Che il viaggio abbia inizio!

La Lessinia, la montagna, l’altopiano, le valli…eravamo piccoli e andare in Lessinia era da sfigati. Cos'è invece la Lessinia? Questa è la domanda che ci siamo posti quando abbiamo cominciato a guardare oltre la città per mappare anche la provincia di Verona. Adesso siamo in tanti ad andare nei weekend in Lessinia, ma a fare cosa? E perché?
Abbiamo capito veramente qual è il valore di questo posto o in realtà la stiamo solo svilendo? È questo il giusto modo di valorizzarla o le stiamo, in realtà, facendo del male?
È così che abbiamo cominciato a parlare con la gente, abbiamo cominciato ad interrogare chi ci vive da tanto tempo e chi ci abita da poco. Sentire punti di vista diversi per capire un po’ dove stiamo andando quando saliamo lassù, o Lessù.
Comprendere per apprezzare, salvaguardare e valorizzare. Che spreco avere una perla sotto il naso e scambiarla per un bel toco de plastega e trattarla come un ciondolo di bigiotteria. Una cosa che per te è di valore, che è importante, la tieni bene, ti prendi cura, gli dai le tue attenzioni e la tieni da conto.

Benvenuti nel fantastico trip per mappare la Lessinia; 1 volta alla settimana vi racconteremo un po’ di aggiornamenti da Lessù e se volete darci una mano, condividere pensieri, parole, opere e omissioni sapete dove trovarci.


Prima di ripartire

PRIMA DI RIPARTIRE

Il tempo si è improvvisamente fermato
e lo spazio, svuotato dalla gente e dai suoi riti,
appare immenso, smagliante di luce, dei marmi lucidi delle
piazze vuote in cui un passo risuona di un'eco mai sentita.
Angoli e scorci romani, medievali e scaligeri si sovrappongono e si rimbalzano, riappropriandosi di un dismesso ruolo di protagonismo assoluto, indisturbato, consapevoli di nuovo della certezza della propria indifferente sopravvivenza allo scorrere dei millenni, della loro eternità a dispetto delle vicende umane.
Guardiamo dalle finestre questo scenario surreale così, come si guarda un film, che ci lascia col fiato sospeso e di cui ignoriamo il finale.
Ci sentiamo, dopo tanto tempo, tutti uguali.
Dopo un tempo inimmaginabile, forse troppo lontano per ricordarne il significato, quello raccontato dai nonni e dai genitori, in cui scendevano correndo nelle cantine al suono delle sirene che annunciavano i bombardamenti aerei, siamo tutti anacronisticamente simili e tutti investiti di un compito: quello di proteggere l’altro per proteggere se stessi, quello di nuotare insieme, in quella stessa acqua, nella stessa corrente perché solo da quel verso troveremo lo sbocco.
Poi il tempo ricomincerà a scorrere e le piazze cristallizzate si ripopoleranno... Ma lentamente, e questa nuova lentezza sarà forse tutto ciò che avremo avuto in cambio dopo questa prova, ma è un dono importante di cui, con saggezza, non dovremmo disfarci.

testo di Ginevra Gadioli
foto di Alessandro D'Emilia (scattate il 25 Aprile 2020, Verona)


{Sapi Dunci} Domestic Playground

di Silvia Forese

Sessanta giorni di isolamento forzato non sono pochi, soprattutto se non eravamo abituati a passare molto tempo in casa. Ci siamo dovuti arrendere a questa amara condizione, per poi scoprire ed ammettere che a casa, male non si sta. Anzi, il timore di dover riprendere, presto o tardi, la consueta e spesso frenetica routine giornaliera, adesso ci disturba pure.

La casa è diventata il nostro ristorante preferito dove si impasta lievito madre un girono si, e l’altro anche. Per evitare che il composto si inacidisca troppo, si sfornano pagnotte di pane dai gusti più svariati. Con i semi, con le olive, con le noci, il pane arancione con la curcuma, e poi le pizze, i grissini, le focacce, i dolci, tutti ovviamente esperimenti da migliorare. Inoltre il nostro ristorante usa solo erbette aromatiche, spezie e insalatine a chilometro zero, perché nel frattempo abbiamo creato un mini oro in terrazza. La casa è diventata il nostro ufficio, il nostro cinema, la nostra palestra, in nostro bar, perché di tanto in tanto incontriamo anche i cari amici per un aperitivo call. E ancora, La casa/studio di registrazione, un perfetto set dove filmare, fotografare, giocare. La nostra casa è diventata a tutti gli effetti il nostro parco giochi. Ogni spostamento, anche il più banale, quello per esempio che ci porta da una stanza all’altra, potrebbe essere considerato un gioco, una sorta di mappatura dove in punti specifici succede qualcosa, piuttosto che altro. E’ proprio da questa riflessione che nasce il modulo Domestic Playground, che ho proposto alla Sou a domicilio. Ogni settimana introduco ai ragazzi della scuola di architettura un argomento del quale discutiamo tramite video chat. Le nostre lezioni durano circa un’ora, e a fine incontro io suggerisco loro un esercizio. Non sono compiti per casa, è una sorta di challenge. Il tema della settimana scorsa è stato quindi, il Playground. Ho chiesto ai ragazzi di trasformare la loro casa in uno spazio di gioco. Andava bene anche un angolo di casa, della loro stanza, del salotto o del bagno. Persino la loro scrivania, poteva diventare un playground. Ho chiesto a dei ragazzini di 10/12 anni di stare a casa e di sentirsi come se fossero a Villa Lizzi e avessero costruito, proprio nel nostro parco, un gigantesco playground.

Ovviamente io, che da quando sono in isolamento ho trasformato la mia casa, in uno studio di arte sperimentale dove, il lavoro si confonde spesso con il gioco, ero molto curiosa di sapere cosa poteva aver fatto sentire questi “mini progettisti“ in un playground domestico. Alcuni di loro hanno architettato dei percorsi ad ostacoli lungo i corridoi di casa, o nelle loro stanze. I fan di David Belle, hanno optato per spostarsi nel modo più efficiente, da un punto all’atro della loro stanza, sfruttando la filosofia del parkour, altri invece hanno inventato dei giochi da tavolo con regole dettagliate e severe. Insomma le risposte sono state molte, bizzarre, e di notevole ispirazione, come spesso accade quando mi confronto loro.

Il gioco non ha pareti. In tutto questo elogio al domestico, spero tanto che il giorno 4 maggio ci porti fortuna. Data da segnare sul calendario come Festa della fase 2.

#STAYSAFEANYWAY


Cos’è l’arte. Riflessioni al tempo del Coronavirus.

di Giulia Costa e Silvia Concari, Urbs Picta

 

Autocertificazioni disegnate, dal Web, www.harpersbazar.com

VERONA CONTEMPORANEA e la sua rubrica è sospesa. Interrotta per ovvie ragioni, ma in attesa certamente di proseguire al più presto.

In questo periodo di sospensione, in cui ci troviamo nel limbo delle pareti della nostra casa, ragioniamo per priorità:  in primis vi è la salute fisica, nostra e delle persone che ci stanno a fianco; in un secondo momento vi è la preoccupazione del nostro benessere psicologico. 

Sia per chi sta facendo e disfacendo armadi, sia per chi divora libri nuovi in continuazione, il nostro bisogno è prevalentemente uno: evadere.

L’arte ha da sempre questo ruolo: portarci, anche se con i piedi ben saldi a terra, in luoghi, paesaggi e dimensioni nuovi.  

Ecco che ci poniamo la domanda: l’arte e la cultura contribuiscono fattivamente alla felicità e prosperità del singolo e della società?

Leggevamo sulla rivista online d’arte critica e contemporanea Le finestre dell’arte, un articolo uscito qualche giorno fa, dove si afferma che “la cultura in quanto strumento di crescita, di condivisione e di sviluppo di pensiero critico, è un bene necessario, e lo stesso ragionamento si potrebbe pertanto applicare a musei, mostre, concerti, cinema, teatri..” e aggiungiamo poi i libri, mezzo e strumento di sussidio alla conoscenza.

Noi la pensiamo allo stesso modo: il cibo, i farmaci come ogni altro bene o servizio, sono necessari quanto l’arte. Anzi, pensiamo anche che l’arte, mai come in questo momento, è medicina per la nostra mente.

In queste settimane, abbiamo visto tutti come l’arte si è imposta con il suo ruolo “di medicina” sociale, per farci evadere, andare avanti e appassionare: dalle musiche tra i balconi, in una sorta di live  performance diffusa, alle iniziative culturali virtuali come aperture di musei in tutto il mondo, ai concerti in streaming, alle conferenze e approfondimenti d’arte via web.

Anche molti artisti contemporanei hanno da subito cambiato il loro modo di rapportarsi con lo spettatore: hanno aperto le porte dei loro studi, hanno fatto performace con altri artisti via Skype, hanno parlato da subito di un nuovo modo di fare arte.

Proprio ora, che tutto forse sta cambiando, e che ci stiamo rendendo conto di quanto l’arte sia fondamentale, vogliamo porgerci ancora una volta la Domanda delle Domande: cos’è l’arte?

Sicuramente è una domanda di difficile risposta, perché l’arte, come tutte le cose, ha una natura complessa e ha diverse se non infinite varietà di manifestazioni.

Ancor più difficile è per chi attribuisce all'arte un valore fondamentale, un significato basilare nella propria esperienza esistenziale, dare una definizione rigida, astratta e definitiva.

Sono parole astratte, frutto del filosofeggiare di Giulia e Silvia; altre sono ispirate a scritti di Roberto Pasini, storico e critico d’arte o a citazioni dirette di Dino Formaggio, filosofo e critico d’arte italiano.

 

John Cage ritratto in Performance (1983). Courtesy Artservices / Lovely Music, New York

L’arte è un fenomeno universale, comprende ogni espressione creativa di un individuo. Arte è creatività e ha una dimensione di potenza, cioè di possibilità.

La potenza artistica si manifesta sempre in atti di diverse forme artistiche, dalla pittura, alla musica, dalla scrittura, all’architettura ecc.; ma quindi come centrare e comprendere il concetto di arte? Sembreranno definizioni illusorie ma per noi sono pur sempre vere.

Ad esempio l’arte coincide con la pratica dell’arte, cioè l’attività, sinonimo di fare. Si definisce negli oggetti creati, incarnandosi nel prodotto che appartiene a colui che fa, cioè l’artista.

Arte è tutto ciò che viene chiamato arte, ma da chi?

A questo proposito si presta perfettamente la risposta che da Dino Formaggio, alla domanda che cosa è l’arte: “arte è tutto ciò che gli uomini chiamano arte” e ancora dice "l'arte nel suo concreto divenire è sempre e nello stesso tempo arte-non arte-più che arte. E questo vuole dire che essa è carne del mondo, e che è essa, l'arte, che in ogni momento fa trasalire e trascolorare in una continua fioritura di nuovi sensi e di nuovi significati, perché non muoia, il fragile e forse altrimenti insensato tessuto dei giorni e delle esistenze"

L’arte è una risposta ad un problema che varia dal contesto in cui si colloca; cambia quindi con il mutare delle epoche poiché la storia modifica i tratti culturali.

L’opera d’arte simboleggia e interpreta i mutamenti socio-culturali di una società; è espressione di un momento culturale o di un sistema di pensiero, che si modifica in continuazione, e muta la propria fisionomia in base al susseguirsi delle generazioni.

Arte cioè ciò che costituisce effettivamente la storia dell’arte, e questo potrebbe essere uno dei criteri per dare alle opere un lasciapassare, ma la verità è che nell’ambito artistico, non esistono acquisizioni assolute.

Maurizio Nanucci (2003), Collezione Peggy Guggenheim, Venezia. 

Abbiamo sentito spesso dire che, quando il virus sarà debellato, ci sarà un nuovo Rinascimento e l’arte, così come il mondo intero, non sarà più la stessa. Saremo tutti testimoni di un passaggio, di un mutamento sociale profondo.

Il virus è visto come lo spartiacque del mondo vecchio e di quello che verrà; è visto come il medioevo buio che precede lo splendore.

Ricordiamoci sempre però che il medioevo inteso come momento di buio artistico non è mai esistito e mai esisterà, è proprio in questi momenti anzi, che l’arte è viva più che mai. Ricordiamoci anche che questo non è un momento di buio, ma come dice Vasco Brondi, “ è solo un momento di crisi, di passaggio, che io e il mondo stiamo attraversando”.

 

https://www.youtube.com/watch?v=JJqiPhHSwSY

Giulia Costa e Silvia Concari 

di Urbs Picta


{SAPI DUNCI} A DOMICILIO 

Tutta colpa del coronavirus se ora siamo costretti a fermarci e a pensare.

Colpa del COVID-19 se ci obbligano a stare chiusi in casa, come quando da piccoli i nostri genitori ci mettevano in castigo e ci suggerivano di riflettere sul malanno fatto, e noi tristi e pentiti con qualche lacrimuccia diventavamo minuto dopo minuto, in quella scenetta da castigo apocalittico, un poco più consapevoli.

In fondo è vero, l’avevamo fatta grossa. Quindi, quale migliore occasione se non questa reclusione per studiare, approfondire, riflettere sui nostri errori da terrestri incuranti e golosi? Inevitabile scrivere almeno un piccolo punto di vista, una banale riflessione su questo patatràc che stiamo vivendo. Grande momento storico dove il mondo intero ne è protagonista tra accuse e scuse. Dopo una breve introduzione, utile per contestualizzare questo singolare periodo storico che stiamo vivendo, vorrei continuare il mio racconto da “Salmona della Sicilia Occidentale in quarantena”.

Nonostante l’isolamento sto lavorando incessantemente al progetto che più mi sta a cuore. Sou a domicilio, la nostra scuola di architettura. Con i ragazzi ci diamo appuntamento una volta a settimana in video chat per continuare il programma dell’anno. Sono argomenti che ci riguardano da vicino e ci dispiace dunque non poter proseguire, solo per colpa del coronavirus. Per spiegarvi bene cosa intendo per “scuola di architettura” e dunque, concetto di “domicilio”, faccio un passo indietro e vi racconto, in due parole che cos’è SOU - Scuola di architettura per bambini.

Questo progetto nasce quattro anni fa da un’idea di Andrea Bartoli e Florinda Saieva, fondatori di Farm Cultural Park. La scuola prende il nome da Sou Fujimoto, architetto giapponese, noto per essere uno dei principali progettisti di architettura contemporanea. Sou si svolge una volta a settimana negli spazi di Farm. A tenere le lezioni pomeridiane, sono sempre docenti diversi. Invitiamo architetti, artisti e creativi locali e non, che a seconda del tema annuale preparano un modulo da presentare ai bambini. Gli iscritti alla scuola hanno un’età compresa tra gli 8 e gli 12 anni. Le lezioni sono affiancate da un team di tutor esperi. La scuola promuove attività educative legate all’urbanistica, all’architettura, all’ambiente, all’agricoltura urbana e alla costruzione di comunità tramite laboratori creativi. Da ottobre 2019 inizia il “domicilio”. Dando il via a questo spin-off, adesso svolgiamo lezioni di architettura anche nelle scuole, in orario extra scolastico. Questo per dare la possibilità ad un maggior numero di ragazzi di partecipare ai nostri corsi. Sou a domicilio comprende un percorso formativo annuo che si divide in tre fasi: analisi del territorio, progettazione partecipata ed autocostruzione. Quest’anno sono due le scuole attive nel progetto. L’ I.C. Statale Agrigento Centro con il quale stiamo progettando la riqualificazione di un parco pubblico, Villa Lizzi, attualmente in stato di abbandono. Mentre a Favara, presso l’ I.C. Bersagliere Urso - Mendola, stiamo dando una nuova vita al giardino della scuola stessa. Sou a domicilio è un nuovo metodo di insegnamento basato a sensibilizzare i bambini e le loro famiglie al rispetto ed avvicinarli sempre più al senso di appartenenza per la loro terra. Durante le lezioni, che si svolgono in parte all’aperto, parliamo di rigenerazione urbana e di spazio pubblico condiviso. Affrontiamo il tema delle periferie e ci interroghiamo sul come e perché si formano le comunità. Abbiamo introdotto un nuovo metodo per parlare di educazione civica associata alla bellezza. Insomma, c’è un sacco di lavoro che mi riempie di soddisfazione.

Lo scopo di questa rubrica è quello di andare sempre più in profondità e parlarvi dei miei mini amici e di come, passo dopo passo stanno cambiando le cose, senza quasi nemmeno accorgersene.

Buona quarantena a tutti.

#IORESTOACASA e scrivo salmonate.

Alla prossima.


Cosi Dunci: “Che ci fai a Favara?”

Mi sono distratta un attimo ed ho smesso di scrivere.

non ricordo esattamente quando è stata l’ultima volta che ho raccontato di me in queste circostanze, nelle vesti di salmone. Facciamo dunque un passo indietro. Partiamo da “Cosi Dunci”. In siciliano dicevamo, significa cose dolci, ricordate? Era il nome della rubrica che leggevate su Salmon Magazine circa due anni fa, appena messo piede sull’isola. E io sono Silvia, sono quella veronese lacustre trapiantata al sud, in Sicilia, in provincia di Agrigento, per la precisione a Favara.

Mi sono distratta più di un attimo ed ho smesso di scrivere accumulando non pochi aneddoti che mi è venuta voglia di raccontavi, ancora una volta.

Il primo aggiornamento si tratta proprio del nome. “Le parole sono importanti” come ripeteva animatamente e saggiamente Nanni Moretti in una scena cult del mitico film “Palombella Rossa”. Le parole importanti dunque, che leggerete sempre prima di ogni pubblicazione sui social, prima di aprire il link, o in alcuni casi, invece di aprire il link, questa volta saranno “Sapi Dunci”, che tradotto, restando fedele al dialetto ufficiale del luogo, è: sa di dolce. Quindi significa che, assaporando, qualunque cosa sia, letta, parlata, vista o gustata, avrà un sapore dolce. Tendenzialmente gradevole. Sapere di dolce è ben diverso dall’essere dolce. Detto questo, lascio dare ai contenuti qui presentati la vostra più libera percezione, che in alcuni casi si sa, è tutto.

Cari Salmoni vivo a Favara da due anni e la ragione non è ancora chiara nemmeno a me. A chi me lo chiede fornisco sempre una motivazione diversa, ho imparato a capire cosa alla gente piace sentirsi dire e quindi lo dico. Non mento, se è questo quello che state pensando. Semplicemente i motivi della mia permanenza in questo luogo sono ancora molti, così come le volte che mi viene posta la domanda: - “Che ci fai a Favara?” quindi per non annoiarmi, vario la risposta. La spiegazione diventa più scientifica quando invece mi chiedono: - Come mai sei arrivata a Favara? Qui diventa già più facile. Sono tre parole. Farm Cultural Park. Un luogo colorato, meravigliosamente imperfetto. Sono arrivata per stare a Farm tre mesi. Il mio ruolo era quello di tutor in una scuola di architettura per bambini. Francamente allora non avevo ben focalizzato cosa fosse una “scuola di architettura per bambini”. Fino a quando non mi ci sono trovata felicemente immersa. Da due anni a questa parte un susseguirsi di eventi improbabili hanno prolungato la mia permanenza qui. Dove ora a Farm ci lavoro, occupandomi proprio della scuola di architettura per bambini, che ovviamente ha un nome. Si chiama SOU. Ed ecco svelato l’unico vero motivo per cui ho deciso di riaprire con questa faccenda scritta. Perchè le cose da raccontare su questo progetto sono tante. Vi vorrei presentare delle grandi persone, mi piacerebbe raccontarvi di alcuni luoghi importanti, degli usi e dei costumi non sempre solo dolci. Dunque salmoni introduco così questo racconto illustrato. E sono onorata di poterlo condividere con voi. A presto #iorestoacasa e scrivo salmonate ;)


Giorgio Fasol è il miglior collezionista mecenate del 2019 secondo Art Tribune

Grazie Giorgio!

Giorgio Fasol è il miglior collezionista mecenate del 2019 secondo Art Tribune

Contemporanee / Contemporanei, progetto espositivo a cura di Denis Isaia

Se parliamo di arte contemporanea e dobbiamo fare un bilancio di questo 2019 che abbiamo appena salutato, possiamo affermare che l’arte di oggi ci da molti motivi per essere orgogliosi del nostro bel Paese

Vasto è l’argomento e molti sono i “best of” dell’anno trascorso: dagli italianissimi Montagna, Moccia (che Verona ha conosciuto bene a Spazio Cordis) e Reverie che sperimentano diversi mezzi espressivi; passando per i grandi artisti affermati internazionali come Jafa in grado di raccontare tematiche scottanti e attualissime come il razzismo e la cultura black. Non manca un plauso alla miglior fotografa Giovanna Silva, perché sí, la fotografia resta un mezzo fondamentale per raccontare questo nostro mondo, fatto ancora di troppe violenze e guerre. Ci sono poi i luoghi dove l’arte vive e viene raccontata, con al primo posto il Maxxi di Roma, mentre La Biennale si conferma come miglior evento dell’anno. 

Ma senza troppi indugi, diciamo che la notizia che ci fa davvero essere fieri e orgogliosi è la nomina del nostro amato ed inarrestabile Giorgio Fasol come migliore collezionista mecenate da parte di Art Tribune. Classe 1938, ha dedicato tutta la sua vita all’amore sincero per l’arte contemporanea con una particolare attenzione ai giovani artisti. Negli anni ha collezionato, scoperto, finanziato, incentivato, stimolato e infine donato una ricca parte della sua collezione all’università della nostra città, un gesto generoso e di grande fiducia nelle nuove generazioni. Questo è anche un gesto di grande responsabilità per chi dà e soprattutto per chi riceve, infatti sono gli studenti a diventare finalmente protagonisti del loro tempo, nell’idea semplice e al contempo complessa di rendere l’arte contemporanea davvero attuale, facendola vivere negli spazi della quotidianità. 

Un progetto ambizioso quello di Contemporanee/i che vede Fasol come una figura nuova e differente da qualsiasi altro collezionista; un uomo che crede nell’Arte e crede nei giovani, quegli stessi giovani che molto spesso non riescono per primi a credere in loro stessi e nel mondo in cui si trovano a vivere e ad affrontare. 

Quindi da parte di tutta Verona, di tutta Italia, di tutti noi giovani: Grazie Giorgio!

Andrea Francolino - Performance of a Plant - 2013-15, variable measures fragment of art work and spontaneous plant, Collezione AGI - Verona

ART+PATH+URBS=DOOMSDAY

Te li sei persi?

Te li illustriamo noi! (articolo scrollabile)

Non temere, i Salmoni ci sono andati anche per te. E grazie alle foto che hanno fatto ti verrà la voglia di segnarti le date del prossimo anno, cioè dal 16/10 al 18/10 2020.

Il gruppo di Salmoni visitatori quest’anno aveva un ospite d’eccezione, un precursore dell’essere controcorrente, il Salmone Friedrich.

Friedrich (di seguito Freddy) ha una teoria tutta sua dell’arte: secondo lui si divide in quella che nasce dalla bellezza, dall’armonia e quella che nasce dall’eccesso, dall’ebbrezza e dagli istinti. La prima forma d’arte è legata alla scultura, la seconda alla musica.
Così all’inizio del nostro viaggio nell’arte del dopoguerra/contemporanea e di giovani e audaci proposte ci ha fatto la pappardella che Artverona sarà fermo, statico ma armonioso: “cioè compie 15 anni, ormai è adulto, è riconosciuto a livello internazionale e non ci saranno sbavature, te lo dico io”.
Al contrario, il Path Festival (organizzato alle Gallerie Mercatali per festeggiare il compleanno della fiera) sarà ebbro, movimentato, ricco di musica e contatto umano. A dimostrare tutto questo, dice, ci sarà anche una imponente installazione artistica di Norma Jeane (produzione Contemporary Locus), il cui nucleo è l’eccesso, la mancanza di armonia in un Luna-Park fuori controllo.

ARTVERONA15
#BACKTOITALY
11-13.10.2019

Freddy non ci ha visto male per ArtVerona15:

Però forse non si aspettava altre opere tipo queste:

(il pizzetto non lo abbiamo aggiunto noi!)

L’apice della cultura pop molto decadente poi si ha con Laurina Paperina, che potrà risvegliare in voi la malinconia dei personaggi amati da bambini, per farvi poi ripiombare nell’arte contemperanea in maniera un po’ apocalittica (il titolo dell’articolo rende omaggio a un’opera di Laurina).

ArtVerona15 col suo spirito non solo apollineo ha una vocazione relazionale e territoriale, ospitando 150 gallerie selezionate.
Le gallerie sono - per quanto abbiamo visto - principalmente italiane, con qualche chicca europea (quest’anno hanno dedicato un focus alla Repubblica Ceca) e americana.

Menzione speciale per Donald Martiny (artista americano a cui è stato commissionato anche un lavoro al One World Trade Center) che ci ha ospitati per una breve chiaccherata presso l’Atelier Creativo Baol:

E con l’America non finisce qui! Infatti, come anticipato, la sera ci siamo spostati al 15esimo di Artverona nell’ex Mercato Ortofrutticolo di Verona.

PATHFESTIVAL X ARTVERONA15
NORMA JEANE / LOONY PARK
@GALLERIE MERCATALI

Si parlava dell’America: in senso doppio.
Avete presente i film americani adolescenziali dove c’è il ragazzetto di turno che vuole fare colpo su una ragazza al Luna Park vincendo un peluche negli stand del tiro a bersaglio?
Ecco, l’ambientazione era quella: il Loony Park – installazionesite specifica di Norma Jeane.
Io non lo sapevo, ma forse a qualcuno di voi il nome Norma Jeane dice qualcosa… Infatti l* nostr* artist* Norma Jeane prende il nome da un'icona americana: Norma Jeane Baker – in arte Marilyn Monroe.
Volete sapere perché ha scelto questo nome?
E perchè non è presente un ritratto dell’artista??
Leggetevi la bio per capirlo: http://www.normajeane-contemporary.com/index.php/bio/

Foto mancante

Norma Jeane non si vede, ma si vede ciò che ha creato:

Il tiro a bersaglio non c’era (avrei voluto vincere un piccolo Thor di peluche per Freddy), ma erano presenti delle esperienze che si vivono solo a eventi come questi:
- cotton candy free (perchè in inglese suona meglio): fatti al momento e lanciati a terra. Ogni tanto partiva la sfida a chi li prendeva al volo e la nostra SalMona d’azione Ale non poteva che vincere;
- il sottosopra una montagna di sapone illuminato di rosso e di blu;
- pop corn free lanciati a terra: potevi mangiarli o potevi tuffartici dentro;
- lettura della mano da parte di una gypsy meccanica;
- giostra/montagna russa Number One per digerire bene i drink che di lì a poco ci avrebbero fatto entrare nello spirito dionisiaco che Friedrich aspettava con ansia…

C’erano pure altre piccole installazioni disseminate nella Galleria Mercatale, ma la line-up internazionale dei Dj ci ha inghiottito e non siamo riusciti a vederle tutte: non siamo riusciti a documentare nemmeno “Automa” performance di Camilla Monga, Federica Furlani, Giacomo Ceschi (evento del sabato dalle 23 alle 23:45).
Per Friederich era giusto così, dopo la seconda birra mi ha detto: bisogna avere un caos dentro di sé per partorire una stella danzante. Contento lui…

E qui si conclude l’evento: se non c’eravate, (speriamo) di essere riusciti a farvelo vivere un po’ qui…

La terza parte dell’articolo invece finisce senza Friedrich; in un giardino, dove la mostra/evento “To Be Played” per fortuna è ancora visitabile ed è sempre collegata con ArtVerona15.

TO BE PLAYED
@GIARDINO GIUSTI
11/10-22/11 2019

Un progetto di Giardino Giusti 
e Urbs Picta
a cura di Jessica Bianchera e Marta Ferretti

Come detto poco fa la mostra è ancora aperta: dal 11 ottobre al 22 novembre negli orari 10:00 – 19:00.
A differenza di ArtVerona15 e Path Festival, che sono conclusi, in questo articolo ci saranno meno immagini, così da non farvi vedere qualcosa che avete ancora la possibilità di gustare coi vostri occhi.
Questa mostra curata da Urbs Picta espone video, immagini in movimento e videoinstallazioni degli artisti della “generazione ‘80” quando non c’era il digitale, le tv non erano piatte e fruire di video e musica mettendosi la mano in tasca e toccando uno schermino (smartphone) non era nella testa neanche di Steve Jobs.
Dico questo perché mi ha colpito molto vedere tv a tubo catodico nel finire degli anni 10 del 2000.
Hanno tagliato i fondi a Giardino Giusti, Urbs Picta e all’Archivio Video milanese di CareOf?
Per fortuna no, hanno fatto una scelta che colpisce.
E per restare sul tema indietro nel tempo ce ne sono altri due:

  • il ritorno al gusto pre-industriale e rinascimentale del Giardino Giusti (che -momento #pieroangela-appartiene alla famiglia Giusti dalla fine del 1300, inizialmente con uno scopo produttivo. Quest’anno il Giardino è stato pure finalista al concorso “Parco più bello d’Italia” conclusosi da poco.). 
  • un assaggio dell’800-900 grazie all’Appartamento ‘900: grazie a questo palazzo possiamo entrare in quella che è stata la residenza effettiva della famiglia Giusti fino al 1944. Ogni stanza è una scoperta e arredata con una specie arborea diversa. Nella sala da pranzo alle pareti ci sono degli affreschi che ritraggono la nostra Verona ispirata a incisioni dell’800.

Quindi perché visitare la mostra “TO BE PLAYED”?

Ci sono almeno 3 ragioni:

  • per un certo gusto cinefilo nello riscoprire i video/le immagini in movimento indagando sulle possibilità espressive e narrative del filmato in varie sue declinazioni (cinema, documentario, finzione). Mettete le cuffie, parlate con le guide della mostra sempre gentili e preparate e vedrete che la qualità creativa delle vostre instastories ringrazierà;
  • per scoprire uno dei parchi più belli e sottovalutati di Verona e d’Italia;
  • per sentire di risiedere per qualche ora in un palazzo signorile con uno stile incredibile.

La maggior parte dei visitatori durante la visita erano turisti stranieri. Se non siete mai stati in questo sito di Veronetta – non perdete occasione di scoprirlo!

A seguire uno degli affreschi della stanza da pranzo (Verona+Ponte Pietra+gondola), una vista del Giardino Giusti che conduce a una riproduzione di una grotta illuminata di verde ospitata dalla mostra e unodei signori panorami che vi offrirà l’entrata alla mostra (o meglio, una volta che sarete arrivati in cima alla torre con scala a chiocciola e vicino alle grotte ornamentali) .

(Foto di Manola Udali e Danny Antolini; testo e grafiche di Danny Antolini)


Qualche riga su un grande spettacolo: Moby Dick al Teatro Romano

Ci vorrebbero più di 25 ore di lettura filata per vivere il capolavoro di Melville, Moby Dick, d’un fiato. 

Un’opera dalla potenza sconvolgente, profonda, riflessiva e rivoluzionaria. 

Nel bicentenario dalla nascita di Melville (1819-2019), molte sono le iniziative di diverso genere che per questa ricorrenza hanno visto la luce: molte superflue e inutili mentre altre (poche) di reale valore. 

Una di queste ultime è stato lo spettacolo “Moby Dick” che siamo stati a vedere sabato al Teatro Romano, all'interno della rassegna "Estate Teatrale Veronese".

Tralasciamo l’aspetto artistico legato alla recitazione/regia/allestimenti/sonoro, per la qualità di questi aspetti si sono fatti garanti i nomi coinvolti, dalla preziosa location fino al cast, dal quale spicca Franco Branciaroli

Un Branciaroli superlativo nei panni del Capitano Achab, che sposta gli equilibri del romanzo proprio sul conflitto Achab/Moby Dick e su quello Achab/Achab e che riesce con eleganza a estrapolare uno spettacolo di due ore, completo e senza far rimpiangere nulla di quello che tralascia dalle pagine del capolavoro di Melville. 

In una frase un’impresa mastodontica

Un lavoro chirurgico in cui, con grande sangue freddo Branciaroli attraverso delle scelte coraggiose (e non scontate) ci dà la sua visione del grande romanzo Moby Dick.

Una visione sicuramente parziale, ma altamente funzionale e profonda, uno spettacolo a tutto tondo in grado di incuriosire un novizio del mondo letterario del grande “cetaceo bianco” e di lasciare a bocca aperta il più esigente conoscitore del mondo Melvilliano. 

Aggiungete a questo il brivido durato due ore iniziato con il leggendario “Chiamatemi Ismaele” e concluso con dei veri fulmini di un temporale che creatosi sul Teatro Romano ci ha portato in mezzo all’oceano senza però bagnarci e lasciando il tempo allo spettacolo di concludere tra i meritati applausi.

Se non è magia questa. 

MOBY DICK

TEATRO DEGLI INCAMMINATI
regia di Luca Lazzareschi

Siamo stati allo spettacolo di sabato 6 luglio
Dove: Teatro Romano

All’interno della rassegna: Estate Teatrale Veronese.

Per conoscere i prossimi spettacoli da questa rassegna: http://www.estateteatraleveronese.it

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Photo Credits: Estate Teatrale Veronese


Hidden Verona - Centro Storico: Smaltotecnica Arco dei Gavi

Oggi vi parliamo di un bottega di quelle vere, di quelle come una volta, in cui il rapporto umano e la passione sono in prima linea. Siamo stati a fare due parole con chi da quasi 70 anni fa vivere la Smaltotecnica Arco dei Gavi: ecco cosa ci hanno raccontato.

Da quanto è aperta la vostra
attività? È sempre stata qui?

Si, la Smaltotecnica è qui circa dal 1950, allora c'era il nonno. È un locale storico, anche l'insegna è quella originale di ormai settant'anni fa. Diciamo che nel mentre che molte cose qui intorno cambiavano, noi ci siamo mantenuti più o meno uguali.

Sicuramente oggi è un posto un po'
inusuale per il centro storico, che negli ultimi anni ha indirizzato
sempre di più le attività verso i turisti. Come siete riusciti a
resistere a questa tendenza?

Si, negli anni abbiamo mantenuto un certo target anche a costo di non avere grandi guadagni. Pur essendo un punto molto frequentato da turisti ed il negozio stesso lo è, a discapito del guadagno abbiamo tenuto duro mentre tanti altri hanno chiuso. Certamente siamo un po' di nicchia, oggi hanno aperto molti centri commerciali e cartolerie varie, ma si tiene duro. Non manca ovviamente la volontà e la voglia di innovarsi: l'idea ora è di fare proprio questo: rilanciare l'attività, riassortire nuovamente e ristrutturare il locale, senza però venire meno ai valori e a tutti quegli aspetti che i nostri clienti apprezzano.

Qual è l'identikit del cliente del
vostro negozio? Si va dal turista curioso al cliente affezionato?

Beh, tra i nostri clienti ci sono molti storici artisti della città; c'è poi il presidente della SBAV (Scuola Belle Arti Verona) che manda qui tutti i suoi studenti. Anni fa facevamo anche promozione all'Accademia, nelle scuole. In effetti entrano anche turisti, a volte rapidamente entrano ed escono, altre volte scatta un qualcosa che magari li fa ritornare a distanza di anni. È successo anche con degli spagnoli che ancora ci mandano scatole di cioccolatini!

Com'è il rapporto con gli altri
esercenti della zona? Ci si aiuta, ci si ignora?

Beh, ci conosciamo
tutti qui in zona. Poi negli anni tanti negozi sono cambiati, noi
siamo un po' l'osso duro! In generale andiamo d'accordo con tutti,
con gli esercenti cosi come con i clienti.

Per lavorare con serenità cerchiamo sempre di coltivare il rapporto umano: ascoltiamo, diamo consigli. Pensa che qualche artista ormai non più giovincello ricorda che ha mosso i suoi primi passi da qui, perché gli regalavamo i tubetti di colore! Sono cose belle e chi dimostrano che lo spirito è quello giusto.

C'è qualche aneddoto particolare
che vi è capitato in tutti questi anni di attività?

Beh, nel corso
degli anni tanti artisti sono diventati amici di famiglia. Voi siete
giovani, ma per esempio Aladino Ghioni, artista veronese molto famoso
negli anni '70-'80, fu incaricato di dipingere un grande Cristo nella
basilica di San Zeno: un giorno eravamo in piscina insieme e Aladino
scelse papà, disteso sul lettino, come modello per la sua opera!