Non è lo zoo

Caffè, quattro ciacole, “Circles” di Mac Miller come sottofondo e cominciamo la nostra intervista con i Parco Natura Morta, 100% made in Verona.
No, non è il nome dello zoo scritto male. È un’altra cosa.
Sono Lorenzo, Riccardo, Davide, Michele e Federico, dei quali abbiamo conosciuto di persona solo i primi due.

“Come nasce il gruppo? Vi conoscevate già da prima?”
L: Io, Federico e Michele siamo amici da molto tempo, anche con Davide. Però in realtà io sono l’ultima recluta, sono arrivato due anni e mezzo fa. Il gruppo era già formato, in principio erano quei tre. Prima avevano già un gruppo di stampo indie-rock inglese che poi si è sciolto, poi Federico ha deciso di fare prima un po’ di cover, finché non hanno iniziato a produrre cose inedite e originali. Piano piano, si è aggiunto questo signorino qua..”
R: Io li conoscevo già perché quando suonavo con mio fratello, ci trovavamo alle assemblee di istituto e loro facevano cover band degli Arctic Monkeys, mentre io facevo jazz. Musicalmente ci conoscevamo; era un periodo morto dove io non avevo nessun gruppo e mi arriva la chiamata di provare a suonare con loro, volevano un trombone e mi è partita la tega.
L: Quando mi sono aggiunto, alcuni pezzi dell’EP c’erano già. Poi nel marzo di quest’anno è uscito l’ EP completo.

Quindi suonate insieme da sei anni però non sono sempre stati pezzi vostri.
R: No, all’inizio era solo un provare generico, trovarci giusto una volta a settimana. Dopo è arrivata l’esigenza di uscire, ma dopo tanto tempo, forse dopo 3 anni..ci abbiamo impiegato tantissimo. Avevamo trovato una prima data per suonare ed è stata bellissima: a Bovolone, in un evento che si chiamava Dentro Il Parco Festival, suonavamo sotto un albero, davvero una bella esperienza.
L: Marzo 2022 esce l’EP. Raggruppa pezzi anche abbastanza vecchi. Quasi tutti erano pezzi nati dalla testa di Michele, abbiamo messo un po' del nostro, ci abbiamo lavorato su per tanto tempo e dopo li abbiamo resi un prodotto. R: A volte prendiamo anche pezzi vecchi e li rifacciamo perché ci vengono in mente arrangiamenti nuovi.

Titolo dell’EP? C’è un concept a livello di album?
R: In realtà, dato che in questi anni abbiamo fatto una valanga di pezzi, abbiamo deciso di racchiudere quelli che ci rappresentavano di più nel primo EP che è uscito e che si chiama Parco Natura Morta. Ci rappresenta non a livello di testi ma a livello di suoni: testi sono una cosa un po’ più intima.
L: Sì, i testi sono molto intimistici che sorgono dalle nostre vite, nel senso che sono il frutto di sentimenti, paure, come spesso succede. Il file Rouge è proprio l’espressione dell’intimo, quindi non c’è un concept preciso come altri album, il nostro è pensato secondo un suono che vogliamo portare fuori e scegliamo i pezzi che lo rappresentano in quel momento.
R: Abbiamo scelto il formato EP anche per questo motivo, mentre ora l’idea è quella di fare più avanti un secondo disco al quale stiamo già lavorando, seguire un concept ben specifico e trovare una storia. Il primo è stato più una presentazione.

Dove lo avete prodotto?
R: Qui a Verona, da Murato Records a Perona.
L: Una realtà abbastanza giovane che produce artisti locali.
R: Abbiamo registrato in studio da loro perché all’epoca avevano proprio uno studio fisso lì, ora non c’è più perché vogliono fare più produzione e meno registrazione.

Provate ogni settimana?
R: Magari... per un sacco di anni sì.
L: Ora le nostre vite sono un po’ cambiate, per esempio Michele fa specialistica a Milano e proviamo quando ci siamo.

R: L’idea è quella di riuscire a provare ogni settimana ma è difficile, dobbiamo trovare un equilibrio. Anche per questa esigenza è cambiato anche il modo di produrre che avevamo, mentre prima i brani venivano creati e si evolvevano in saletta, adesso ci siamo approcciando al metodo di registrarci sempre.

Ma il nome del gruppo, invece? Spiegateci un po’ questo fun-fact. 

L: Riccardo, questa è roba tua.

R: SI, è roba mia: prima avevamo un nome africano, “I Lunga”. Il nome attuale invece ha una storia molto stupida. MI è rimasto impresso perché una sera, prima di una data con il mio vecchio gruppo, mi stavo fumando una sigaretta fuori da un ristorante e c’era un bambino che continuava a piangere perché voleva andare allo zoo, al Parco Natura Viva.

Questo bambino continuava a lamentarsi e la madre, che a un certo punto ha sbroccato, gli ha detto "Guarda che se non la smetti ti porto al Parco Natura Morta”. Con quest’associazione di parole mi è partito un trip allucinante. Questa cosa, senza esagerare, è successa forse dieci anni fa: io ero ancora alle superiori e questo nome mi è entrato nella testa. Ricordo di aver pensato “Se mai avrò un gruppo che fa musica indie rock italiano si chiamerà così”. All’inizio, quando sono entrato nel loro gruppo Whatsapp, come nome c’era “I Lunga” e il “Parco Natura Morta” gliel’ho non li convinceva tanto quando gliel’ho proposto. Alla fine è entrato nella testa anche a loro.

Queste sono le curiosità che vogliamo sapere per conoscere al meglio chi fa musica. c’è sempre qualcosa di nascosto che viene fuori.
In conclusione, non andate allo zoo ma andate a sentire loro non appena sapremo che sono in giro a suonare da qualche parte.

 

di: Aurora Lezzi

                   


Salmon n' Chips

I Salmoni hanno nuotato anche nella Manica. 

Proprio così, Inghilterra. Questa volta a chiacchierare con noi è Andrew Cushin nel retro del The Factory dove lo scorso Novembre c’è stato l’evento Britwall, una figata. 

Andrew è un ragazzo giovanissimo di 22 anni prodotto da Songbird e supportato *niente poco di meno* che da Noel Gallagher.

È inutile: il brit-pop piace alle vecchie e alle nuove generazioni e Andrew ci sta proprio dentro a questa vibe qui. 

La scoperta intrigante è che non era mai stato in Italia fino ad ora e ovviamente la domanda che sorge spontanea è “Ti piace?” e lui super entusiasta dice “Praticamente non voglio tornare a casa. Il cibo e le persone sono fantastiche. Ho trovato una somiglianza tra Verona e la mia casa, New Castle, a nord est dell’Inghilterra: le persone sono molto simili, amabili, accoglienti e dal cuore grande. A Verona ovviamente il cibo è migliore”. 

Quanto è bello sentirsi dire che i veronesi sono amabili e accoglienti? Non ce lo aspettavamo per niente, e infatti è quello che gli abbiamo raccontato.

Di solito sentiamo dire il contrario…” 

«Assolutamente no. Le persone mi hanno davvero accolto con il cuore, dalle quelle nei negozi, a quelle nei ristoranti, fino ai passanti per strada. Una cosa che ho trovato divertente è che qui tutti sembrano più giovani di quello che sono. Stavo parlando con una ragazza l’altro giorno e pensavo avesse 19 anni quando in realtà ne aveva 27. What the f*ck??”

Ma parliamo della tua musica: come hai cominciato?

“Ho imparato a usare la chitarra quando avevo 16 anni. Prima di allora non mi ero mai interessato alla musica, in realtà è un amore nato un po’ per noia. Mia madre è una brava cantante e ha cantato in diverse band quindi ho iniziato a cantare anche io. A 18 anni è iniziato tutto con la mia prima esibizione e dopo 3 settimane è stato coinvolto il mio attuale manager e anche Noel Gallagher, quindi tutto è diventato enorme in poco tempo.”

Il suo stile si può dire nasca anche dall’influenza che ha avuto ascoltando artisti Paul Weller, Neil Young, Bob Dylan, Jake Bugg e Noel Gallagher al quale si ispira. 

“Ciò che mi piace di questi artisti è che sono semplicemente loro, un uomo a una chitarra. Non hai bisogno di una grande band intorno a te, non hai bisogno di un grande rock-show. A volte quello che serve è solo una chitarra. È quello che ho pensato quando ho ascoltato Jake Bugg la prima volta”. 

Sei mai stato a qualche talent show?

“No, mai. Piuttosto mi venivano offerti 50 o 60 pounds per suonare e lo facevo totalmente per amore della musica, non ho mai partecipato a niente del genere. Faccio musica perché ho qualcosa da dire e mi basta questo. Ho cominciato nei pub nel Nord Est dell’Inghilterra e forse c’erano 12 o 13 persone che magari erano impegnate a guardare la partita e nessuno stava ascoltando. Se non cominci dai piccoli show, non ti meriti quelli grandi. Al giorno d’oggi molte persone possono essere famose perché hanno i soldi o perché conoscono qualcuno di famoso, ma quando io ho suonato in grandi posti non ho mai avuto niente a che fare con tutto questo, perciò sono fiero di aver fatto tutto da solo e di crescere a poco a poco. Non ha senso essere grandi grazie a niente, quindi sono grato di fare da solo quello che faccio: il successo viene col talento e determinazione, non lo raggiungi se non hai una delle due”.

“Spiegaci un po’ come ha fatto Noel Gallagher a trovarti!”

“Grazie al mio manager. Lo conosceva da un po’ di anni e gli ha mandato una delle mie canzoni registrata in un pub. L’ha ascoltata, gli è piaciuta, mi ha invitato a Londra e siamo andati in studio. Da quel momento in poi, show sempre più grandi. Lui è fantastico, siamo sempre in contatto.” 

Tutto ciò è assurdo.

Gli abbiamo infine mostrato la nostra mappa Salmon x UDU con tutte le chicche su dove mangiare, bere e divertirsi e Andrew era super gasato perché vuole conoscere di più della nostra città e non vede l’ora di tornare.

Noi, invece, non vediamo l’ora che torni lui per prendere una barretta insieme, da veri British.

 

di: Aurora Lezzi

                 

 

 

 


"D'altra parte, semo a Verona..."

di: Florindo Cacciapuoti

 

Due parole sul Pojana in trasferta a Verona.

«Beh, se volete prendetevi pure da bere, finché non cominciamo...» esordisce così Andrea Pennacchi davanti ad un'Osteria ai Preti già alle 18 strapiena di fan e ammiratori, ma anche
di gente che è lì a concedersi un meritato aperitivo in un anonimo martedì sera, dopo il lavoro. Se non fosse che quasi tutto il pubblico ha già finito i primi spritz, e mentre tutti lo guardano con i bicchieri in mano, aggiunge: «d'altra parte semo a Verona...».

E via di narrazioni storiche e sociali sul rapporto tra il consumo d'alcol e il veneto tipico, tra risate e palesi segni di ammissione da parte dei presenti. Non poteva cominciare altrimenti la presentazione del suo ultimo libro, "Shakespeare and me" edito da People, pubblicato lo scorso mese di ottobre.

Il suo intento, ci dice, era fondamentalmente quello di andare in giro per le scuole a spiegare quanto il drammaturgo inglese avesse molti più tratti veneti di quanti uno in realtà ne immaginerebbe. Impresa non di poco conto, in effetti, nella quale però Pennacchi riesce egregiamente, sottolineando l’importanza stessa del teatro che a distanza di secoli ancora colpisce e strabilia. Ed è proprio del teatro che ci racconta, e più in particolare del suo rapporto con esso, passando a spiegare aneddoti e riferimenti biografici per far capire quali potessero essere le peripezie che un ragazzo in età adolescenziale cresciuto nel padovano negli anni '80 deve affrontare, se sente dentro di sé un forte amore per la recitazione. Un ragazzo che però sogna anche di diventare aviatore, ma che poi - per nostra fortuna - segue l'amore per il palcoscenico appunto. Ci racconta del suo approccio col palco e dei suoi primi studi con Shakespeare. «Il teatro è dibattito, è anche scontro, ma non cede alla facile esca dell'indignazione quotidiana. Shakespeare sa che essere cavalcati dalla rabbia non ti libera da niente», una delle sue recenti dichiarazioni in occasione della pubblicazione del suo quarto libro.

Oggi è senz'altro questa la grande opera di Pennacchi: rendere spettacolare e mitizzare grossolanamente qualcosa di terribilmente standard: è questa la magia del fenomenale interprete del "Pojana", potente caricatura del classico bigotto padano/settentrionale che è contro extracomunitari, stranieri, meridionali, diversi, estranei, fino ad arrivare ad avercela coi propri dirimpettai. Da anni ormai quest'immenso attore teatrale ci fa piangere dal ridere con le sue supercazzole a "quelli che benpensano", per dirla con un brano che negli anni si è rivelato premonitore. I suoi interventi, divenuti famosi grazie soprattutto a Propaganda Live, sono una dichiarata satira rivolta alla scena politica che negli ultimi anni esiste ed insiste nel Paese.
L'apice dello spettacolo lo si raggiunge quando reinterpreta il suo ormai celebre monologo "Ciao terroni!", grazie al quale è diventato famoso ai più, trasudando espressività. Si passa, dopo, ad un esilarante siparietto incentrato sulla figura di Bruce Lee, in un racconto svolto a scuola tra Pennacchi e alcuni amici. Per poi chiudere l'incontro con «Lo sapete, vero, che la fama di Verona si poggia su un falso storico?»

Prende queste pieghe la serata in centro, moderata da Pippo Civati, che qui è praticamente uno di casa. Proprio in questo quartiere, in Veronetta, che si conferma ancora una volta uno dei posti più vivaci di Verona, con l'università, con le librerie e i negozi indipendenti, i baretti hipster sparsi sulla riva dell'Adige e con quella magia che avvolge nelle serate d'autunno la nostra amata città.

 

 


Murena e Salmone

Di: Aurora Lezzi

 

Sono Veronesi? No, vengono da Milano. Uno di loro addirittura da Lima, Perù, appena girato l’angolo.

Ci piacciono da morire? Assolutamente sì. Freschi, ganzi e originali.
“Ciao, siamo gli Studio Murena, un gruppo di sei elementi e facciamo jazz-hiphop”.
Ragazzi con la testa per terra e i piedi sulle spalle. Si dice al contrario forse?

Però, è proprio questo che fanno: mettere sottosopra il pubblico quando loro sono sul palco.

                                                      Conoscevo soltanto un loro pezzo. Com’è finita? Ho preso l’album appena finito il concerto. Ve lo confermo e sottoscrivo: la loro musica è una piacevole scoperta, un genere che non ti aspetti di apprezzare, un graffio sopra il jazz che rende tutto  stra-dinamico. Standoli a sentire dal vivo ribalta tutto quanto, è pazzesco: ti diverti e segui il beat pur non conoscendo nulla del loro lavoro, ti coinvolgono al 101%.
Ho avuto la fortuna di fare quattro chiacchiere con loro nel seminterrato di una proprietà privata dove nel weekend del 14, 15 e 16 ottobre si è tenuto il Fine di Mondo Festival e loro erano la band di chiusura dell’ultima serata.
Avevano appena finito di mangiare dei nachos. Curioso, perché il nome del gruppo, ci racconta il tastierista, nasce per gioco proprio da una visione completamente random avuta mentre si trovava sul Lago Maggiore in canoa: spunta un serpente acquatico e lui se lo immagina mentre mangia delle patatine.
“Prendono anche il controllo del mezzo ‘sti animali qua”.

Ora, questi animali ci sono per davvero nel lago, ma forse quello che non sapevate è che le patatine sono tipico cibo delle murene. Scherziamo.
I ragazzi della band si conoscono in conservatorio a Milano e si uniscono nel 2018. La prima bozza di progetto in realtà seguiva un flow di musica elettronica, per poi scegliere di focalizzarsi sugli altri generi che gli interessavano: l’hip-hop e il jazz.
Cosa succede a questo punto?
“Ci siamo detti, bho, proviamo ad andare in questa direzione e abbiamo avuto la fortuna di incontrare così Carma, il nostro rapper, vocalist, paroliere e scrittore dei testi. Li scrive solo lui anche perché è l’unico capace”.
Anche maestro di cerimonie e tante altre cose, ma solo nel tempo libero.
In sostanza, il percorso che porta a quello che oggi è il loro progetto, è stato abbastanza naturale. Età media? 26 anni. Butei.
Diciamo che si emozionano tanto per tutte le esperienze che fanno, come anche quella di quest’estate alla Notte della Taranta, che figata. Un pubblico incredibilmente numeroso e con la partecipazione di artisti Italiani e internazionali che cambiano ogni anno.
Gli è piaciuto tanto e posso dire di essere rimasta anch’io molto contenta trattandosi del Salento, casa mia.
News appena uscite dal forno: un album pronto a essere schizzato fuori e di cui ancora non si rivela la data.

Nel frattempo, potete ascoltare il loro primo disco uscito nel 2020, dal titolo omonimo della band: contiene pezzi come “Eclissi”, “Password” e mine allucinanti come "Long John Silver” che ha scatenato il panico al Festival come pezzo di chiusura.
Che dire, mi sono stati incredibilmente simpatici e io come tanti altri, non vediamo l’ora di scoprire cosa stanno per buttarci fuori.


Madonna Verona non ha tempo di morire

*Questo reportage narrativo è nato durante il corso ‘Scrittura dal vero’ tenuto da Nicola Feninno alla Scuola Holden di Torino. È stato scritto nell’estate 2022.

di Francesca Moscardo

Sono in ritardo quel tanto che basta per sentirmi in dovere di avvisare. Chiamo Luisa. 

«Allora mi faccio un altro goto» risponde tranquilla in vivavoce. Il suo tono basso e cantilenante mi fa pensare a un tessuto prezioso. «Ti aspetto». 

Mi divincolo tra le vie del centro e parcheggio lungo il fianco di Sant’Anastasia, la chiesa più grande della città. È un pomeriggio di luglio e Verona è piena di turisti, ma il locale di Luisa è chiuso e non riceve nessuno. Tranne me. 

Mi avvio a piedi con un moto centripeto verso sinistra, seguendo un automatismo dettato dall’abitudine: vicolo, vicoletto, porta. La scritta “Piano Bar” sulla tenda a calotta mi ricorda che qui un tempo un pianista suonava ogni sera. Da fuori ha tutta l’aria riservata di un club privé e nella posizione in cui si trova ci vai solo se lo conosci. 

Il neon rosa dell’insegna è spento: in fondo sono solo le cinque del pomeriggio.

«Quel posto “brulicava” di personaggi che arrivavano da tutto il Triveneto per fare una serata», mi ha confidato A. durante un aperitivo domenicale a Castel San Pietro, sulla terrazza panoramica della funicolare. «A una certa ora non c’erano tanti locali dove potevi andare. Il Madonna Verona era uno di quelli e stavi lì anche fino al mattino». Lì divanetti di seta rossa, luce soffusa e un horror vacui di oggetti; qui aria e sole accecante che illumina ogni cosa. 

Fatico a decifrare l’uomo che ho di fronte, un fisico asciutto da maratoneta e l’atteggiamento discreto di chi parla poco e osserva molto. Gli chiedo qualche aneddoto: lui dice senza dire e mi chiede di restare anonimo. È molto conosciuto a Verona, mi spiega. «Succedevano tante cose, incontri particolari. Era come essere in un’altra dimensione, la percezione era un po’ diversa».

Madonna Verona. Su Wikipedia sarebbe una pagina di disambiguazione: 1. la statua romana della fontana al centro di Piazza delle Erbe; 2. la maschera del Carnevale veronese ispirata alla statua; 3. l’omonimo locale storico. 

A condensare tutto in un significato univoco c’è Maria Luigia Vassanelli detta Luisa, classe 1937, la persona che sto per incontrare.

È lei Madonna Verona, la donna dalle mille vite, l’icona rivoluzionaria di un centro di provincia. Una signora con la quinta elementare nominata Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana grazie ai suoi bar, che hanno fatto la storia della città in un’epoca in cui le donne imprenditrici non avevano spazio: uno, due, tre, quattro Boomerang e infine il Madonna Verona, l’unico che le è rimasto.

Spingo la porta, che ‘muggisce’ in modo familiare. Luisa mi saluta di spalle dal fondo del bar, sta trafficando dietro al bancone e vedo solo i suoi capelli bianchi. È strano entrare qui di giorno, negli ultimi tempi il locale apriva alle 22:00. 

 

Mi guardo in giro, è tutto al suo posto: la fontana di marmo rosso al centro, la riproduzione della statua di Piazza Erbe, la costellazione di divani semicircolari e pouf dove languire per ore davanti a un calice, la parete a specchio che raddoppia la luce calda degli abat-jour e la teoria infinita di cimeli appesi ovunque. Legno scuro, oro, bordeaux. E poi, scendendo tre gradini, l’altra sala con il pianoforte a coda ormai silente. Da qui sono passati personaggi famosi come Celentano, Capossela, Aldo Fabrizi, cantanti, attori, politici e i ricchi della città che al Madonna Verona avevano il proprio caveau per tenere i liquori più costosi. Qui è sempre un’ora – e un’era – indefinita.

Luisa prende una bottiglia, due bicchieri e mi raggiunge. Ci sediamo a un tavolino qualsiasi, non il “suo” là nell’angolo, dove come una matrona riceve gli ospiti. «Bevi un goccio di Prosecco con me?» chiede. 

Quella che ho di fronte è una nonna con gli acciacchi dell’età che vuole andare in pensione. Non chiuderà davvero lo storico locale ma, come per la maschera del Carnevale, passerà lo scettro alla figlia. «Mi sento obbligata ma non nel senso brutto del termine, perché fa parte della storia della città» mi ha detto Paola di recente da uno di quei sofà rossi, triangolata da me e sua madre attorno allo stesso tavolino come in una singolare seduta medianica, dove non si evocano spiriti ma ricordi. «Non puoi lasciar perdere una cosa del genere. Chi c’è, se non io, che può rispettarne la memoria? In onore di quello che lei ha fatto, in onore di quello che c’è da fare». È comunque la fine di una leggenda: il Madonna Verona non sarà più lo stesso senza il suo genius loci.

Mi rendo conto di conoscere poco di Luisa: chi c’è sotto le sue infinite maschere?

«Sono nata nel posto più bello del mondo: in un mulino sull’Adige». Luisa ha un ricordo gioioso della sua infanzia legata al fiume, alfa e omega della sua esistenza. Prima di tre fratelli in una famiglia povera, ha dovuto fare presto i conti con la paura delle bombe e le file per il pane. «Non avevamo da mangiare, però c’era un calore in casa!».

Da grande avrebbe voluto fare il chirurgo, ma non erano i tempi per le grandi ambizioni: doveva darsi da fare nell’osteria dei genitori. «Io volevo scappare perché non mi piaceva, allora c’era una nuvola di fumo costante perché tutti fumavano e io ho sempre odiato il fumo. Un giorno ero sulla porta, è passato un bel ragazzo, mi ha guardata e ha detto: “Che peccato che lavori all’osteria, perché io odio le osterie”. Ho deciso che l’avrei sposato. È stato il padre dei miei tre figli». 

Luisa è abituata a raccontarsi, a ripetere gli stessi aneddoti a interlocutori sempre diversi. «È durata poco perché mi picchiava e io finivo in ospedale». 

A cadenza regolare il rumore della macchina del ghiaccio sovrasta la voce di Luisa: «Io dicevo “A me non va bene. Appena i bambini saranno in grado di tenere in mano il cucchiaio io ti lascio”. E l’ho fatto. Paola aveva tre anni, Umberto sei. Me ne sono andata coi bambini». In mezzo aveva avuto Giampaolo, morto a pochi mesi. Era la fine degli anni ’60 e il divorzio non esisteva ancora. «Sono stata la prima a Verona, ma ero già scappata di casa».

«Si avvertiva immediatamente che era forte, attenta, sveglia. Luisa era conosciuta da tutta Verona come una bellissima donna, era molto ambita». Alberto zittisce Alexa prima di continuare. «Ero un agente della Spirit, importante azienda liquoristica che forniva i prodotti più prestigiosi agli american bar. E quindi Luisa faceva parte dei miei clienti, non aveva intermediari».

L’uomo accanto a me sul divano di velluto Tiffany è alto, prestante, e non fatico a immaginarlo come un giovane tombeur-de-femmes. Mi fa vedere una foto sul cellulare: è lui negli anni ’90, elegante insieme al figlio già avviato alla stessa professione. «Mostrala a Luisa e dille: “Ti ricordi?”». 

L’appartamento è fresco, luminoso, quasi minimale. Chissà se il tavolino-bar dietro di me contiene anche i liquori che rappresentava lui: Ballantine, Cointreau, Cognac Martell, Beefeater per i gin tonic. Alberto si sbilancia: «Avevo la sensazione, nel parlare con Luisa – con la battuta facile, il sorrisino sempre pronto e malizioso – che avesse negli occhi un lontano senso di malinconia, quasi di rassegnazione».

È nel punto più buio della sua vita che Luisa trova una forza inaspettata; inizia la sua impresa con il bar senza nome di una pompa di benzina. Dura poco. Le mancano i mezzi, ma ha buone idee e due figli da mantenere. 

«Ho cominciato a firmar cambiali». D’istinto alzo la testa: il soffitto del Madonna Verona è tappezzato di cedole sotto vetro che attirano sempre l’attenzione dei nuovi avventori. Le ho viste ogni sera che sono entrata qui, ma solo adesso le osservo con gli occhi di Luisa. «Se mai dovessi sentirmi triste, basta che guardi le cambiali». 

In questo modo rileva un locale sfitto che aveva servito i militari della base NATO e lo chiama Boomerang. «Perché se un cliente si trova bene, torna». I clienti non solo tornano, ne fanno il centro della movida veronese degli anni ‘70. Alla fine i Boomerang saranno quattro.

«Luisa ha inventato il concetto di catena prima che arrivassero gli americani a insegnarcelo e il caso dei Boomerang è geniale». Diego è stato l’ultimo cameriere di Madonna Verona e mi racconta tutto mentre condividiamo le patatine fritte del chiosco davanti allo Stadio. Ha scelto di affiancare Luisa nell’ultimo periodo per un motivo preciso: «Quando mi ricapita di fare un master in Business Administration gratis?», dice ridendo. «Lei parla di clienti ben vestiti, bicchieri e bottiglie di Prosecco, il carico e scarico della merce, il listino e tutto quanto. Nella mia testa c’è una sorta di traduttore: quando lei mi parla di bicchieri di Prosecco io penso ai moduli software che devo realizzare; quando mi parla di clienti qualificati io penso a come qualifico i miei clienti». 

La compostezza di questo ragazzo in camicia e ben rasato è a metà tra il maggiordomo e il praticante di arti marziali. Diego, in realtà, è manager di una solida azienda nel settore informatico. «Non ho mai trovato un locale come Madonna Verona. Luisa ha fatto l’opposto di ciò che ti insegnano all’università: se n’è fregata delle regole, ha ragionato fuori dagli schemi e creato una strategia a 360° sempre efficace». Per esempio l’attenzione al decoro nel vestire e al dialogo. «Lei ha imparato a stare con tutti. Ho visto cene al Madonna Verona con il politico di destra, di sinistra, di centro, il prete: tutti erano lì per lei a bere un bicchiere insieme. Riesce in maniera magica a unire le persone».

Luisa rilevava locali che non voleva nessuno e, come un Re Mida, li trasformava in tendenza. Diego non riesce a spiegarselo: «Ha applicato le sue intuizioni con un successo che io guardo ancora come caso di studio. Potrei stare in silenzio e imparare per i prossimi trent’anni. È una donna moderna nata nell’epoca sbagliata».

Al Madonna Verona le ore vengono scandite dalle campane di Sant’Anastasia, distante sì e no cinque metri da muro a muro. Luisa l’ironica, la maliziosa, quella che ti legge le carte, ha per vicino di casa il parroco. 

«Quando mi hanno proposto questo spazio qui non c’era niente. Mi piaceva moltissimo, però era attaccato a una chiesa e io volevo fare piano bar». In bocca a Luisa ogni aneddoto diventa epico. Andò da don Cappelletti a chiedere il permesso: «Però non le ho detto che lo chiamerò Madonna Verona». La Madonna in questione è solo profana, non blasfema, e il prete, dopo aver indagato sulla sua reputazione, la lasciò fare. Il patto di reciproca tolleranza era concluso. 

Dal canto suo Luisa è una vicina di casa quasi inesistente. Abita da sola nel palazzo di proprietà della Curia di fronte al locale e Zeno, il suo dirimpettaio laico di qualche anno fa, al telefono me la descrive affettuosa e prodiga di inviti a cena al Madonna Verona. «Quelle poche volte che era in casa era silenziosa e riservatissima, ma praticamente abitava giù al locale perché aveva l’abitudine di andare a letto molto, molto tardi. Io dormivo quando rientrava, ma poteva essere anche verso le sette di mattina».

Luisa vive in una dimensione tutta sua. Quando le chiedo “Che anno era?” ci deve pensare, fa confusione, risponde “quarant’anni fa”. A volte si aggiunge degli anni all’età reale, così per gioco. Per una come me abituata a fare ricerca storica, è disturbante non poter tracciare una linea cronologica con date certe. Ricordo le parole di Diego: «Non ha senso sapere quando è nato il Madonna Verona. È sempre esistito: è un simbolo».

Riguardo un’intervista su YouTube del 2018. Era un evento aperto a tutti: il locale strapieno di affezionati, Luisa in ghingheri sul divano rosso mentre beve Prosecco e risponde al microfono. Una volta che le si dà il via, lei apre la diga dei ricordi che vanno dalle vicende cupe agli aneddoti gustosi, come Vinicio Capossela che suonava al piano bar o l’acquisto di un Porsche color oro. Ma ha anche preso la patente dell’ambulanza e quando le chiedono se non dorme mai, lei risponde che così la Morte non può coglierla a letto. «No g’ho tempo de morir!».

Nel silenzio della mia camera riascolto le interviste che ho fatto nelle ultime settimane: cerco un denominatore comune o almeno un filo da seguire per raccontare una storia, ma appena penso di averne ricostruito la figura, Madonna Verona si frantuma di nuovo. Ogni persona che mi parla di lei aggiunge un livello di complessità imprevisto e fatico a far coincidere l’immagine della signora anziana che ho di fronte con le rocambolesche avventure che racconta.

Chiedo aiuto a Filippo, musicista e conoscitore dell’underground veronese. «Luisa è cinematografica. Quando lei parla parte il film, il posto si anima e diventa un altro mondo». Beviamo un caffè pomeridiano in una sala biliardi: arredamento anni ’80, temperatura polare, rumore di stecche sul panno verde. «È d’obbligo sedersi e parlare con lei, fa parte dell’esperienza. Riesce a trasportarti in questo passato veramente incredibile.».

Faccio una ricerca su Google: non trovo quasi nulla. L’intervista su YouTube è il risultato più esaustivo; oltre a quella qualche articolo locale, poche foto di Luisa, tutte recenti.

Dove sono le sue biografie? Dove le foto dei personaggi famosi che frequentavano i leggendari locali? 

Madonna Verona viaggia su frequenze diverse, il suo medium non è digitale. È un mito analogico; se non l’hai conosciuta puoi solo affidarti alle testimonianze orali.

Un giorno d’agosto Luisa mi fa una sorpresa. Siamo nel ristorante vicino al suo locale, dove lei è di casa; fa un cenno verso il sacchetto appeso alla sedia: «Ti ho portato delle fotografie. Le guardiamo dopo». Finito di pranzare ci spostiamo all’esterno su un tavolo apparecchiato con una tovaglia a quadri. «Per vederle bene ci vuole la luce».

Man mano che Luisa mi passa manciate di foto, le cose che racconta, assurde e irreali, diventano nitide: giovane mamma con i bambini, in abito da sera, sull’ambulanza, signora del Carnevale; e poi il cavallo Stinger, il levriero Sirio, il fantomatico ma concretissimo Porsche dorato. È tutto vero. E non importa se la data sul retro di una foto del Boomerang n. 1 è in anticipo di almeno sei anni sulla linea del tempo che ho tracciato: è sempre esistito.

«Hai fatto un sacco di cose» le dico.

«Ho vissuto» risponde mentre assorbo ogni fotogramma. E poi: «Cosa resterà delle foto fatte con questi telefonini?». 

Me lo chiedo anch’io, Luisa, che cosa resterà.

Mentre torno alla macchina mi accorgo di un bagliore familiare. Rosa. 

Alzo la testa: l’insegna è accesa.


Lo sbarco in Lessinia

È il 28 Febbraio 2020, primo incontro per realizzare la mappa della Lessinia attraverso l'ascolto e confronto con alcune delle sue voci più autorevoli, grazie al progetto finanziato da Fondazione Cariverona. Eravamo ospiti di Terra Cimbra, noto negozio e ristorante di Bosco Chiesanuova.
Noi e 3 futuri spiriti guida:
Nadia Massella, Vito Massalongo ed Ezio Bonomi.
E la nostra Virgilio, Paola Beccherle, fondamentale apripista sull’altopiano veronese.
Eravamo partiti pensando di fare una mappa unica. Ci hanno riso in faccia e avevano pienamente ragione. Abbiamo così deciso di suddividere la Lessinia in 3 macro-aree: Centrale, Occidentale ed Orientale.
Ci abbiamo messo 2 anni e 6 mesi, abbiamo avuto l’aiuto di decine e decine di persone, abbiamo fatto ore e ore di chiacchierate, km e km di trasferte, e giga e giga di call. Eh sì, perché nel frattempo è scattato il covid.
Eravamo convinti di conoscerla abbastanza bene la Lessinia. Abbiamo subito capito che non avevamo capito una mazza. È in realtà infinitamente vasta e profonda per poterla conoscere bene. Non è un caso che ci siano fior fiori di luminari che hanno trascorso le loro esistenze a lavorare su questo minuscolo spicchio di mondo e sulla quale hanno scritto decine e decine di libri. Ciononostante nessuno può affermare di sapere tutto della Lessinia. Anche perché gli ambiti di interesse sono infiniti: architettura, geologia, speleologia, arte, ambiente, fauna, flora, folklore, storia, artigianato, tradizioni, lingua… incredibile!
Il nostro si è ben presto rivelato un amore impossibile ed eterno, senza una fine.
Una cosa, però, possiamo dire di averla colta e ci ha illuminato. Il valore mastodontico della Lessinia sta nell’intensissimo rapporto tra uomo e natura che ha modellato un sistema che è assolutamente unico al mondo proprio per questa relazione inscindibile. I pascoli, i boschi disboscati, le contrade, le architetture, i racconti, i mestieri, le calcare, le giassare, le carbonare...
Ci piace dirlo proprio oggi, 3 ottobre 2022, Giornata nazionale della Memoria e dell’Accoglienza perché tanti sono stati i protagonisti di questa interazione tra esseri umani e ambiente, ma nessuno come quella comunità di persone emigrata dalle regioni meridionali della Germania, della Baviera. Erano nuclei di persone, famiglie di montanari, in cerca di un posto dove costruire un nuovo futuro lontano dalla terra natia. Partiti con tutto quel poco che avevano perché là le condizioni di vita erano improbe. E qua, in provincia di Verona, a fine XIII secolo hanno trovato casa perché gli è stata concessa. Perché le porte gli sono state aperte. Perché sono stati accolti.
È del 5 Febbraio 1287 il contratto con cui il vescovo Bartolomeo della Scala, parente stretto di Cangrande, concede di stanziarsi in queste terre particolarmente impervie, disabitate, aride d'estate e freddissime d’inverno,
per "costruire casa ed abitare, usare, fruire, ed usufruire degli infrascritti luoghi e contrade, terre, possessi, monti, valli, pianure, terre incolte, deserte e disabitate… comprese le acque ed acquedotti che vi nascono e scorrono”.
Non a gratis; un decimo del raccolto e un affitto delle terre concesse. Per i primi due anni, però, i coloni teutonici non sono tenuti a pagare alcuna tassa che non sia la sola decima.
Sono stati accolti, non sono stati rimbalzati.
Parlavano un’altra lingua e hanno continuato a farlo.
Sono stati messi nelle condizioni di poter insediarsi e lavorare per il loro sostentamento.
Gli sono state affittate le nostre terre più ostiche, lì hanno cominciato a fare i nostri lavori e sono stati aiutati a farlo.
E siccome sono stati i più bravi, si sono insediati, hanno poi comprato i terreni stessi e ci hanno vissuto e vi vivono da generazioni.
Gli è stato concesso di professare il loro rituale cattolico, non con sacerdoti locali ma bensì con preti tedeschi.
Non gli è stato né regalato né vietato nulla.
E il risultato lo vediamo sotto gli occhi.
Lo leggiamo nei libri.
Lo ascoltiamo dagli studiosi.
Lo respiriamo, lo mangiamo, lo beviamo…
Sono stati degli immigrati a regalarci questo capolavoro che di nome fa Lessinia.
E quegli immigrati siamo anche noi perché con i veronesi si sono mischiati e riprodotti.
E arricchiti facendo di Verona uno delle aree più benestanti del mondo.
Quasi 1000 anni fa i veronesi facevano questo.
E noi, pronipoti di immigrati con il loro sangue nelle vene, 735 anni dopo, come ci dovremmo sentire al cospetto di Bartolomeo della Scala?

Il primo corteo antirazzista d’Italia

Civitanova Marche 06.08.2022: il primo corteo antirazzista d’Italia

Sabato 6 agosto, insieme ad altre centinaia di persone provenienti da tutta Italia sono stato a Civitanova Marche per commemorare Alika Ogorchukwu e denunciare il razzismo sistemico alla base del suo assassinio.
L’intenzione era quella di scrivere una sorta di reportage della manifestazione, ma la complessità di quello che è accaduto avrebbe richiesto tempi di elaborazione ben più lunghi per evitare racconti sterili o parziali. Ciò che ho potuto fare invece è stato riflettere sul mio ruolo di bianco, antirazzista, che forse, sabato ha partecipato al suo primo corteo antirazzista in Italia. Eppure di manifestazioni antirazziste ne ho fatte tante. Cosa è cambiato sabato? Certo, forse per la prima volta in Italia l’organizzazione e la conduzione di una manifestazione nazionale antirazzista è stata portata avanti completamente da persone razzializzate. Ma non è solo questo il motivo.

Sabato, per la prima volta, ho potuto davvero riflettere sul mio ruolo di “alleato” nell’antirazzismo. Il termine “alleato” ha tante declinazioni antropologiche e politiche nella storia dell’antirazzismo. Una di queste, credo sia molto importante in questi giorni per chi, da bianco, si occupa di antirazzismo. Questo termine è “straniero”, una parola che al netto dei suoi usi impropri e stigmatizzanti dell’ultimo periodo, ha un potenziale politico e di azione potentissimo.

"Civitanova mi ha offerto l’occasione per rendermi conto del privilegio e della responsabilità che deriva dal mio essere “straniero” rispetto all’antirazzismo."

Ma soprattutto la giornata di ieri ha avuto una funzione pedagogica fondamentale: le persone che ho conosciuto, quello che è successo, quello che ho visto mi han dato degli strumenti fondamentali per capire e agire a partire dalla mia condizione di nella lotta antirazzista.
Ad esempio, alla fine del corteo che ha attraversato le strade di Civitanova, proprio davanti al luogo dell’assassinio, è partita una canzone di Tommy Kuti, un rapper afroitaliano. Il pezzo è stato composto in 24 ore, subito dopo la morte di Alika e il ritornello della canzone diceva: “poteva essere mio padre”. Negli interventi ma anche nelle chiacchierate con chi c’era alla manifestazione c’è stato un continuo richiamo a genitori e ai parenti. Una modalità per esprimere dolore, sofferenza, paura ma anche per costruire un rapporto intergenerazionale negato dalla società: abbandonare la propria famiglia, i suoi valori, la sua lingua, la sua cultura come ha detto una partecipante al corteo, pare essere necessario per diventare “italiani”. Io rispetto a questo sono “straniero” perché durante tutta la manifestazione questi pensieri non mi hanno mai sfiorato.

Un ulteriore esempio: un ragazzo di origine nigeriana, conosciuto nel pullman che da Verona ci ha portato a Civitanova, ha detto che nei giorni scorsi non riusciva più a lavorare, aveva perso appetito e si sentiva depresso. Non riusciva a smettere di pensare a quanto successo ad Alika. Molte delle persone con cui ho parlato durante il corteo mi hanno detto la stessa cosa. Erano ossessionate da quanto successo. Io rispetto a questo ero “straniero”. Provavo rabbia e vergogna per quanto accaduto ma la mia vita privata e la mia salute non sono state intaccate.

Infine ho visto tante persone razzializzate piangere, abbracciarsi, sostenersi a vicenda. Ma anche provare rabbia, elaborare, cercare un senso a ciò che è accaduto. Tra chi è intervenuto c’erano persone che non avevano mai parlato in pubblico che hanno tirato fuori una forza impressionante superando ansie e paure. L’incontro di ieri non è stata una semplice manifestazione ma un vero e proprio rituale collettivo per dare una forma a un dolore lancinante e che si ripropone quotidianamente per i soggetti razzializzati. Un rituale di elaborazione del dolore attraverso la rabbia, la protesta, la proposta politica. Io in quello spazio ero “straniero”. Le dinamiche che hanno mosso la mia partecipazione erano civiche, politiche, sociali ma la mia carne non era coinvolta in ciò che è successo.

"L’essere “straniero” nelle questioni riguardanti l’antirazzismo è sicuramente la forma di privilegio bianco più chiara che si portano addosso quelli come me."

Ma è proprio a partire dal riconoscere questo privilegio che si può e deve costruire un posizionamento. Straniero difatti non vuol dire estraneo. Se la vita delle persone bianche non è stata direzionata, informata, decisa dalle strutture del razzismo sistemico, questi da “stranieri” possono tuttavia riconoscerle e combatterle. E se il razzismo è un fenomeno che riguarda tutta la società agisce in forma diversa sulle persone. E se dolore, rabbia, rivendicazione possono essere parole che muovono tutte e tutti coloro che si dichiarano antirazzisti nella pratica dovrebbero essere termini quali “empatia”, “compartecipazione”, “cura”, “aiuto” a muovere chi il razzismo non lo vive sulla carne.

Questo è ciò che è successo a Civitanova, nel primo corteo antirazzista della mia vita. Ma a Civitanova ho capito anche un’altra cosa che riguarda chi da bianco si occupa di antirazzismo: una persona, un movimento, un’istituzione retta da persone bianche non può arrogarsi la pretesa di determinare cosa sia razzista e cosa non lo sia. Nei giorni precedenti alla manifestazione il sindaco di fratelli d’Italia si sbracciava a dire che la morte di Alika non fosse dovuta al razzismo. Ma non era l’unico: anche tanti “compagni”, in primis dalle Marche (ma non solo), di solito in prima linea contro le ingiustizie sociali, hanno preso posizioni ambigue e paternaliste per marcare una distanza rispetto alla posizione del coordinamento antirazzista nazionale. E, nei fatti, a parte alcune significative eccezioni, hanno disertato la piazza.
Mobilitarsi per il razzismo soltanto quando dietro ci sono croci celtiche o iscrizioni in partiti di estrema destra è una scelta (miope) che, seppure dice tanto su chi la compie, è legittima. Sentirsi in diritto di definire modi e modelli per cambiare l’ordine delle cose sulla pelle di chi l’ineguaglianza la vive è un retaggio culturale di un certo modo di fare politica che risulta invece insostenibile.

Se ieri si è inaugurato una nuova forma di antirazzismo in Italia è necessario per i movimenti che si dicono “alleati” apprendere la loro condizione di “stranieri”. Altrimenti, come ieri, ha più senso che restino “estranei”.

Giuseppe Grimaldi, Ph.D
Research Fellow in Cultural Anthropology


I sei sensi

Diario di bordo ep. 5.

Ultimo appuntamento della stagione, magari poi ci rivediamo a Settembre. A coronare questa serie di chiacchierate, di miei pensieri e mie opinioni delle quali non ve ne frega un ca-, vi metto quest’ultima: alcune delle cose che più mi piacciono al mondo.

L’odore della pioggia, il caffè appena sveglia, il vento che muove i fiori e le piante, le nuvole al calar del sole, gli scorci dei centri storici.

Ma che bello è riscontrare differenti odori, sapori, panorami in ogni posto?

Andiamo con ordine seguendo i sensi.

Il naso. 

Ogni posto odora in un modo, diverso per tutti.

Di cosa vi odora Verona? Verona per me ha quel bellissimo odore di quelle maledette foglie degli alberi che fanno da merletto per tutti e due i lati del lungofiume, quelle che mi hanno fatto scivolare innumerevoli volte quando pioveva (maledette per questo motivo). Le ho viste per quattro stagioni. Crunch-crunch d’autunno, verdissime in primavera, per terra bagnate d’inverno, salvezza d’estate perché fanno ombra. 

Diversissimo è l’odore che percepisco di Lecce. Non so se è proprio un odore, ma è come se lo respirassi. O forse è proprio inodore: l’odore di Lecce per me è quell’arietta calda che ti entra nei polmoni quando le giornate si stanno allungando e alle 18 sai che puoi fare un giretto tranquillo nel centro storico. Il sole è tiepido, sta illuminando metà rosone di Santa Croce che è tutta dorata, splendente, sembra che a fare luce sia lei. Per me questo è un odore. Probabilmente nel mezzo passerà  anche odore di fritto perché nei bar stanno preparando i rustici.

Manterrò come punto centrale il fiume, perché non ho mai vissuto in una città con il fiume.

Seguiamo adesso gli occhi.

Se li chiudo, l’immagine di Lecce che mi viene in mente è quella che vi ho descritto prima. Il dorato, il sole delle 18 e via dicendo. Vedo anche la piazza centrale con la colonna con sopra la statua del Santo Patrono (fantasma, perché l’hanno tolto).

Se mi viene invece chiesto di pensare a Verona penserò a quello che si vede se cammini su ogni ponte, da Ponte Navi in poi: il resto del lungofiume, Castel San Pietro, la corrente dell’acqua che a me pare sempre ferma, le persone che non hanno capito che su quei marciapiedi non si può camminare in fila per sei col resto di due e ogni volta mi tocca cambiare lato. 

Le orecchie.

Palesemente lo scroscio dell’acqua. Mi piace di più questo che quello del mare, sapete perché? Perché non si ferma mai, è continuo, instancabile. 

Al contrario, se mi concentro bene, di Lecce riesco a sentire soltanto quel fastidioso rumore del chiacchiericcio delle rondini quando è primavera. Volano da una parte all’altra, impazzite, urlano che neanche senti le parole della persona che ti sta parlando davanti.   

La bocca.

Del cibo abbiamo abbondantemente parlato la scorsa volta: soltanto le mie papille sa quanto mi mancano pasta frolla e crema calda del pasticciotto, unite insieme in amore e malattia, nella buona e cattiva sorte.

Al contrario, le stesse papille hanno pianto quando ho assaggiato la polenta. (Scherzo, avete cibi meravigliosi anche voi).

I polpastrelli. 

Sento pietra, da entrambe le parti. Qui è fredda, dura, romana, austera, appuntita.

Dall’altro lato invece è pietra Leccese, calda, tondeggiante, gessosa, ti sporca in un secondo se per caso ti viene in mente di appoggiarti al muro. 

Il sesto senso qual è invece? Sono i sentimenti, le emozioni, le percezioni. 

Da perfetta malinconica sento la mancanza di Verona quando sono a Lecce. Quando sono qui, mi manca casa mia. Come fai a vivere così? Ti affidi ai sensi sopra descritti e a tutto quello che di meraviglioso possono aggiungere alla tua persona: i ricordi.

 

         

 

Grazie per avermi seguita e letta in questo piccolo progetto del diario, spero vi sia piaciuto e, come detto prima, magari ci rivediamo a Settembre.

Con affetto, 

Aurora


Pacco da giù

Diario di Bordo ep. 4

 

Il cibo è uguale dappertutto? No. 

Ci sono di mezzo tradizioni, piatti e prodotti tipici e siamo fieri di quelli della nostra regione o meglio ancora della nostra città. 

In ogni caso mangiamo come se non ci fosse un domani? Sì.

Mi credete che di tipico Veneto si può dire che non abbia mai mangiato nulla? Forse soltanto l’osso buco, solo perché ero invitata ad un pranzo. 

Io sono pro a qualsiasi tipo di esperienza, di assaggio, perché tutto è buono dappertutto in base ai propri gusti, ovviamente.

Però, amici miei, devo dirvelo in tutta onestà e trasparenza: ma come cazz fate a magnarve la polenta? Giuro, ci ho dannatamente provato.

Comunque è anche vero che i pugliesi come me, e soprattutto i salentini (che non sono pugliesi, sono salentini) sono estremamente gelosi dei loro piatti tipici. Siamo un pò esagerati, lo ammetto, il nostro cibo è “quello più buono, quello più ricco, quello migliore d’Italia”. 

Vi assicuro che qui in Veneto, nei supermercati, l’olio lo vendono. Ma “l’olio-di-giù” è più buono.

Perché le olive sanno di sole. 

Il caffè lo vendono anche qui, eppure “Mà, spediscimi un pò di caffè Quarta nel pacco, perché bevo solo quello”. Secondo me non si tratta di stupido vizio o chiusura mentale, è semplicemente un qualcosa, una piccola abitudine, che (parlando per noi fuorisede), ci porta a casa giusto il tempo di una tazzina.

E i taralli? E le frise? Siamo nella piena stagione delle frise. L’estate non è la stagione della frutta, quella fresca e quella buona, è la stagione delle FRISE. 

 

Di orzo, di grano, quelle larghe, quelle piccole per la merenda, quelle col buco e quella senza.

Le ”conzi” (voce del verbo “conzare”, = condire) come vuoi. 

Ve lo ripeto, estremamente gelosi delle nostre cose. Queste elencate fino ad ora possono essere inserite in un pacco e spedite, ma avete idea della sofferenza del non poter uscire di casa, andare al bar e chiedere un pasticciotto caldo? Mi manca anche la frase che PUNTUALMENTE ti viene detta, non si sa come, ma ci vogliono sempre circa 15 minuti che i pasticciotti “escano”.  Li sfornano continuamente, a flotte. Per non parlare dei rustici. Raga ma i rustici? La colazione del campione salentino è la domenica mattina alle 11 con rustico e caffè in ghiaccio col latte di mandorla.

Io credo sia imbarazzante anche il fattore “quantità”. 

Che sia la quantità di un solo ingrediente, come l’olio nelle melanzane che “Non è mai troppo”, o che sia la quantità di cibo, ad esempio, ai pranzi di famiglia, la domenica dalla nonna, alle cerimonie. 

Regaz, se siete invitati ad un matrimonio ad agosto (criminali), voi vi sedete a tavola alle 14 e vi alzate a mezzanotte. Se tutto va bene. 

Se la domenica sei a pranzo da nonna e “la pasta non ti va”, la nonna del sud non ti parlerà per giorni perché “non sei più la nipote che eri una volta”. È una questione di onore. 

Per non parlare di quando sei alla casa a mare e magari cerchi di mantenerti leggero per poi fare il bagno tutto il pomeriggio. “Che fai? La parmigiana non te la mangi?” 

“Nonna, forse è un po’ pesante”.

Vi lascio con la risposta che mi è stata data una volta e che da allora è la mia filosofia di vita: “Macchè pesante, alla fine la parmigiana è verdura”. 

Un bacio.

Aurora


Persone e vite parallele

Diario di bordo ep.3

 

 

Osservatrice non frequentante. Non sono mai stata una grande amante dello stare a contatto con la gente, forse perché mi son sempre sentita fuori luogo o semplicemente perché non riuscivo a comprenderla. Il fatto che esistano così tanti caratteri, così tanti modi di pensare, di agire, di vivere, per me è destabilizzante. “Meglio stare per fatti miei”, ho sempre pensato, e così sono sempre stata l’outsider della situazione. Perché sforzarsi di capire l’altro, quando magari l’altro non capisce te?

Una volta trasferita in una città che non è la mia, però, ho dovuto fare i conti con il fare domande, approcciarmi, gestire situazioni ed entrare a contatto con le persone, parlare con loro, conoscerle. Soprattutto perché questa è la base del futuro lavoro che vorrei avere.

 

In questi ultimi mesi credo sia presente nella mia vita una buona influenza che mi fa guardare le cose da un punto di vista diverso. Se prima mi limitavo ad osservare le persone, a cercare di capire cosa stessero pensando, a fantasticare su quale fosse la loro vita anche solo da un sedile del pullman, adesso, se capita, ho voglia di chiederglielo.

 

Cosa fai nella vita? Qual è la tua storia?

Non ho mai avuto questa empatia verso gli altri esseri umani come adesso.

Forse son matta, ma vedo bellezza e provo tenerezza nel vedere una signora con le buste della spesa che torna a casa in autobus, i ragazzini che giocano a pallone nelle piazze, le mani in aria delle persone ai concerti, due vecchietti che si tengono per mano, chi va a fare commissioni in bicicletta, chi cammina da solo per il centro storico con le mani dietro la schiena.

Mi viene dunque da pensare: è questa la vita? Semplici situazioni, di tutti i giorni, quotidiane, occasionali o di routine, ma che costruiscono quadri interi. 

 

Diversamente dall’osservare gli sconosciuti, c’è poi il creare rapporti. 

Rispetto a quand’ero una bambina, quando era tutto più facile, quando bastava un “giochiamo insieme?” per conoscere qualcuno, adesso ho difficoltà nel fare amicizia. Il non saper cosa dire, di cosa parlare, se potrai essere simpatico o meno, per me è un ostacolo. 

Quasi sicuramente è solo un ostacolo nella mia testa, perché, a dire la verità conosco un sacco di persone adesso e non riesco neanche a capire come sia possibile, dato il mio carattere. Giù, a casa, sono abituata alla comitiva di sempre, gli amici che non cambierei mai con nessuno al mondo, di cui conosco ogni particolare, ogni movimento. 

No, la cosa non mi annoia e non credo possa mai succedere. Credo sia unico e raro avere delle certezze nella vita e meglio ancora è quando sono delle persone ad essere delle certezze. 

Qui a Verona ho stretto delle amicizie e sono fantastiche. Non posso fare a meno di notare quanto siano diverse tra loro, è come se avessi due vite parallele. A casa, con i miei migliori amici di sempre, abbiamo il nostro caffè dopo pranzo, il ritrovo nella piazzetta come abbiamo sempre fatto, la passeggiata al faro a mare quando non c’è niente da fare nei tardi pomeriggio. Gli amici di qui invece sono imprevedibili perché non li conosco bene, e la cosa mi piace. Mi accodo. Esempio: mi sono ritrovata a Vicenza nell’arco di un pomeriggio e non ne avevo la minima idea. 

Non smetterò mai di dirvelo: esplorate, conoscete persone, apritevi. 

La solita pinnata affettuosa,

Aurora

pic credits: @auroraeyo