesetto, però i capolavori degli anni '60-'70 si ascoltano ancora. Così facciamo noi. Seguiamo il vecchio stile anche nel lavoro: per esempio quando finiamo un taglio facciamo un piccolo massaggio, perché il cliente deve essere coccolato, rilassato. E soprattutto deve sentirsi a suo agio, come in famiglia: i clienti mi raccontano storie, io ascolto tutto e quando posso do loro consigli. Ho sempre seguito lo stile siciliano, napoletano, perchè penso che rappresenti la vera essenza dell'essere barbiere. E questa scelta ha dato i suoi frutti: viaggio in Europa come insegnante e sono molto soddisfatto di ciò. Certo, ci ho messo buona volontà e fatica, ma ci sono riuscito grazie al vecchio stile che promuovo.
E se la moda cambia ed il vintage non è più di moda?
È vero, oggi il vintage è di moda, ma se questa dovesse cambiare noi rimarremo sempre barbieri come una volta: non è una scelta di moda la nostra, il vecchio stile è più bello, ha sentimento. Senza dubbio rimarremo coerenti.
Fate anche donne?
Inizialmente facevo anche parrucchiere donna, adesso faccio solo uomo, non tanto perché sia più difficile fare il parrucchiere ma perchè perderei il mio stile peculiare.
I tuoi clienti sono sia italiani che stranieri?
Quando ho aperto i clienti erano spesso stranieri, ora a dire la verità per il 99% sono italiani.
Beh, Se vuoi chiedere qualcosa al cliente prego, fai pure!

Volentieri! Tu perchè vieni da C'era una volta?
"Ormai sono tre anni che vengo qua, da veronese! Mi trovo bene, qui vengo coccolato alla grande con la chicca del massaggio finale; mi piace come mi taglia i capelli, anzi non c’è neanche bisogno che gli dia indicazioni perchè sa già come farmeli. Ho conosciuto C'era una volta attraverso un amico: aveva un gran bel taglio di capelli, io volevo farmeli tagliare proprio così ed allora son venuto e ho provato. Se non ricordo male era proprio nell’anno in cui ha aperto, nel 2015".
Grazie, ti lasciamo rilassare...Romesh, c’è qualcosa di particolare che ci tieni a dire?
Allora, io vorrei fare un appello per tutta Verona: cerchiamo di stare uniti, aiutiamo il quartiere di Veronetta a dare un’immagine più bella di sé, specialmente agli occhi dei turisti. Per quanto riguarda il mio settore, vorrei dire ai giovani, a chi vuole imparare, di dimenticare tutto quello che c’è, gli ostacoli e le procedure; se si ha buona volontà, se si riesce a buttare fuori la passione che si ha dentro, vedrai che funziona tutto! C'è l’ho fatta io che sono arrivato qui dallo Sri Lanka!
Quindi le parole chiave sono voglia, volontà e passione.
Bravissimo. La mia storia è emblematica: io sono straniero, quando sono arrivato non conoscevo nessuno, ma adesso sono molto contento perché ci conosciamo tutti in quartiere, tutti conoscono il mio locale e la clientela viene da sé. Se ci sono riuscito io vedrai che ce la può fare chiunque, l'importante è metterci impegno e buona volontà.

A proposito di Veronetta: i prezzi degli affitti sono in aumento, sempre più proprietari affittano appartamenti come b&b, con la conseguenza che il quartiere viene vissuto da persone che transitano, come luogo di passaggio. Credi che sia pericoloso?
Secondo me non è pericoloso perchè comunque il turismo porta gente e fa bene al quartiere. È vero che, come dici tu, dovrebbe essere frequentato e vissuto da tutti i paesani, ma il problema è che la gente ha ancora paura. I turisti vengono perché non sanno di questa paura nei confronti di Veronetta, molto spesso ingiustificata. Bisogna sconfiggere questo timore, dobbiamo trovare il modo di far capire ai residenti l'opportunità che hanno nel vivere in un quartiere come Veronetta. .
Parole sante, ma finchè c’è il giornale che mette il titolone...
Purtroppo hai ragione, spesso i giornalisti danno un'immagine solo parziale, sono alla ricerca dei problemi che fanno notizia e quindi non vedono la verità. Io dico, venite a vedere con i vostri occhi, frequentate la gente che abita qui. Ci sono gli spacciatori? Vedrai che a quel punto spariranno, perché gli spacciatori arrivano quando i residenti non vivono il quartiere.
Conosci Suranga? Cosa ne pensi dei suoi film?
Certo! È Molto bravo, professionale, nei suoi film affronta molti temi in maniera chiara. Sono convinto che in futuro sarà apprezzato in tutto il mondo, perché è un genio. Ed anche per la sua bontà, perché è un pezzo di pane. Speriamo che possa essere un motivo di grande orgoglio per noi Srilankesi.
A proposito, consigliaci qualche ristorante dove assaggiare la cucina srilankese!
Beh, io vado spesso a mangiare a la stueta di ceylon, in via Redentore. Li si mangia davvero bene, anzi se volete proporgli un' intervista sarebbe bello, perchè è bravo e si impegna molto. Non è l'unico posto in cui mangiare srilankese, ce ne sono altri buoni, ma vi consiglierei quello!
Grazie, ne terremo conto! Se invece si vuole approfondire la vostra cultura, qual è il modo migliore?
Da veronese avvicinarsi venendo alle feste non è un buon modo, sul serio perché si balla musica tradizionale e devi acquisire i passi ed i tempi giusti: è molto difficile! Però è vero che ad una festa è divertente mescolarsi, e di feste ne facciamo tante: per esempio lo scorso 4 febbraio abbiamo celebrato la giornata dell'indipendenza del nostro paese.
Il cricket potrebbe essere un buon modo: adesso c’è anche una squadra italiana, Cricket Roma, che gioca ad alti livelli. Qui a Verona so che ci sono alcuni campi a Villafranca!
Lasciatemi dire una cosa anche agli srilankesi: chi arriva in italia deve imparare la lingua, è indispensabile! Me compreso!
Un'ultima domanda rivolta al futuro: quali sono le tue ambizioni? Ed i tuoi figli? Cosa ti auguri che possano fare?
Nel futuro più prossimo stiamo aprendo un secondo negozio di C'era una volta, a Villafranca. Il nostro team poi è sempre pronto ad insegnare, anche gratuitamente, a chiunque voglia imparare il nostro mestiere.
Qui mi trovo bene, vorrei rimanere per tutta la vita. I miei figli sono nati qua e cresciuti qua, hanno tante opportunità: l’importante non è diventare un dottore o un barbiere, l'importante è che siano consapevoli che, anche se siamo srilankesi, non dobbiamo per forza rinchiuderci nella nostra comunità ma anzi dobbiamo aprirci al mondo.
Anna Perlini e le sue ceramiche in Veronetta
Proseguendo nel nostro intento di conoscere e far conoscere le realtà che popolano il quartiere di Veronetta, siamo stati a fare due chiacchiere con la signora Anna, proprietaria della magica bottega di ceramiche in via Santa Maria in Organo.
Perchè hai deciso di aprire l'attività qui a Veronetta? Avevi un legame con il quartiere o è stato un caso fortuito?
É stato un caso: ho trovato questo spazio quando ho deciso di aprire un nuovo laboratorio di ceramiche, dopo che negli anni '80 avevo tenuto un laboratorio ai filippini. Una volta chiuso, ho continuato la ricerca per conto mio, insegnando per alcuni anni in circoscrizione: la mia era una ricerca sul linguaggio, sul fare o meno un segno, sull'intervenire o meno su una superficie; ad un certo punto mi sono resa conto che non riuscivo a sostenerla economicamente, infatti ho avuto un secondo lavoro per 15 anni. Ero convinta però di voler riunire la mia vita attorno a questa ricerca, quindi faticosamente ho cercato di costruire oggetti vendibili e quando sono arrivata ad un buon punto ho deciso di aprire questo laboratorio.
Entrando nel locale si ha l'impressione che abbia due anime: bottega artigiana e atelier artistico. Qual è l'equilibrio tra queste due inclinazioni?
Allora, questo è il 14esimo anno di laboratorio: per la gran parte del tempo è stata un'ottima collaborazione, perchè l'una suggeriva e stimolava l'altra. Sembrano due mondi ma in realtà sono un unico motivo che si sviluppa in modi differenti. Sono riuscita a sviluppare questa mediazione perchè sono riuscita a capire qual era la radice del mio intento: ho sviluppato il mio lavoro attorno ad una ricerca estetica che si esprime sia in oggetti sia in forme più libere.
Adesso è diventato più difficile, perchè mi sembra che l'esigenza di essere riconosciuta con più immediatezza dal pubblico sia diventata molto più importante di prima, e mi capita di essere un problema sia per gli artigiani che per gli artisti, di essere cioè un problema per chi vuole per forza incanalare in una delle due direzioni il lavoro.
A livello di lavorazione dei materiali, da dove arriva la tua passione? Com'è nata?
É nata in un certo senso casualmente: ho aperto il primo laboratorio con un ceramista, mentre io dipingevo lastre di vetro. Ho quindi conosciuto questo materiale: esso permette ad uno scultore di produrre con un costo più abbordabile, anche perchè si presta a tantissimi fini. Ecco, da un punto di vista strategico è stata un'ottima scelta.
Prima, a registratore spento, mi hai detto che qui dentro ogni cosa ha la sua storia ed il suo significato: ci vuoi parlare un po’ di questo?
Si, ti farò degli esempi. Il primo oggetto che ho plasmato in questo progetto è stato una piccola tazza da caffè, e siccome lavoro con il bianco, perchè il bianco esprime meglio le forme, l' ho chiamata caffè bianco. É nato cosi questo divertimento di usare le parole come un gioco di contrari; ad esempio un'altra tazza, più grande da tè, l'ho chiamata tè alto! Ecco, le cose a volte diventano semplici. C'è un pezzo, nato parecchio tempo dopo, che si chiama stella: è il gioco di trasformare un globo, un qualcosa di sferico, in una prisma tridimensionale. Questo gioco di raddrizzare le curve lo chiamo gioco alchemico, perchè quando riesce bene guardando l'oggetto in movimento si nota la trasformazione da sferico a prismatico e la mente, almeno la mia, ci gode!
Ci sono poi altri oggetti, che chiamo olive, nati a causa della pressione di amici e clienti che volevano a tutti i costi che, oltre a lavorare con il bianco, usassi del colore: dopo tante richieste, mi sono detta “va bene, voglio provare a costruire una forma che non venga disturbata dal colore”, perchè forma e colore, pittura e scultura, sono troppo forti tra loro e bisogna essere molto capaci per metterli assieme ed io, per inciso, non mi ritengo ancora tale; così ho costruito questi oggetti che sono molto divertiti oltre che divertenti, che ti mettono di buonumore.

Per esempio questa forma qui si chiama riccio ed è una tazza da caffè, un esperimento nel combinare stili differenti: è nata perchè ho costruito una tazza, che si chiama tazza sul cuscino, da un flash, un'immagine che ho avuto: ho cioè immaginato una domenica mattina con la neve fuori e noi seduti sul divano a bere una cioccolata calda; una volta costruita, un'amica mi ha suggerito di fare allora il suo opposto, una tazza spinosa...ecco la genesi della tazza riccio. Come vedi, tutti gli oggetti hanno la loro storia particolare.

E la lavorazione di questi oggetti è tanto complessa?
Sono tutti pezzi fatti a mano: ecco, questa è una specialità e qualche volta un limite di questo laboratorio. Oggetti così non li puoi ottenere con un calco; ottieni cose di una qualità molto minore.
Alcuni oggetti li creo per portare avanti il laboratorio, però in effetti non ci riesco a guadagnare.
Ma i segni disegnati sulle tazze? Cosa significano?
Beh, c'è la mia firma AP, la data, e su alcuni pezzi disegno delle Rune: le Rune sono un antico alfabeto divinatorio usato al tempo dei Celti, ma pare anche qui in Veneto. Erano utilizzate per mettersi in contatto con le divinità.

Un'altra cosa che mi incuriosisce è che c'è una selezione di componenti che vengono impastati, lavorati poi cotti: sembra quasi di cucinare. Questa dimensione la vivi in modo particolare?
Inizialmente non ci avevo pensato, non l'ho mai trovata una dimensione particolarmente interessante. Me ne sono accorta ultimamente, un anno fa, per gioco: suonava così bene ceramica-cucina-cibo e costruisco così spesso oggetti per la cucina, che mi sono resa conto che esiste questa similitudine ed ho lavorato su un progetto che si chiama Ceramica e cibo, che porterò avanti anche quest'anno. Ceramica e cibo è nato dalla deduzione che ci sono tante similitudini tra questi due mondi; la scoperta più piacevole è che posso invitare persone di paesi differenti a fare la parte del cuoco, e quindi lavorare ad oggetti che provengono da culture diverse. Ho trovato che quando questo lavoro funziona è veramente una condizione che favorisce l'incontro tra persone: da incontri come quelli proposti da ceramica e cibo emergono ricordi che tutti hanno, io che sono italiana così come un libanese o un senegalese; ad esempio con un amico del Senegal ci siamo emozionati a ricordare il contenitore dell'acqua che esisteva nelle nostre infanzie, ed in quel momento ho proprio sentito cadere le barriere che noi tutti, consapevolmente o meno, costruiamo con le persone che vivono tanto lontano.
Com'è il rapporto con il quartiere? Ci si aiuta, ci si confronta?
Se devo essere onesta, non più di tanto: c'è stata una riunione per capire come agire nei confronti del problema che abbiamo con la fognatura; noi regolarmente, in estate, corriamo il rischio di venire sommersi dal fango, perchè i tombini sono insufficienti e tutta l'acqua dalla collina scende qui nella via! Ecco, questo è un problema che andrebbe risolto e di cui si parla solo in campagna elettorale!
Intervista Albacaro: bacaro veneziano e jazz in Veronetta
Proseguendo nel nostro intento di conoscere e far conoscere le realtà che popolano il quartiere di Veronetta, siamo andati a fare due chiacchiere con Michele e Roberto, due dei tre proprietari di Albacaro, lo stiloso bacaro veneziano in via San Nazaro aperto quest'estate.
Per cominciare una domanda di rito...come mai avete scelto di aprire l'attività a Veronetta?
Per diversi motivi. Primo, perchè è la zona più verace, viva di Verona; inoltre è la zona più musicale della città, nel senso della musica da balera, da sottobosco, underground. Questi aspetti sono più romantici. Poi non ci vergogniamo a dire che, essendo stata un po' denigrata negli ultimi anni, è anche una zona che ci ha permesso di partire mantenendo dei costi ragionevoli. Noi crediamo fortissimamente che Veronetta crescerà molto nei prossimi anni, ne siamo convinti. Inizialmente pensavamo di rivolgerci solo ai veronesi; non pensavamo, e ne siamo rimasti piacevolmente stupiti, che ci fosse cosi tanto turismo, fatto di piccoli bed&breakfast e non di grandi alberghi: c'è in Veronetta un ospitalità che troviamo molto interessante.
Facciamo un tuffo nel passato...Qual è il vostro background?
Michele: 8 anni di vendite e marketing e poi dieci anni negli Stati Uniti dove mi occupavo sempre di vendite, qualità e controllo; sono tornato in Italia per provare l'esperienza nella ristorazione, ho aperto tre ristoranti giapponesi in franchising, fino a quando ho deciso di sviluppare un progetto in cui mi identificassi di più: è così che insieme a Roberto ed Andrea abbiamo portato avanti il progetto del bacaro veneziano, cioè di esportare il bacaro veneziano fuori dalla laguna. E, tornando a Veronetta, questo ci è sembrato il posto migliore per realizzarlo.
Roberto: io arrivavo da esperienze ben diverse: da più dieci anni lavoravo in banca, ma ormai la consideravo già un'esperienza conclusa perchè mi stava soffocando passioni ed energia; l'amicizia con Michele e Andrea, che è un po' il primo motore di questo progetto e ciò che il progetto stesso vorrebbe veicolare, ha fatto si che ci mettessimo a fantasticare su questa nuova avventura: è qui che ho visto in concreto il mio futuro dopo l'esperienza bancaria. Quindi, a differenza dei due soci che non sono operativi al 100% perchè hanno le loro attività, io mi sono dedicato 24h al giorno al bacaro. Io sono l'Oste. Con la O maiuscola.
Raccontateci un po della gestazione di quest'idea del bacaro veneziano...
La genesi, come spesso capita, è stata casuale: abbiamo pensato che Venezia, pur essendo riconosciuta come una delle città più belle e visitate al mondo, non viene identificata dal punto di vista culinario in modo diretto; quando si parla di cibo pensi prima a Parma, Bologna ed alla cucina di altre città. Noi invece, un po' perchè in gioventù abbiamo fatto i nostri bacaro-tour in laguna, abbiamo cercato di esportare la cucina veneziana. É un progetto che, in modo presuntuoso, definiamo anche educativo: nel senso, conoscete le gondole, Rialto e piazza San Marco, ma non sapete che nel '300 a Venezia sono nati i bacari, punti di ritrovo per i lavoratori a fine giornata, dove stare in compagnia e fare due ciacole, ma soprattutto dove staccare per un attimo dal mondo e rallentare un po'! Ci è parsa una ricetta interessante ed attuale: in un mondo frenetico dominato da arrivismo, consumismo eccetera vieni al bacaro, rilassati, modera il passo! Metaforicamente poi Venezia è l'unica città ferma nel tempo in cui ci si muove a piedi! C'è un messaggio dietro le quinte: fermati, respira, bevi due ombrette e noi ti diamo della buona musica! Musica jazz perchè c'è un substrato molto forte di jazz a Venezia...esclusi i Pitura Freska!
Moderare il passo ed ascoltare jazz...figo! Qual è la formula per le serate in cui c'è un concerto?
Ci sono due formule: il set delle 19.30 è cena+concerto; per il secondo set delle 22 si ha possibilità di scelta, sempre cena+concerto oppure solo ingresso con consumazione. Il format a due concerti ricalca quello usuale dei grandi jazzclub. Con la differenza che mentre nei jazzclub inglesi o newyorkesi cacciano via i clienti dopo il primo set, qui c'è la possibilità di salire al piano di sopra e prendere un caffè e un amaro. Come serata abbiamo scelto il mercoledì!
Ma insomma sto bacaro veneziano...l'è l'osteria veronese?
Sì, il concetto è lo stesso ma chiaramente con le sue peculiarità: in bacaro, al 95%, si mangia pesce! Fondamentalmente cicchetti di pesce, non solo ma soprattutto: assaggini, crostini, che già di per sé hanno una connotazione di convivialità, di amicizia, di passo lento.
E tutto questo pesce da dove lo prendete? Adige o lago di Garda?
Il fornitore di pesce è veronese, ma lo compra tutte le mattine al mercato del pesce di Venezia. Abbiamo tutti prodotti freschi: è ovvio che un po' si ripercuote sul prezzo del cicchetto, ma la qualità è ottima e la gente se ne rende conto.
Illustrateci questi cicchetti...e cos'altro avete in menù?
I cicchetti sono le polpette di carne, tonno o verdure, il baccalà mantecato, le sarde in saor, le code di gambero, i mitici tramezzini panciuti alla veneziana...abbiamo una cinquantina di cicchetti che proponiamo a rotazione, perché ce ne sono alcuni prettamente stagionali.
Oltre a questi abbiamo la Carbona (si tratta della cucina!): primi e secondi della tradizione veneziana e, se non è veneziana, dell'area limitrofa a Venezia. Ad esempio gli spaghetti "alla busara": piatto con scampi e gamberi al sugo di pomodoro. Sarebbero più della zona dalmata, ma è un piatto che, di fatto, è abbinato alla laguna. Qualche volta inseriamo dei piatti vegetariani e vegani, qualche volta osiamo e andiamo oltre alla tradizione, cercando di creare piatti che diventino tipici del nostro bacaro. Infine non dimentichiamo una cosa fondamentale: il bere! Ombre, vini, birre, ma un accento particolare lo mettiamo sullo spritz. Oltre ai classici Aperol, Campari e bianco, proponiamo infatti lo spritz originale veneziano, che nasce con il Select. A proposito, a breve uscirà una nostra sperimentazione, nata per errore: il tiramisù al Select, che si aggiunge alla nostra variante del tiramisù veneziano, il tirami-giuggiole!

Questo aspetto della “venezietà” vi ha aiutato o è stato in qualche modo un ostacolo?
In effetti inizialmente ci eravamo chiesti se fosse sensato aprire un bacaro veneziano a un'ora e mezzo da Venezia e non farlo a questo punto più distanti. Che ne so a Parigi... In realtà Venezia aiuta molto, perché è davvero un mondo: a livello di storie e di aneddoti ne hai a migliaia e questo dà la possibilità di raccontare Venezia in mille modi, attraverso il cibo ma anche attraverso storie. Ad esempio per il carnevale racconteremo Venezia attraverso incroci culturali: ci sarà un evento “Venezia incontra Verona” e un altro “Venezia incontra Rio” in cui faremo una serata Samba-jazz!
Un ultima domanda...per ognuno di voi questo progetto è stato un cambio di vita, più o meno radicale: quali sono i pro e i contro?
Roberto: Io ti potrei solo parlare di pro! Ho cambiato vita e c'è anche chi non ha capito la mia scelta. Invece ho ricominciato a respirare ossigeno puro: mi sto divertendo un sacco! Non dico che sia facile, ma son proprio contento, perché concretamente è tutto come me lo stavo sognando nell'anno di gestazione del progetto! Aspettative pienamente mantenute!
Michele: Io mi occupo principalmente degli aspetti di comunicazione e di marketing del locale, e davvero godo, perchè in confronto a un progetto di franchising dove ho le mani legate perché il marchio non è il mio, qui ho la libertà di fare quello che voglio ed è impagabile! L'altra faccia della medaglia è che puoi incorrere in grandi scivoloni, ma è molto più divertente e stimolante!
...C'è un ultima cosa di cui vi dobbiamo parlare assolutamente: il Cerusico! Chi è costui? È il logo del bacaro, una delle maschere storiche di Venezia: il medico della peste! Lugubre, macabro! L'abbiamo scelto intanto perchè rappresenta bene l'umorismo veneziano, che è un umorismo noir, grottesco, e perchè in termini metaforici è un medico! Si torna quindi al discorso di prima: il Cerusico, in questo mondo affetto da pesti moderne quali lo stress e l'eccessiva frenesia, è in qualche modo colui che ti dice 'vieni al bacaro, rilassati, calmati, che se no sciopi!'

Ibrahim e il suo ristorante libanese in Veronetta
Proseguendo nel nostro intento di conoscere e far conoscere le realtà che popolano il quartiere di Veronetta, siamo andati a fare due chiacchiere con i proprietari del ristorante libanese Tabulé, luogo di cucina mediterranea e poesia grazie al proprietario Ibrahim che ha voluto scambiare due chiacchiere con noi.
Da quanto tempo sei in Italia? Racconta la storia di come sei arrivato fino a Verona.
Sono in Italia da 1984. Sono venuto per studiare ingegneria elettronica a Padova. Appena arrivato mi sono fermato da un amico che abitava a Verona e da allora sono in questa città…
Come ti è venuto in mente di aprire la tua attività? Come è partito e cosa vorresti che diventasse?
Ho sempre avuto l'idea di aprire un locale di cucina libanese, ma per molto tempo è rimasta solo un'idea. Nel 2006 alcune delle mie sorelle, dopo la guerra dei 33 giorni con Israele, avevano espresso il desiderio di lasciare il Libano: ho subito pensato che sarebbero dovute venire in Italia. Ho pensato che l'inserimento non sarebbe stato facile per loro, soprattutto in un luogo di cui non conosci la lingua. Ma le mie sorelle hanno un pregio: sono brave in cucina! Ho subito visto uno spiraglio di possibilità per realizzare il mio sogno: sono partito con il progetto Tabulé ed una delle sorelle è venuta qui... purtroppo qualche tempo dopo è dovuta tornare in Libano, ma il progetto era partito e l'ho portato avanti io.
Mi piacerebbe che diventasse un luogo dove un cliente può trovare sia del buon cibo sia uno spazio di scambio e di conoscenza reciproca.

So che hai fatto molti eventi culturali nel ristorante...com’è stata la risposta delle persone?
Per dire la verità gli eventi che ho organizzato (da solo o con altri) si sono svolti in altri luoghi. Ho troppo poco posto nel locale per poter accogliere sempre tutti i partecipanti. La risposta, in generale è stata buona, ho scoperto e conosciuto molta gente curiosa e vogliosa di conoscere meglio la cultura dell'altro.
Verona è considerata ancora oggi una città razzista che non vede di buon occhio le differenze culturali? Cosa ne pensi?
Temo che il razzismo e la chiusura in generale verso l'altro siano un aspetto che sta prendendo piede non solo a Verona ma in Italia ed in Europa (come riportano ormai ogni giorno notiziari e giornali). Siamo inondati di notizie che puntano spesso i riflettori su ogni episodio che coinvolge, negativamente, chi è straniero. A Verona questo tipo di notizie trova terreno fertile. È un razzismo che coinvolge tutti, a volte anche quelli che sono di origine straniera.
Ormai sono molti anni che stai in Veronetta, come hai visto evolversi questo quartiere che oggi è uno dei più attivi e multiculturali della città?
Sicuramente è uno dei quartieri più in fermento della città complice una presenza multiculturale/multietnica e anche dell'Università con tutto il suo bacino di studenti che rende il quartiere "giovane", più vivace e ricettivo. I cambiamenti all'interno del quartiere sono, in gran parte, dovuti ad una forza interna al quartiere e non promossi dall'alto.
Ti sembra cambiata Verona in questi anni e se sì come?
Non saprei dirti se è solo la città che è cambiata o anche il modo con cui io la vedo che a sua volta è cambiato. Da un certo punto di vista (viabilità, servizi, etc..) la città è cambiata in peggio e fatico a trovare qualche "opera" degna di nota negli ultimi 20 anni fatta in e per la città.
Terracotta: Gastronomia Vegetariana in Veronetta
Proseguendo nel nostro intento di conoscere e far conoscere le realtà che popolano il quartiere di Veronetta, siamo andati a fare due chiacchiere con i proprietari della bottega Terracotta, che da poco più di un anno propongono una sfiziosa gastronomia vegetariana.
Per cominciare...Chi è della coppia che cucina?
Lui fa tutte le cose golose, focaccia, pane, la maggior parte dei dolci. Io invece le zuppe, polpettine, involtini. Siamo una coppia sposata, io di Bolzano, lui di Verona; ho studiato scienze dell' educazione e pedagogia qui a Verona, poi ho deciso di essere una pedagogista gastronomica.... c'est a dire, educare attraverso il cibo. Lui metodico, io creativa. Un mix perfetto.
Com è che avete deciso di intraprendere quest' attività?
Io lavoravo come educatrice in comunità, avevamo già una bambina ed io mi sono licenziata; lui era scontento del lavoro e quindi abbiamo cercato di realizzare questo piccolo sogno: preferisco questo mestiere perchè è più ritmico, è un lavoro di relazioni, la gente entra e sorride, è contenta, e questo nei nostri lavori precedenti non sempre accadeva, non è scontato insomma.
E quindi avete aperto questa....? come la descrivereste?
Bottega gastronomica di quartiere: sta diventando un piccolo punto di riferimento a Veronetta. L' idea è che noi facciamo da mangiare come ci piace mangiare. Come scritto sulla mappa di Salmon siamo una Gastronomia vegetariana, qui non si trova carne; nonostante questo, di turisti ne sono venuti parecchi! Direi che la mappa ha funzionato, addirittura quando la propongo ai clienti mi dicono che ci hanno trovato grazie a quella!

In che modo selezionate prodotti e fornitori?
Non è una scelta facile, noi comunque prendiamo decisioni in base alla qualità del prodotto: prima di aprire abbiamo conosciuto i ragazzi della Folaga Rossa, orticultura ecologica nel parco dell' Adige, che ci forniscono la verdura e la farina. L' olio, ad esempio, lo prendiamo da un nostro cliente siciliano: non è certificato, ma è buono e noi ci fidiamo: ecco, quando si tratta di selezionare i prodotti noi preferiamo la fiducia ad una certificazione bio.
Quindi la vostra bottega non è esclusivamente bio?
No, perchè il bio non è necessariamente il prodotto migliore. Non abbiamo solo biologico: ad esempio il riso è di una piccola azienda di Biella, proviene interamente dai loro campi e non è certificato. La denominazione bio è un po' una cavolata, qui in Italia sembra quasi una mania; oltretutto la legislazione bio tollera l' utilizzo di alcune sostanze dannose. Per esempio la farina biologica può essere trattata con alcuni additivi nocivi; la farina che utilizziamo noi non è certificata, ma paradossalmente è molto più sana!
Parliamo dei vostri piatti: il cliente cosa può acquistare?
Al momento, qui si possono acquistare solo piatti preparati da noi, non i prodotti confezionati; in un futuro prossimo si, siamo in attesa di un ulteriore licenza. C'è anche il posto per mangiare qui, siamo aperti dal lunedi al sabato dalle 8.00 alle 15.00.

Ma quella è farinata? E il bestseller?
Farinata di ceci, ce l' ha insegnata un amico che ha un ristorante di cucina genovese a Montorio poco prima dell' inaugurazione: è piaciuta, ed ora la facciamo tutti i giorni. I bestseller? In tanti mangiano la zuppa, gli zaletti veneti ed i muffin.

Siete felici? E i conti tornano o si fa fatica?
Si, un' altra vita. Bella gente, è una buona vita. Facciamo tutto insieme, prima non ci vedevamo mai; anche la piccola Maria, che ha compiuto da poco 3 anni, viene qui spesso. Alla mattina silenzio e concentrazione, poi lavoriamo con la radio perennemente accesa! Ormai siamo insieme 24 ore al giorno, ma siamo felici e sereni. I ritmi sono impegnativi, si comincia presto ed alle 21 crolliamo a letto! Per quanto riguarda i conti, li facciamo tornare: bisogna sapersi accontentare, il nostro scopo non è il massimo guadagno, ci piace pensare di rimanere una piccola realtà.
Intervista all' Ettogrammo
Seguendo il nostro intento di conoscere e far conoscere le realtà che negli ultimi anni hanno popolato il quartiere di Veronetta, siamo andati a fare due chiacchiere con il proprietario dell' Ettogrammo, un negozio di prelibatezze alimentari con una particolare vocazione ecologica: non c'è alcun packaging in plastica.
Che cosa fai nella vita e che cos'è l'Ettogrammo? Come ti è venuto in mente di aprire questa impresa? Come è partito e cosa vorresti che diventasse?
Vivo a Verona da 6 anni, da quando mi sono trasferito per amore, ma sono toscano, della Val di Chiana. Dopo diverse esperienze all'estero, dove la sensibilità ai temi ambientali è alta, ho dovuto reinventarmi in una nuova città che inizia ad essere sempre più attenta alle buone pratiche. Così è nata la voglia di portare qualcosa di nuovo a Verona che non fosse un semplice negozio o locale, ma un vero e proprio stile di vita.
Il risultato è Ettogrammo, una bottega che guarda al futuro con pratiche vecchio stile, per avvicinarsi a una alimentazione sana e un approccio meno consumistico nel fare la spesa: trovi cereali in grani e fioccati per la colazione, frutta secca e disidratata, legumi, farine, erbe aromatiche e spezie, semi, pasta, biscotti... tutto l'occorrente per un'alimentazione equilibrata e di qualità.
Si compra solo la quantità desiderata, a peso, senza dover fare scorte inutili, quindi senza packaging nel rispetto dell'ambiente già soffocato dai rifiuti plastici, e soprattutto i prodotti non provengono da agricoltura massiva industriale, ma possibilmente da piccoli produttori italiani, garantendo una qualità migliore e senza sfruttamento dei lavoratori (spesso sottopagati anche dai colossi del bio).
Lo scopo è quindi quello di riappropriarsi di un stile di vita più umano, e una spesa "sostenibile", che non agevoli i colossi ma i piccoli produttori ormai schiacciati dalle richieste della GDO e che garantisca ai consumatori un prodotto sano e di qualità.
Vorrei che Ettogrammo diventasse la classica bottega di quartiere dove il contatto umano ha anche una funzione sociale, a differenza dell'anonimato e la freddezza dei supermercati e dei centri commerciali; un punto di riferimento non solo per chi è già convinto, ma un po' per tutti, anche per gli scettici.

Perché a Veronetta e non in pieno centro storico?
Ammetto di aver pensato inizialmente al centro storico...A parte il costo degli affitti decisamente proibitivo, accessibile solo alle grandi catene e insostenibile per i piccoli esercenti che come me provano a creare qualcosa di nuovo con solo le loro forze, il quartiere ti da quell'aspetto umano di cui parlavo sopra, che non avresti in centro storico dove i turisti vanno e vengono, sono solo numeri. Veronetta in particolare è il quartiere che più mi rispecchia di Verona, nel cuore della città ma fuori dal caos turistico, dove trovi un po' di tutto, sia come persone che come negozietti e locali che negli anni stanno nascendo.
Com’è stata la risposta delle persone?
All'inizio c'è stata molta più curiosità di quanto immaginassi, la gente voleva proprio capire come funziona questa spesa a peso alla quale ci siamo disabituati, attratti dai sacchi e dai vasoni, dall'odore di spezie e dalla possibilità di comprare tante cose diverse, anche sconosciute perché tanto ne puoi prendere quanto vuoi. Ora ci sono i fedelissimi che portano i loro stessi contenitori per fare la spesa, anche se sicuramente i ritmi della vita moderna non si conciliano molto con il concetto del negozio, ma per fortuna c'è sempre maggiore consapevolezza.

Apparentemente potrebbe far storcere il naso che, pur risparmiando sul packaging, si arrivi, invece, a spendere anche di più che in un normale negozio di alimentari. che cosa rispondi a chi alza queste critiche?
A parità di tipologia e qualità di prodotto, comprando sfuso si abbatte il costo del packaging, è vero. Ma paragonare i prodotti e i prezzi di Ettogrammo a quelli del supermercato è come paragonare un prodotto artigianale a uno industriale... non c'è paragone nel prezzo e tanto meno nella qualità. Se scelgo di abbandonare il packaging per motivi di sostenibilità ambientale, non posso scegliere un assortimento di prodotti sfusi che provengono da agricoltura massiva industriale (gli stessi del supermercato ma semplicemente senza confezione) perchè sarebbe un controsenso: si rispetta l'ambiente riducendo la plastica, ma non ci si preoccupa dei metodi di produzione che danneggiano l'ecosistema (e la salute). Come ho detto prima, i miei fornitori non sono gli stessi della GDO: i n alcuni casi si parla di prodotti con presidio Slow Food, inevitabilmente più costosi, mentre in altri casi, dove l'incidenza del costo del packaging è davvero molto molto elevata (come ad esempio per le spezie) il prezzo è effettivamente più basso del supermercato, solo che non abbiamo l'abitudine di controllare il quantitativo contenuto nelle confezioni, a volte ingannevoli. In altri casi ancora, i fornitori sono piccole realtà che producono quantitativi bassi che raccolgono personalmente (addirittura per alcuni prodotti particolari anche a mano!) e che fanno i conti con i raccolti magri a causa del maltempo e dai cambiamenti climatici... chiaramente il prezzo non può essere lo stesso di chi coltiva monocolture con grandi macchinari per il raccolto, pesticidi e fertilizzanti per ottenere grossi quantitativi e ricorre a manodopera sottopagata per essere competitivo.
Per fortuna c'è sempre più consapevolezza nell'acquisto di alimenti: se siamo disposti a pagare un prezzo maggiore per la carne dell'allevatore di zona perchè sappiamo che quella del supermercato proviene da allevamenti intensivi, dovremmo aspettarci che lo stesso ragionamento valga anche per legumi, cereali e tutto il settore agricolo.
Se fossi Sindaco di Verona, o anche solo Assessore alla Cultura, che cosa faresti nei primi 100 giorni?
Interverrei sulla viabilità del centro storico e delle zone limitrofe: troppo traffico in strade piccole e aria irrespirabile stanno diventando spesso normalità, riducendo la vivibilità delle zone più belle della città. Inoltre rivaluterei Piazza Isolo, al momento un po' abbandonata a se stessa, e altre zone adiacenti il centro, includendoli in alcuni itinerari delle grandi manifestazioni veronesi che a volte soffocano zone ad elevata affluenza turistica, costringendo i cittadini stessi ad evitare il centro.
The Kitchen - cucina canadese in Veronetta.
Seguendo il nostro intento di conoscere e far conoscere le realtà che negli ultimi anni hanno popolato il quartiere di Veronetta, siamo andati a fare due chiacchiere con la proprietaria del ristorante The Kitchen, che è canadese e che ha portato una cucina a noi sconosciuta.
Ciao Chris, Quanto tempo è che sei a verona?
Sono arrivata trentun anni fa…
Parliamo del locale, come ti è venuto in mente di aprirlo?
Semplice, cucinare è da tanti anni la mia passione e poi ho fatto diversi lavori nella ristorazione già quando ero a Vancouver e poi a Verona. Quando i miei figli sono diventati grandi e indipendenti ho pensato che fosse il momento giusto.
Quindi prepari tutto te?
Sì, tutto quanto dall’inizio alla fine tranne il pane.
Da quanto tempo esiste The Kitchen?
A dicembre saranno due anni. E solo adesso inizio a capire come stanno girando le cose. La zona sta crescendo molto ma stanno anche nascendo molte attività che fanno concorrenza di alto livello.
Tu fai pranzo o cena?
Colazione e pranzo. E proprio questo inverno abbiamo deciso di aprire una sera al mese: per Novembre sarà sabato 25. Poi, di mese in mese, annunceremo sulla nostra pagina Facebook e sul sito la data, ma tendenzialmente credo che sarà il 3° sabato. Inoltre, un successone è il brunch che proponiamo ogni prima domenica.

L’idea di promuovere la cucina nord americana è geniale, in Italia abituati come siamo alle nostre prelibatezze, non pensiamo mai possa essere una
cucina interessante...
Verissimo, e invece è proprio così: la cucina tradizionale canadese è molto buona, anche se molti pensano ancora che in america si mangi solo da McDonald. Io sono cresciuta con mia mamma che cucinava sempre tutto in casa: da zuppe a ottimi dolci, stufati e brunch pieni di piatti buonissimi…
Che sostanzialmente è quello che si trova a The Kitchen, no?
Esatto!
Il locale è in una zona molto bella di Verona, ma ti manca il Canada?
Sì molto, Verona è di certo molto carina. Vancouver però è piena piena di verde e di parchi. Avete quella bellezza storica che apprezzo tantissimo, mi manca molto la mentalità con cui vengono fatte e gestite le cose in Canada. Anche per aprire questo locale la burocrazia è stata molto pesante. Credo che questo problema, comune a tutti, disincentivi l’entusiasmo di chi vuole intraprendere nuove attività imprenditoriali ed è un vero peccato.
